Salute 6 Aprile 2021 12:55

Psico-pandemia, le ragioni per cui non riusciamo a vincere la battaglia contro il virus

Dall’eccessivo paternalismo al bombardamento mediatico che mette in luce le notizie negative. Lo psicoterapeuta: «La vittoria finale non può prescindere dalla coscienza collettiva»

Psico-pandemia, le ragioni per cui non riusciamo a vincere la battaglia contro il virus

Siamo ormai entrati nel secondo anno di questa difficile lotta/convivenza con la pandemia di Covid-19. A livello di numeri, tra il tasso di ospedalizzazione, i decessi giornalieri e il numero di nuovi positivi non possiamo dire che la situazione si discosti in maniera abnorme da quella di un anno fa, soprattutto considerando l’avvento di nuovi strumenti quali i vaccini e le opzioni terapeutiche. Tant’è vero che, almeno sulla carta, le misure restrittive di oggi sono sostanzialmente simili a quelle dello scorso anno, con i dovuti “aggiustamenti”, concessioni e differenze su base regionale.

Quello che invece appare lampante è l’atteggiamento, completamente cambiato nel corso dei mesi, di gran parte della popolazione, sia nei confronti del virus sia sul rispetto delle misure. In un lento e progressivo abituarsi alla presenza di un rischio, si cercano sempre più appigli ed escamotage per riprendere una vita normale. Da cosa nasce questo cambiamento nella percezione collettiva, che di fatto ci impedisce di vincere definitivamente questo estenuante tiro alla fune con il virus? Secondo la sociologa turca Zeynep Tufekci, autrice di un articolo pubblicato sulla rivista The Atlantic intitolato “5 Pandemic Mistakes We Keep Repeating”, la ragione di questo fallimento sarebbe da ravvisare non tanto nel mero atteggiamento della comunità, quanto nelle strategie di comunicazione che le istituzioni e gli organi di informazione avrebbero adottato sin dall’inizio della pandemia, e che sarebbero alla base dei comportamenti poi scaturiti: paternalismo e mancanza di responsabilizzazione delle persone, entusiasmo troppo “tiepido” nei confronti delle scoperte positive (in primis, i vaccini) e il porre l’obiettivo finale come sostanzialmente irraggiungibile.

Su questi temi, abbiamo chiesto un parere allo psicologo e psicoterapeuta dell’Ordine degli psicologi del Lazio Roberto Ibba, esperto in dinamiche psicosociali.

Secondo lei le istituzioni hanno davvero sbagliato strategia di coinvolgimento?

«Sicuramente un certo paternalismo da parte delle istituzioni è stato imputabile all’imprevedibilità degli effetti che si sarebbero prodotti a livello sociale rispetto a quella che all’inizio non si era certi potesse sfociare in pandemia. Le autorità hanno cercato di placare gli animi, riportando le informazioni su un binario di razionalità. L’atteggiamento è assimilabile a quello dei pompieri in presenza di un incendio ancora piccolo, che potrebbe però sfuggire improvvisamente dal controllo. Il problema per la popolazione è stato un altro, ed ha un duplice aspetto: in primo luogo la sovraesposizione mediatica della popolazione alle notizie riguardanti la diffusione della pandemia, correlate a tutte le problematiche sanitarie. Ciò sul piano psicologico ha determinato una situazione di costante allarme, insieme all’esigenza di dover limitare o annullare il rischio di contagio, seguendo le indicazioni fornite dagli esperti. Questo è stato in gran parte un effetto voluto, perché bisognava indurre anche i più scettici (e all’inizio ve n’erano molti anche tra gli stessi medici ed epidemiologi, per non parlare dei capi di Stato) ad agire in favore del contenimento adottando le misure opportune (mascherine, lavaggio delle mani, ecc.). Ma il surplus di notizie allarmanti produce nelle persone psicologicamente fragili (anziani, persone sole, persone con disturbi di varia natura, psicologici e non) uno stato di ansia da malattia, che può diventare ansia generalizzata, dunque paura del contagio, paura di uscire di casa, paura di incontrare persone, dunque atteggiamenti evitanti».

I successi ottenuti nella lotta al Covid non sono stati quasi mai accompagnati da trionfalismo ma, viceversa, da una lunga sequela di “però”. Quanto ha influito questo nel sentire comune?

«Non c’è stata un’unica, coerente strategia di comunicazione. Ma questo è anche plausibile perché il fenomeno che si è affrontato era quasi del tutto ignoto fino ad un anno fa. Gli interlocutori chiamati a pronunciarsi davanti alle telecamere o ai microfoni sull’andamento della diffusione del virus non hanno avuto il tempo di coordinarsi in tempo reale, anche perché le notizie, i dati, il flusso di informazioni cambiava di ora in ora. La comunicazione alla popolazione è stata delegata interamente agli organi di informazione televisiva in coordinamento con gli organi di stampa, i quali però si sono messi in competizione fra di loro, perché hanno fiutato la grande sete di notizie proveniente dall’opinione pubblica, la quale sembra ingurgitare e digerire quasi tutto quello che gli si offre. Per il mondo dell’informazione questa pandemia ha rappresentato e ancora rappresenta un grande business, dopo tutto. I “però” che accompagnavano le dichiarazioni da parte delle istituzioni erano dettati dall’esigenza di cautela di fronte ad ogni notizia che si discostasse molto (in positivo o in negativo) rispetto al trend precedente. Altra cosa è stata la vicenda attorno al vaccino di AstraZeneca, dove sono state diffuse notizie eccessivamente e impropriamente allarmanti».

Secondo gli esperti, altre pandemie non sono affatto da escludere negli anni a venire. Tralasciando l’ambito sanitario, quali strategie potrebbero essere seguite per assicurare da un lato la tenuta psicologica del Paese e dall’altra l’adozione spontanea di comportamenti virtuosi?

«Niente cancellerà le perdite che abbiamo subìto. Ma quest’anno terribile ci ha spinto a fare grandi passi avanti, grazie a nuove biotecnologie, a una maggiore esperienza degli aspetti positivi della connettività digitale e a un processo scientifico più dinamico. Sulla tenuta psicologica della nazione, questa non nasce improvvisamente da un giorno all’altro se prima non si è coltivata a dovere. C’è bisogno che la popolazione sia informata e che questo compito sia portato avanti da persone competenti che hanno a cuore il fine ultimo che non è vendere giornali o format televisivi, ma creare una coscienza collettiva. Poi c’è bisogno di psicologia, nel senso che sarebbe auspicabile che insieme ai vaccini e alle attrezzature che servono per curare le persone dal punto di vista organico, si approntassero delle misure volte a sostenere psicologicamente le persone che escono dalla malattia e il loro entourage, formato soprattutto da familiari, dai caregiver. Questo lo si fa mediante la creazione di servizi territoriali efficaci ed efficienti a cui le persone possano rivolgersi se hanno un disagio o un disturbo di natura psicologica, senza dover vivere (e in certi casi subire) lo stigma sociale per essersi rivolti ad un servizio di salute mentale».

 

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