Lavoro 21 Aprile 2020

«Oggi abbiamo vinto noi», racconti intensi dalle terapie intensive Covid-19 sul blog di Siaarti

«Così nel caos di un reparto che gira e rigira, un’anima va via e nessuno se n’è reso conto. Manco il vicino di letto, perché anche lui sta male». Le dolorose testimonianze di chi affronta l’esito peggiore del virus

di Gloria Frezza
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Gesti rapidi, ben calcolati e tempi sempre stretti. La vita degli operatori sanitari in terapia intensiva il Covid-19 l’ha trasformata in un’esperienza dolorosa. Dai turni sfiancanti e dai tanti volti che si vedono per l’ultima volta non ci si riprende facilmente, e c’è sempre poco tempo per processare quanto sta accadendo. Il blog “Scriviamo la storia” è nato per questo. Parte da un’iniziativa della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti), per dare modo agli operatori di raccontare la propria testimonianza e provare a comprenderla.

Oltre 100 le storie finora sul portale: sfoghi, pensieri e riflessioni sul domani visto dalla terapia intensiva. La maggior parte viene da Lombardia ed Emilia Romagna, due delle regioni più colpite, ma nel blog c’è tutta l’Italia dietro la mascherina. «Crediamo nel potere curativo delle parole – si legge nell’intestazione – crediamo che “liberandosene” si possa stare un po’ meglio».

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«Così nel caos di un reparto che gira e rigira, un’anima va via e nessuno se n’è reso conto. Manco il vicino di letto, perché anche lui sta male». Il contributo di Fabiana, infermiera di 25 anni, inizia così. La paura è quella di assuefarsi alla morte, di dimenticare la compassione per chi muore nel caos della terapia intensiva. «Va via nel silenzio di macchinari che suonano – aggiunge – e di persone che passano davanti alla stanza e non hanno il tempo di fermarsi e di pazienti che dalle altre stanze si lamentano». L’unico modo per non esserne sopraffatti è provare a non interiorizzare: «Stiamo diventando delle macchine insensibili. Abbiamo costruito un muro per non farci male, ma quale tristezza ci pervade dentro e non lo sappiamo».

Il lavoro, che per molti è sempre stato una passione da mettere al primo posto, in questi giorni in cui il virus ci costringe in casa, diventa una tortura. «Continuo a chiedermi se quando tutto questo sarà finito vorrò ancora fare questo lavoro o se ne sarò capace – si legge in un contributo anonimo del 13 aprile -. Sono talmente confusa che mi sembra di non sapere più niente». Anche a casa, scrive, il pensiero non va via e la testa non si stacca: «L’aria è pesante lo stesso. Faccio le cose che mi piacciono, leggo, disegno, ma è tutto pesante. Con addosso il pensiero che fra sei ore tanto devo tornare a lavoro. Non passa più».

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In prima linea significa anche rischio e paura. A volte si passa dalla parte di chi cura a quella degli ammalati. Una di loro racconta di sentirsi un “pesce fuor d’acqua” adesso. Tornata dopo un mese di Covid-19 ai suoi reparti, colpita dalla mole di oggetti appartenuti a pazienti deceduti, accatastata in un corridoio abbandonato. «Ognuna col nome e cognome ben in vista, in attesa che qualcuno se ne ricordi – descrive –. Pochi vestiti, occhiali, libri, telefoni, fedi nuziali. Una specie di Museo dell’Olocausto».

«Scusate – scrive un anonimo dalla Toscana – non eravamo così. Mi tocca chiedere scusa per cose che non vorrei fare o per quel vorrei fare e non posso. Vogliamo tornare ad assistervi come meglio ci riesce e a commuoverci e toccarci gli occhi. Scusate. Sento sempre il bisogno di dirlo. Mi serviva scriverlo».

Qualcuno, come l’infermiera Laura, racconta una storia delicata, “non eclatante”. Un uomo che migliora a vista d’occhio, che chiede spaesato di poter inviare un messaggio alla moglie. Poco dopo il telefono di Laura è nelle sue mani, che tremano mentre piange di commozione: «Continua a ringraziarmi come se gli avessi fatto il più bel dono del mondo, mi allontano e torno ai miei mille pensieri ma questa volta offuscati dai miei occhi lucidi, nascosti da mille protezioni».

L’empatia verso i pazienti e i ringraziamenti per l’impegno diventano il carburante per farsi forza in reparto. Un infermiere emiliano racconta il suo rapporto con la signora Carla, che non può parlare a causa di una tracheostomia, a cui si ferma a tenere la mano. «Quel “grazie” vale più di mille medaglie o ritorni economici per me – scrive – perché ho scoperto finalmente cosa è la vera empatia e mi sono sentito gratificato del mio lavoro. L’alba tornerà e andrà tutto bene».

Tra i tanti racconti di dolore e frustrazione, alcuni regalano speranza e assomigliano a un sospiro di sollievo. Uno che si intitola “Oggi abbiamo vinto noi” viene dalla Lombardia. Dopo 23 giorni di terapia intensiva, la prima paziente che torna a respirare. «Oggi abbiamo vinto noi nelle nostre tute 4 taglie più grandi, senza identità per i nostri pazienti, sudati, con il triplo guanto, la mascherina, la doppia cuffia e la visiera, e una sete allucinante». Una vittoria che può cancellare molti giorni disperati, un brano che si conclude con un invito a tutti i colleghi: «Tutto questo per arrivare oggi qui. Tutto questo per non smettere. Qui si lotta».

 

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