Lavoro 15 Aprile 2020 12:56

«Otto ore dentro un’armatura senza bere né mangiare. Per farlo dovrei cambiare i Dpi, ma sarebbe uno spreco»

Le storie di trincea di una cardiologa e del primario di neurologia dell’Auxologico milanese pubblicate su prestigiose riviste mediche internazionali

di Tommaso Caldarelli
«Otto ore dentro un’armatura senza bere né mangiare. Per farlo dovrei cambiare i Dpi, ma sarebbe uno spreco»

Una vita trasformata, un ruolo trasfigurato, quello dei medici e del personale sanitario negli ospedali italiani che combattono contro il Coronavirus: «Non sono più una donna e un dottore, ora sono solo un medico, un soldato nella guerra contro il virus». A parlare è Silvia Castelletti, cardiologa all’ospedale Auxologico di Milano, che vede un suo intervento in presa diretta – vivido e struggente – pubblicato sul sito web del prestigiosissimo New England Journal of Medicine, la più antica e autorevole rivista medica al mondo; solo una delle molte pubblicazioni dell’austero ecosistema della ricerca che sta dando spazio ai racconti dei colleghi al lavoro negli ospedali italiani.

«Sono grata al NEJM per avermi dato l’opportunità di condividere la mia esperienza», ha detto proprio la dottoressa Castelletti, contattata da Sanità Informazione: «Ho scritto la mia testimonianza di getto, in dieci minuti, e mi ha emozionata e fatto piacere che sia stata pubblicata. È una testimonianza che ho scritto pensando anche a tutti i miei colleghi medici, ma anche infermieri, operatori sanitari, gente che si occupa del servizio di pulizie o mensa in ospedale, tutto il personale insomma che continua a venire a lavorare in ospedale. A loro è dedicato quanto ho scritto».

Ciò che spicca nel racconto della dottoressa Castelletti è in effetti proprio il punto di vista, il rapporto fra medico e medico: la routine di alienazione, le attenzioni quasi rituali che i dottori ed il personale sanitario al lavoro nei reparti Covid stanno ormai vivendo come parte della propria quotidianità. La procedura di vestizione, in particolare, è caratterizzata da una attenzione maniacale ad ogni dettaglio: «È lì che ti sale l’adrenalina. Sei nella stanza con i tuoi colleghi, provi a fare una battuta ma nei tuoi occhi c’è solo la tua preoccupazione su quanto riuscirai a proteggerti adeguatamente mentre centriamo ogni passo nella vestizione: guanti, tunica, secondo paio di guanti, occhiali, cuffia, maschera, visore, scarpe e copriscarpe. E nastro su nastro per tenere tutto sigillato. La persona che ti aiuta a vestirti scrive il tuo nome e il tuo ruolo sulla tua veste da laboratorio con un pennarello rosso, perché quando siamo così vestiti nessuno si può riconoscere. Quando ti dice “fatto”, ecco, è tempo di entrare in reparto».

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Mentre chi entra in turno si fa raccontare quanto avvenuto dai propri «esausti colleghi» che smontano, il corpo si adatta alla situazione da trincea; la propria routine ospedaliera di gennaio sembra un ricordo lontano e i turni di terapia intensiva prima dell’emergenza «al paragone di quel che stiamo vivendo, sembrano un gioco da ragazzi». Spesso non ci si rende conto che il personale sanitario è sigillato otto ore dentro un’armatura, e quando si intende sigillato, si intende proprio sigillato. «Il turno è reso ancora più lungo e senza fine dalla sete, dalla fame e dalle tue normali necessità, tutte cose che non puoi fare mentre sei al lavoro: bere, mangiare o andare al bagno significherebbe toglierti l’equipaggiamento protettivo. Troppo rischioso. E troppo costoso. I DPI sono preziosi, e toglierli significa doverli rimpiazzare, riducendone la quantità disponibile per i tuoi colleghi. Devi essere parsimoniosa, devi resistere e indossare un pannolone che speri di non usare, perché la tua dignità e il tuo stato psicologico sono già abbastanza compromessi dal lavoro che stai facendo».

Vincenzo Silani, primario di neurologia all’Auxologico e professore ordinario di neurologia all’Università di Milano e tra i primi a evidenziare e descrivere i sintomi neurologici da Covid-19, fa il punto sia sulla situazione nei reparti Coronavirus sia sul riflesso che la situazione epidemica sta avendo sui pazienti neurologici italiani; ne scrive in un “editoriale invitato”, riconoscimento di assoluto prestigio, sulla più importante rivista mondiale di neurologia, la “Neurology”, edita dell’American Academy of Neurology:  «È stato un grande onore ricevere un invito formale dall’Editor di Neurology, l’organo ufficiale della Accademia Americana di Neurologia, a fotografare la realtà assistenziale italiana in emergenza Covid-19 e con speciale riferimento al ruolo della neurologia – ha detto Silani in un commento inviato a Sanità Informazione -. Ho così potuto rendere planetario il messaggio che Covid-19 ha un coinvolgimento anche neurologico, allertando i colleghi nel mondo ed informando che la Società Italiana di Neurologia (SIN) si era prontamente mossa con un censimento di tutte le complicanze neurologiche nei pazienti Covid-19 italiani».

L’articolo pubblicato su Neurology fa in effetti il punto sullo stato dei pazienti dopo la chiusura dei reparti a loro dedicati: «Le visite ambulatoriali dei pazienti neurologici sono state chiuse e moltissimi di questi pazienti sono ora confinati a casa e lasciati senza alcun supporto medico, completamente a carico dei loro caregivers – spiega il professor Silani -. La farmaco-continuità è un problema reale se pensiamo ad esempio ai pazienti immunosoppressi o con la sclerosi multipla e malattie assimilabili. (…) I pazienti con stati di demenza diventano un peso estremamente pesante sui loro familiari e i casi SLA e altre patologie neuromuscolari presentano problemi ulteriori e specifici collegati a possibili deficit respiratori. (…) Un’altra questione cruciale in questi giorni è il poter continuare a fornire farmaci sperimentali ai pazienti neurologici perché vengano continuati i test clinici e la raccolta di dati».

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La Società Italiana di Neurologia ha caricato intanto sui suoi portali gli esiti di ricerca, continuamente aggiornati e derivanti dalle osservazioni proprio del professor Silani. «Nei pazienti Covid-19 – spiega il neurologo – si stanno manifestando fenomeni neurologici. Ageusia e iposmia sono di frequente segnalati dai pazienti, il che suggerisce una diffusione del virus nel cervello sulle connessioni olfattive. Infarto, epilessia, delirio e meningoencefalite sono state analogamente segnalate. Inoltre, si riscontrano coinvolgimenti del sistema nervoso periferico nelle forme delle neuropatie e coinvolgimenti muscolari con mialgia e aumenti nella creatinachinasi. Sul fronte della ricerca, la comunità neurologica messa a confronto con l’attuale pandemia dovrà meglio determinare gli aspetti neurologici del Covid-19», continua Silani.

Fra ipotesi di ricerca e turni massacranti, insomma, la vita dei medici nei giorni del Coronavirus non potrebbe essere più complessa. «Quando arriva la fine del turno – torniamo al racconto della dottoressa Castelletti – arrivano i rinforzi, altri colleghi ti danno il cambio. Dai loro le istruzioni necessarie, le cose da fare, quelle da evitare. Puoi andare a casa, ma prima di tutto devi levarti le protezioni, e devi essere molto attento con ogni movimento che fai. È un altro rituale che deve essere celebrato con calma, perché tutto ciò che stai indossando è contaminato e non deve entrare in contatto con la tua pelle. (…) Ogni movimento deve essere lento, finalmente ti puoi levare la maschera e, quando la sfili, un dolore lancinante ti arriva dai tagli che sanguinano sul tuo naso. Il nastro non è bastato, il naso ti fa male e sanguina». Seconda svestizione con camici ordinari per andare negli spogliatoi, si arriva a casa, dove prima di entrare è necessario mettere da parte i vestiti per non contaminare la casa, e farsi subito un’altra doccia perché il virus potrebbe essere anche nei capelli: «Il turno è finito. La lotta è appena iniziata».

 

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