Salute 25 Gennaio 2019 18:47

Diabete, Raffaella Buzzetti (endocrinologa) : «Nuovi farmaci: ecco come l’innovazione migliora la qualità di vita dei pazienti»

Il Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio: «L’università ha il dovere di formare e aggiornare gli specialisti su tutte le novità diagnostiche e terapeutiche. Patologie complesse come il diabete di tipo 1 richiedono competenza e preparazione»

di Isabella Faggiano
Diabete, Raffaella Buzzetti (endocrinologa) : «Nuovi farmaci: ecco come l’innovazione migliora la qualità di vita dei pazienti»

I diabetici possono dire addio agli aghi: la glicemia può essere misurata con un sensore interstiziale  e l’insulina somministrata senza iniezione. Sono solo due delle novità che hanno migliorato la vita dei pazienti, specialmente di coloro che, affetti dal  diabete di tipo 1, devono fare in conti con questa patologia per tutta la vita.

Ed è stata proprio l’innovazione, in campo diagnostico e terapeutico, il tema al centro del corso ECM “Le nuove sfide per la gestione e la cura del diabete di tipo 1”, tenutosi nei giorni scorsi Roma e promosso dal dipartimento di Medicina Sperimentale dell’università la Sapienza.

«Negli ultimi 20 anni la qualità di vita dei pazienti diabetici è migliorata in maniera sostanziale – ha commentato  Raffaella Buzzetti, professore associato di Endocrinologia all’università la Sapienza di Roma e responsabile scientifico del Corso – soprattutto grazie al contributo delle nuove tecnologie. Oggi, è possibile controllare la glicemia interstiziale utilizzando dei sensori, un metodo non invasivo, adatto soprattutto ai bambini». Nessuna puntura, né con ago, né con spillo: la goccia di sangue normalmente utilizzata per la misurazione con il classico glucometro non è necessaria, è sufficiente il contatto con la pelle.

Anche l’erogazione dell’insulina ha subìto una rivoluzione: «Attualmente – ha aggiunto la professoressa – può essere effettuata attraverso un apparecchio che non impone l’iniezione tramite ago». Ugualmente notevoli i contributi offerti dalla ricerca in campo farmacologico: «Le insuline oggi utilizzate – ha spiegato Buzzetti – sono molto più efficaci e provocano meno ipoglicemia, rispetto a quelle di vecchia generazione».

E a beneficiare di queste innovazioni che semplificano la vita quotidiana non sono in pochi: «La diffusione del diabete mellito è in aumento: ne soffre il 6-7 % della popolazione italiana. Il 90% di questi pazienti – ha spiegato la professoressa di Endocrinologia all’università Sapienza – è affetto dal diabete di tipo 2, mentre il restante 10% dal diabete di tipo 1. Quest’ultimo, in particolare, si può manifestare a qualsiasi età, con un picco di incidenza nel periodo dell’infanzia, verso i 5 anni, e in adolescenza, a circa 12 anni. Ciò non esclude che si possa ammalare di diabete di tipo 1 !anche una persona di 60 anni. Generalmente, quando il diabete autoimmune si manifesta in età adulta si tratta di forma specifica della malattia chiamata Lada (acronimo dall’inglese: Latent Autoimmune Diabetes in Adults) ed ha una evoluzione molto più lenta e una diagnosi meno rilevante e drammatica, rispetto a quando si verifica nei primi anni di vita».

Affinché i pazienti possano beneficiare di tutte le innovazioni diagnostiche e terapeutiche disponibili, gli specialisti che le utilizzano devono costantemente informarsi per rimanere al passo coi tempi. «L’università – ha detto Eugenio Gaudio, Rettore dell’Università Sapienza di Roma – ha un compito importante: formare ed aggiornare i nuovi medici su tutte le novità diagnostiche e terapeutiche che, per il diabete di tipo 1, sono piuttosto notevoli. Innanzitutto è cambiata la conoscenza di questa patologia: oggi abbiamo molte più informazioni da un punto di vista patogenico. Basti pensare che quando io ero uno studente – ha raccontato il Rettore – il diabete di tipo 1 era chiamato diabete insulino-dipendente.I nostri medici, i nostri specialisti – ha aggiunto Gaudio – devono essere preparati ad affrontare e bilanciare le cure di questa malattia che, in quanto cronica, insorge in giovanissima età ed accompagna il paziente per decenni e decenni. Un compito impegnativo, dunque, e l’unico modo per affrontarlo – ha concluso – è essere competenti e preparati».

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