Salute 17 Dicembre 2020 11:28

I traumi da Covid di medici, pazienti e familiari nel racconto della psicoterapeuta

Torricelli: «Dalla paura dell’ignoto al tormento per il dolore altrui. Straziante anche il dispiacere di coloro che non hanno potuto dire addio ai propri familiari»

di Isabella Faggiano

Prima la paura di contagiare le persone care, tanto da non avvicinarsi nemmeno ai propri figli. Poi, lo sguardo straziante di quei malati intubati costretti a comunicare solo attraverso gli occhi, fino al rumore assordante del via vai di barelle e sacchi neri utilizzati per il trasporto dei cadaveri. Sono solo alcuni dei peggiori incubi di quei medici e sanitari impegnati in prima linea nei reparti Covid.

Immagini dolorose di cui molti di loro si sono “liberati” ricorrendo all’Emdr, un metodo psicoterapico strutturato che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici che ad esperienze più comuni ma emotivamente stressanti.

La paura più grande

«Le sofferenze di medici e professionisti sanitari si sono modificate all’evolversi della pandemia – racconta Laura Torricelli, psicologa e psicoterapeuta Emdr, referente dell’equipe di psicologia dell’emergenza della Asl di Reggio Emilia -. All’inizio la paura più forte era quella di contagiare gli altri, soprattutto i propri familiari. Non dimenticherò mai le parole di una dottoressa che, piangendo, descriveva l’immagine per lei più dolorosa: allontanare suo figlio per proteggerlo da se stessa».

Quando le prime evidenze scientifiche sul Covid-19 hanno permesso un utilizzo più preciso ed efficace dei dispositivi di sicurezza la paura di contagiarsi e di contagiare si è placata, lasciando spazio a molti altri timori. «I medici hanno cominciato ad osservare più attentamente ciò che li circondava – dice la specialista, membro dell’Associazione Emdr -, guardando i propri pazienti negli occhi, spesso piangenti e imploranti».

Gli ultimi messaggi ai familiari dei malati affidati agli operatori sanitari

Ed è di questa profonda solitudine e sofferenza percepita nello sguardo degli ammalati che molti medici e infermieri hanno parlato durante le sedute di psicoterapia. «Non di rado quei pazienti convinti di non riuscire a sconfiggere la malattia – continua Torricelli – affidavano a chi si prendeva cura di loro gli ultimi pensieri da riportare ai propri cari. E per i medici era dolorosissimo comunicare con i familiari degli ammalati solo attraverso un telefono – aggiunge la psicoterapeuta -, senza la possibilità di incontrarli, sostenerli emotivamente. Quelle voci disperate, di chi aveva appena saputo di aver perso un padre, una madre, un figlio, una moglie o un marito, continuavano a risuonare nelle loro teste anche quando il turno di lavoro era ormai finito. Suoni che si associavano ai rumori dei sacchi neri e delle barelle con cui venivano portati via i cadaveri».

Le storie dei pazienti

Tra i pazienti degli psicoterapeuti Emdr non ci sono solo i medici e il personale sanitario che lavorano al fronte, ma anche coloro che hanno contratto il Covid ed hanno affrontato un lungo periodo di ospedalizzazione. «Pure tra i pazienti, così come accaduto tra i medici – spiega Torricelli -, il racconto dei traumi vissuti si è modificato nel tempo. Le prime persone che hanno contratto il Covid-19 uscite dalle terapie intensive non avevano la minima idea di cosa gli fosse accaduto e, soprattutto, non avevano la percezione delle reali dimensioni della pandemia».

Il ricovero in terapia intensiva ricordato come l’oggetto di un sogno

Tanti racconti di chi è stato in terapia intensiva hanno come oggetto una sorta di sogno che mescola immagini irreali a sensazioni fisiche realmente percepite. «Come la storia riportata durante la psicoterapia da un uomo che era convinto di aver viaggiato su una barca dormendo accanto a pesci freddi appena pescati. Il freddo – spiega l’esperta – era una sensazione reale a cui il paziente aveva associato un’immagine fantasiosa».

Il ritorno alla vita normale

Anche tornare alla vita di tutti i giorni, rispettando quelle misure di sicurezza adottate a livello nazionale, non è stato facile. «Durante l’estate tanti pazienti hanno dovuto superare il trauma di indossare la mascherina. Il senso di soffocamento accentuato dal caldo – dice Torricelli – gli riportava alla mente la mancanza d’aria percepita durante la fase acuta della malattia».

E continuare la routine di sempre è stato difficile anche per chi durante questa pandemia ha perso una persona cara. «Pure parenti e amici di coloro che sono morti a causa del Covid si sono sottoposti, o seguono tuttora, la terapia Emdr. Il loro dolore più grande è causato dalla mancanza di un degno ultimo saluto. C’è chi ha accompagnato la propria moglie all’ingresso del pronto soccorso e, allontanatosi per parcheggiare la macchina, ha poi scoperto di non poterla più vedere. Nei momenti più critici tantissime persone hanno dovuto rinunciare pure alla cerimonia funebre. Ma tra i traumi più grandi da affrontare c’è senza dubbio l’aver contagiato una persona cara che, poi, non ha superato la malattia. Il dolore che genera da questo senso di colpa – conclude la psicoterapeuta – è straziante».

 

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