Salute 30 Giugno 2021 12:36

Come diagnosticare l’Alzheimer due anni prima? Grazie alla dopamina. Lo studio Campus-Santa Lucia

«Identificare possibili pazienti permette di poter agire sui cosidetti fattori modificabili» spiega il prof. D’Amelio a Sanità Informazione. «Lo studio apre nuove prospettive terapeutiche personalizzate» precisa la dottoressa Serra

Come diagnosticare l’Alzheimer due anni prima? Grazie alla dopamina. Lo studio Campus-Santa Lucia

Sono 600.000 le persone che convivono con la malattia di Alzheimer, la prima causa di demenza nella popolazione italiana. Non esistono farmaci per curarla; i pochi a disposizione, sono efficaci solo nelle fasi iniziali e non riescono a migliorare il quadro clinico già compromesso. È per questo che la prevenzione e la diagnosi precoce sono fondamentali per affrontare la malattia con tutte le armi che la ricerca in neuroscienze mette a disposizione.

Lo studio e il ruolo della dopamina

Lo studio pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease condotto da Laura Serra del Laboratorio di Neuroimmagini del Santa Lucia IRCCS di Roma in sinergia con Marcello D’Amelio, Professore di Fisiologia Umana dell’Università Campus Biomedico, e Marco Bozzali, Professore di Neurologia dell’Università di Torino, apre opportunità importanti e diverse prospettive sia diagnostiche che terapeutiche.

Lo stesso team, già nel 2017, aveva individuato nell’area tegmentale ventrale (vta), legata alla produzione di dopamina, uno dei primi eventi nel corso di sviluppo di malattia. «La vta è una piccola regione del tronco encefalo costituita da 600-700mila neuroni che producono un neurotrasmettitore, la dopamina – spiega il professor D’Amelio a Sanità Informazione -. Viene rilasciata nelle aree dell’encefalo che regolano diverse funzioni, cognitive e non cognitive. Il ridotto o mancato rilascio di dopamina in queste aree determina un deterioramento sia delle funzioni cognitive che delle funzioni non cognitive».

Lo studio e il ruolo della dopamina

Il nuovo paradigma sull’Alzheimer: farmaci diversi per fasi diverse di malattia

La conclusione a cui arriva lo studio è sorprendente: la riduzione delle connessioni della vta anticipa di circa due anni i danni ad altre aree del cervello e la comparsa dei primi sintomi. Un’analisi della vta, dunque, è in grado di “prevedere” l’evolversi della situazione prima che si sviluppino gli effetti della malattia.

Il vantaggio della diagnosi precoce è, chiaramente, poter avviare un trattamento farmacologico per contrastare l’evolvere della malattia. «Questo significa identificare dei target e somministrare farmaci diversi per fasi diverse di malattia. In futuro la terapia dell’Alzheimer sarà una politerapia – continua il professore -, un farmaco che ha più molecole in grado di agire su diversi target. Identificare dei pazienti e sapere che di lì a due anni possono sviluppare demenza permette di poter agire sui cosiddetti fattori modificabili: la correzione della pressione arteriosa, il profilo lipidico la condizione di diabete. Tenere sotto osservazione questi valori può, in qualche modo, rallentare le sorti della malattia o comunque ridurne la progressione».

I risultati della ricerca: diagnosticare la malattia due anni prima che si manifesti

La ricerca si è sviluppata osservando per 24 mesi la vta di 35 pazienti con disturbo cognitivo lieve, un fattore di rischio per lo sviluppo di Alzheimer e di altre forme di demenza. «In questo studio – evidenzia Laura Serra nell’intervista al nostro giornale – abbiamo documentato la funzionalità del cervello a riposo, la degenerazione di questo piccolo nucleo di cellule e la sua reazione con una disfunzione molto più vasta che si crea all’interno della rete cerebrale chiamata Default Mode Network. È la rete che utilizziamo per le nostre funzioni cognitive di base. L’alterazione di vta, che è molto distante da questa rete cerebrale, causa un malfunzionamento in questa rete provocando una serie di sintomi comportamentali ma anche cognitivi come i disturbi della memoria e dell’umore. Sintomi tipici della malattia di Alzheimer in fase avanzata. Abbiamo osservato che questa disconnessione è osservabile due anni prima della comparsa delle manifestazioni».

La svolta: riconoscere i pazienti che svilupperanno la malattia di Alzheimer

Dopo due anni, in 16 dei 35 pazienti il disturbo cognitivo lieve è diventato malattia di Alzheimer. Questa conversione è stata anticipata da una significativa riduzione della connettività della vta verso zone cerebrali critiche per i sintomi della malattia. Nei pazienti che non hanno sviluppato la malattia, invece, la vta ha mantenuto inalterata la sua funzione. «Questo ci permette di classificare in maniera corretta i pazienti che svilupperanno malattia di Alzheimer da quelli che manterranno un disordine cognitivo lieve che nel breve periodo non evolverà in Alzheimer – aggiunge la dottoressa -. Ci sono dei segni inequivocabili che possono essere colti. Le tecniche di risonanza magnetica sono in grado di differenziare queste persone che potranno sviluppare in seguito la malattia di Alzheimer da quelli che invece avranno un invecchiamento di successo non causato da una degenerazione sottostante. In questa finestra temporale sarà possibile intervenire sullo stile di vita del soggetto per proteggerlo e rallentare l’eventuale declino cognitivo e progressione».

Ripensare il modello neuropatologico della malattia di Alzheimer è, dunque, l’obiettivo di questo lavoro: «La malattia di Alzheimer è più complessa di come è stata conosciuta e pensata fino ad oggi – conclude la dottoressa Serra -. Gli studi dimostrano che altri sistemi neurotrasmettitoriali possono essere coinvolti nella fase precoce della malattia. Abbiamo spostato il paradigma su un altro neurotrasmettitore e questo potrà aprire nuove prospettive terapeutiche e proporre una serie di interventi differenziati rispetto alle diverse fasi della malattia».

 

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato

Articoli correlati
Covid-19, svelato il motivo per cui i bambini si ammalano molto meno
Una molecola “chiave” che apre le porte al virus è meno attiva. Lo hanno scoperto i ricercatori del CEINGE-Biotecnologie Avanzate di Napoli, studiando i meccanismi di attacco del virus all’interno delle prime vie respiratorie in soggetti di età inferiore o superiore ai 20 anni
Alzheimer, Spadin (AIMA): «Svolta storica, scoperta una molecola efficace sulla malattia e non solo sui sintomi»
Prof. Rossini (Irccs San Raffaele Roma): «Serve una profonda revisione dell’organizzazione diagnostica per permettere su larga scala un’attività di diagnosi precoce su tutto il territorio»
Fda approva un nuovo farmaco contro l’Alzheimer. Ne parliamo con il prof. Tedeschi (presidente SIN)
Serviranno ulteriori test ma l'approvazione FDA è un segno forte. Il prof. Tedeschi (SIN) ci spiega come interviene sull'amiloide e la rimuove nei pazienti con un declino cognitivo lieve, delineando una terapia preventiva efficace per il morbo di Alzheimer
Vaccinazione anti Covid-19, Iss: «Crollano dell’80% le infezioni, del 90% i ricoveri e del 95% i decessi»
Il primo studio nazionale sull'impatto della vaccinazione anti Covid-19 è un’analisi congiunta dei dati dell’anagrafe nazionale vaccini e della sorveglianza Integrata Covid-19
Lazio, ridotta del 91% incidenza ricovero per over 80 vaccinati. Zingaretti: «Punto di svolta, avremo un’estate diversa»
Lazio prima Regione a studiare effetti vaccini su popolazione. L'assessore alla Sanità D’Amato: «Lavoro straordinario, risultati lusinghieri che dimostrano l’importanza di tutti i vaccini»
GLI ARTICOLI PIU’ LETTI
Non Categorizzato

Covid-19 e vaccini: i numeri in Italia e nel mondo

Al 30 luglio, sono 196.654.595 i casi di coronavirus in tutto il mondo e 4.199.164 i decessi. Ad oggi, oltre 4 miliardi di dosi di vaccino sono state somministrate nel mondo. Mappa elaborata dall...
Covid-19, che fare se...?

Posso bere alcolici prima o dopo il vaccino anti-Covid?

Sbronzarsi nei giorni a cavallo della vaccinazione può compromettere la risposta immunitaria e, dunque, depotenziare gli effetti del vaccino?
Salute

Guida al Green pass, può essere revocato? Serve anche ai ragazzi? Le risposte di Cittadinanzattiva

Chi ne è esentato? E cosa deve fare chi è guarito? Intervista a Isabella Mori, Responsabile del servizio tutela di Cittadinanzattiva