Salute 13 Luglio 2020

Violenza sulle donne durante il lockdown, Veltri (D.i.Re): «Da marzo a maggio incremento dell’80% rispetto ad ultima rilevazione»

La presidente di “Donne in rete contro la violenza” spiega a Sanità Informazione l’andamento delle denunce per violenza domestica: «Stiamo effettuando un nuovo monitoraggio. È presto per avere i dati ma gli episodi di violenza sono chiaramente in aumento»

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I casi di violenza sulle donne sono aumentati durante il lockdown e il trend è destinato a salire. Lo conferma Antonella Veltri, presidente di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne, che affronta il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere.

Presidente, cosa dicono in numeri in vostro possesso?

«Come rete nazionale abbiamo effettuato due raccolte dati durante il periodo di lockdown. La prima dal 2 marzo al 5 aprile, ovvero 34 giorni; la seconda dal 6 aprile al 3 maggio, vale a dire 27 giorni. Nella prima raccolta abbiamo continuato a sostenere e ad accogliere 2983 donne, di cui il 28% sono stati contatti nuovi. Per contatti nuovi intendiamo quelle donne che si sono rivolte per la prima volta ad un centro antiviolenza della nostra rete. Ora, tra il 6 aprile e il 3 maggio sono aumentate sia le donne in generale che le donne cosiddette nuove. Queste ultime, in particolare, sono passate da 836 a 969. A questo punto abbiamo effettuato un confronto con i dati dell’ultima rilevazione statistica che la D.i.Re ha effettuato nel 2018 e abbiamo notato un incremento delle donne complessivamente sostenute ed aiutate dai centri antiviolenza della nostra rete. Ebbene, nel 2018 contiamo, in media, 1643 donne al mese, mentre dal 2 marzo al 3 maggio sono state oltre 1300 in più per ciascun periodo rilevato. Abbiamo avuto un incremento di circa l’80%».

Questo dato cosa ci dice?

«Ci conferma che, per chi era già in una situazione di violenza, vivendo in casa, la situazione si è fatta più complessa, più difficile da gestire. Nella maggior parte dei casi noi accompagniamo la donna verso la possibile separazione dal maltrattante per farle affrontare nel modo migliore senza correre rischi la separazione, perché sappiamo bene che è proprio il momento della separazione la fase più rischiosa di fuoriuscita dalla violenza. Lo confermano i dati delle violenze efferate, compresi gli omicidi. Ricordo, episodio recentissimo, la vendetta del padre che ha strangolato i figli per rendere la vita impossibile alla moglie. I dati confermano che, con il calo delle denunce alla polizia, per le donne che ancora non si erano mai rivolte prima ad un centro antiviolenza è stato un periodo difficile e difficile è stato chiedere aiuto. Per molte era impossibile addirittura anche solo immaginare dove potersi trasferire per sottrarsi alla relazione con il convivente. Tutte le donne supportate dai centri antiviolenza vengono accolte in case gestite, appunto, dai centri. Nel periodo di lockdown ovviamente questo non è stato possibile, appunto per evitare il contagio. Molte donne hanno addirittura pensato che i centri antiviolenza fossero chiusi, ma non sono mai stati chiusi, non hanno mai fermato le loro attività».

Che iniziative avete preso durante il lockdown?

«Abbiamo attivato una modalità di supporto online, abbiamo creato un fondo speciale per il Covid, grazie al supporto di alcuni donatori. I fondi dello Stato sono arrivati a lockdown concluso. Si tratta di fondi che dovevano servire nella quotidianità del lavoro dei centri. Così abbiamo dato immediatamente un supporto economico per la sanificazione, i dispositivi di protezione, cellulari e pc per il supporto a distanza, appartamenti in affitto per accogliere donne in emergenza che non potevano andare nelle case della rete a causa del rischio contagio. Questa è stata la situazione dal punto di vista delle azioni che abbiamo compiuto in questo periodo».

Ha detto che le denunce sono calate, secondo lei perché?

«A mio avviso, si intersecano due motivazioni. La prima è che sicuramente la pandemia ha giocato un ruolo importante nella difficoltà della denuncia. La seconda è il percorso difficile, irto di ostacoli, per chi denuncia. Anche all’interno del percorso della giustizia spesso le donne trovano difficoltà. Ad esempio, spesso non vengono credute. Questa è una motivazione più generale, che ovviamente prescinde dal lockdown, ma in cui noi ci imbattiamo spesso».

Cosa prevedete per il periodo post-lockdown?

«Al momento, la rilevazione statistica è in corso, però posso confermare senza ombra di dubbio che quello che è successo durante il lockdown, ovvero un aumento delle richieste di aiuto, è confermato dalla nostra percezione, sia per quanto riguarda il nostro centro sia per quanto riguarda quelli che sto sentendo telefonicamente. Non posso ancora dare numeri ma il carico di lavoro del centro è proseguito con una intensità maggiore rispetto al lockdown».

Cosa si può fare per invertire la tendenza?

«Un dato importante per rendersi conto del fenomeno, e che abbiamo espresso durante una recentissima conferenza a Roma, è che la natura del fenomeno della violenza maschile contro le donne è sistemico. Il femminicidio è la manifestazione più tragica e devastante di una situazione di disparità tra donne e uomini. Le radici stanno nella natura patriarcale che ha dato forma alla società che conosciamo, con norme sociali che sono interiorizzate e che generano atteggiamenti di possesso, controllo ossessivo, di restrizione delle libertà di scelta della donna. Vengono agite violenze sia a livello economico che psicologico. Bisogna intervenire in modo organico, lavorare sul sistema e non agire soltanto in stato di emergenza».

 

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