Salute 6 novembre 2018

Liste d’attesa, Aceti (Cittadinanzattiva): «Prima voce di segnalazione per malcontento cittadini. Ecco cosa cambia con Piano Nazionale»

«50 milioni per abbattimento e interventi regionali. Ridiamo le gambe al SSN per tornare in piedi» Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva

di Giovanni Cedrone e Serena Santi
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Riflettori accesi sulle liste d’attesa: la politica si sta muovendo in questa direzione dopo anni di torpore. «Finalmente c’è una volontà che è mancata negli anni precedenti. Ci aspettiamo molto da parte del governo su questo tema», confessa Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva. «La legge di Bilancio dovrebbe stanziare 50 milioni di euro annuali per il finanziamento degli interventi per le Regioni e per l’abbattimento delle liste di attesa», prosegue Aceti che commenta ai nostri microfoni le ultime decisioni in ambito sanitario.

Liste d’attesa: un tema a voi molto caro su cui il ministro sta lavorando. Secondo voi si sta facendo abbastanza?

«Sì, il Ministero della Salute è attivo su questo fronte. La legge di Bilancio sembrerebbe decretare uno stanziamento di 50 milioni di euro annuali per il finanziamento degli interventi per le Regioni e per l’abbattimento delle liste di attesa. Le liste d’attesa comportano un dispendio di risorse che potrebbero essere utili a sostenere il nuovo Piano nazionale del governo anch’esso in dirittura di arrivo e al quale abbiamo collaborato anche noi. Sarà un piano nazionale che fortunatamente, a differenza degli altri, trova un sostegno economico seppur limitato, quindi ci aspettiamo molto. In tutto questo è partito anche il numero 1500 per i cittadini, insomma crediamo che si stia facendo abbastanza, non è mai sufficiente, sicuramente ci sarà bisogno anche di altre iniziative. Tuttavia ci sembra una buona base di partenza considerando che l’ultimo piano nazionale era fermo al 2012, quindi 6 anni fa. In questi anni alcune Regioni sono andate avanti ma sono poche: Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Lombardia, tante altre sono rimaste al palo. Quello che è mancato è stata una spinta, una propulsione del livello centrale sia nella promozione delle politiche per il contenimento dei tempi di attesa sia nel controllo e nel monitoraggio che sarà un altro tema affrontato – credo a breve – dal Ministro della Salute».

Il governo ha previsto un miliardo in più per il Fondo sanitario nazionale, mentre per il rinnovo dei contratti poco più di duecento milioni di euro. I sindacati giudicano insufficienti le risorse, voi come le giudicate?

«Crediamo sia soltanto una base di partenza per la legge di Bilancio, ma crediamo e vogliamo che nella legge di Bilancio si faccia molto di più. Una partenza che però è ancora ben lontana dalla meta cioè dall’approvazione della manovra che speriamo stanzi più risorse del miliardo. Oggi sappiamo che per garantire una serie di impegni che il governo ha già preso c’è bisogno di più risorse e il primo impegno è l’abrogazione del superticket che vale 400 milioni di euro circa. Inoltre occorre trovare risorse che ammontino ad una cifra tra 800 milioni e 1,6 miliardi per l’attuazione dei nuovi livelli essenziali di assistenza (che sono ancora al palo per la questione delle tariffe DRG), poi abbiamo tutto il blocco del personale sanitario, il rinnovo del contratto, lo sblocco del turn over, tutte cose non affrontate in questi anni. Oggi urge una risposta se vogliamo effettivamente dare le gambe concretamente al rilancio del servizio sanitario pubblico. Servono più risorse. Questo darebbe anche una dimostrazione a tutti i cittadini e i professionisti sanitari che il servizio sanitario nazionale ha la stessa dignità del reddito di cittadinanza e della flat tax».

Il rischio non è però che destinando risorse ad altre voci come il reddito di cittadinanza si rischino dei tagli dal punto di vista sociale?

«Il governo deve scongiurare questo rischio. Io questo allarme l’ho lanciato qualche giorno fa. Noi non possiamo depauperare o non finanziare adeguatamente il servizio sanitario pubblico perché altrimenti ci saranno delle conseguenze, per esempio un effetto immediato sarà quello che il reddito di cittadinanza rischia di essere assorbito dalla spesa sanitaria privata, infatti se noi riduciamo l’impegno nel Servizio sanitario pubblico quel fabbisogno lì di cure sarà affrontato come al solito mettendo mano al portafoglio e in questo caso al reddito di cittadinanza. Credo che questa non sia la soluzione migliore. Nel Servizio bisogna investire le giuste risorse, non di più, quelle che servono. Oggi quelle che servono non sono sul piatto. Parliamo anche di numeri molto più contenuti rispetto ad altre priorità. Dare al Servizio sanitario nazionale quello di cui necessita vuol dire dare un segnale all’esterno che questa è realmente una priorità e non è soltanto una priorità sulla carta».

In che senso il tema delle liste d’attesa è correlato al tema delle aggressioni al personale sanitario?

«È la prima voce di segnalazione che i cittadini fanno alla nostra organizzazione. È il primo elemento di fastidio che i cittadini avvertono nel momento in cui entrano in contatto con il Servizio sanitario nazionale, è l’elemento che mina alla base il rapporto di fiducia tra cittadini e SSN. È sicuramente una fonte di nervosismo e indispone il cittadino nei confronti del personale sanitario che lo accoglierà. Inoltre si tratta di un fenomeno che si incrocia con quello dei tempi di attesa attraverso il canale intramoenia. Quindi il cittadino, a cui per una ecografia nel pubblico gli vengono prospettati otto mesi di attesa mentre nel privato tre giorni (pur trattandosi della stessa struttura, nello stesso reparto con lo stesso professionista), chiaramente si indispettisce e il nervosismo non aiuta la prevenzione delle aggressioni ma anzi le alimenta».

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