Salute 15 Aprile 2020 09:47

Lombardia, lo sfogo dei medici di medicina generale: «Ci dicevano che il tampone non serviva. Così siamo diventati vettori del virus»

Attivate le Unità speciali di continuità assistenziale. Roberto (medico di famiglia): «Pochi medici e troppa burocrazia, due giorni per prendere in carico un malato sono troppi». Andrea (medico di continuità assistenziale): «Dopo un mese e mezzo atteggiamento inaccettabile». La Regione effettuerà 20mila test sierologici al giorno, a partire da medici e operatori sanitari

di Federica Bosco
Lombardia, lo sfogo dei medici di medicina generale: «Ci dicevano che il tampone non serviva. Così siamo diventati vettori del virus»

In Lombardia via libera ai test sierologici. Dopo il dibattito sempre aperto sui tamponi fatti e non fatti che ha diviso l’opinione pubblica, a partire dal prossimo 21 aprile saranno effettuati 20mila test sierologici al giorno, a cominciare da operatori sanitari, medici e cittadini che devono tornare al lavoro in particolare nelle zone più colpite, Bergamo, Brescia, Cremona e Lodi. A comunicarlo è stato il Governatore Attilio Fontana in una nota in cui si precisa che “i test, ideati e testati dall’IRCCS San Matteo di Pavia, certificheranno l’immunità al virus e permetteranno di gestire in modo consapevole la fase 2”. Un cambio di passo dunque che permetterà di pensare ad un dopo pandemia, anche se oggi occorre ancora fare i conti con l’emergenza che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario.

Nelle scorse settimane si è corsi ai ripari mettendo in campo le Usca, ovvero le Unità speciali di continuità assistenziale, che dovrebbero permettere un controllo costante dei pazienti malati o sospetti Covid a casa. Di fatto a Milano sono operative da venerdì 3 aprile, non senza polemiche. I primi a denunciare un sistema che non funziona a dovere sono i medici di famiglia. Roberto (nome di fantasia) ha uno studio in una zona periferica, dove i positivi e i sospetti Covid sono molti e, tra una visita e l’altra, dopo tre tentativi andati a vuoto, riesce a trovare dieci minuti per raccontarmi la quotidianità di chi vive in prima linea la battaglia contro il Coronavirus.

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«Nessuno di noi medici è stato tamponato – puntualizza subito –, neppure quando siamo stati a contatto con pazienti Covid conclamati. Io ho avuto un caso positivo in famiglia, a cui avevo prestato tutte le cure del caso. Nonostante la mia paziente sia finita in ospedale, in condizioni gravi, non ho potuto fare il tampone ed ho continuato a lavorare. Quotidianamente faccio visite a domicilio, con le dovute protezioni si intende, ma ciò non toglie che io, come molti miei colleghi, possa essere stato causa di altri contagi».

«Ritmi frenetici e numeri da guerra rappresentano una quotidianità – racconta come un fiume in piena Roberto – ed ora a complicare le cose sono state attivate le Usca. Se il fine è buono, diciamo che il mezzo non funziona bene. C’è troppa burocrazia – lamenta il medico di famiglia –. Io ad oggi, nonostante abbia diversi pazienti Covid, ho attivato il protocollo una sola volta, peraltro senza avere un esito positivo».

Sul sito dell’Ats si invitano i cittadini a contattare il numero verde regionale 800894545 oppure a rivolgersi telefonicamente al proprio medico di base. Ed è proprio Roberto che ci spiega come funziona questo nuovo servizio che dovrebbe garantire assistenza ai malati o ai sospetti Covid in casa, in modo da alleggerire pronto soccorso e ospedali. «La regia è affidata alle Ats e prevede una prima attivazione da parte del medico di famiglia che deve compilare una scheda relativa al paziente da monitorare, una procedura a cui occorre prestare attenzione per non compromettere il buon esito della presa in carico».

«Una volta inviato il documento tramite e-mail all’Ats città metropolitana – prosegue -, c’è una commissione che valuta la scheda che poi viene girata ai medici del servizio Usca. L’unità assistenziale, che prende in carico il paziente, va al suo domicilio per l’assistenza del caso e poi fa una seconda scheda che viene inviata  al medico di famiglia per garantire un filo diretto. Tutto ciò naturalmente richiede tempo e nel migliore dei casi la visita domiciliare si effettua dopo due giorni dalla prima e-mail inviata dal medico di base alla commissione Ats. Tutto tempo perso – ammette Roberto –, troppo per una situazione di emergenza. Le richieste sono tante, i medici troppo pochi. Ad essere presi in carico sono sia i pazienti positivi che i sospetti Covid. I tempi dunque si dilatano perché la mole di gente da visitare è tanta. Nel mio caso il paziente già positivo accertato stava facendo la terapia a base di idrossiclorochina a casa dove, nel giro di qualche giorno, è peggiorato. Ho dovuto così attivare l’Usca, l’avrei visitato io, ma non ho i dispositivi di protezione, e poiché l’Usca non arrivava, il mio paziente è stato costretto a tornare in ospedale ed è stato ricoverato».

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«Per migliorare l’Usca sarebbe indispensabile accorciare la burocrazia, potremmo attivare noi le unità senza passare dall’Ats e da una commissione che di sicuro è congestionata – ipotizza Roberto -. Io dovrei attivare la procedura e il medico dovrebbe uscire subito, non certo dopo 2 o 3 giorni. Non ha senso, soprattutto se una persona va in insufficienza respiratoria. Fa in tempo a morire oppure nel migliore dei casi ad essere ricoverato. Poi è necessario aumentare i numeri dei medici per essere efficienti. Ora la città metropolitana ha attivato due medici in più, però non bastano per smaltire questa mole di lavoro».

«Le Usca a Milano sono partite solo da dieci giorni. Senza dubbio ci sono delle criticità, anche perché sono solo due per una città di un milione e trecentomila abitanti – interviene Andrea (nome di fantasia), medico di continuità assistenziale -. Saranno tre a breve, ma in realtà oggi stanno lavorando solo su due. I medici mancano perché la metà sono malati. Nel territorio di Farini, ad esempio, che è uno di quelli con l’Usca attivata, ci sono tantissime richieste, ma i medici sono solo tre. Il reclutamento è cominciato anche da poco, è vero, ma è altrettanto vero che molti medici stanno cercando di aderire. Le difficoltà hanno radici profonde – aggiunge Andrea –. Occorreva fare più tamponi e fino ad un mese fa avrebbero potuto salvare molte vite. A noi medici dicevano “se stai bene e lavori, non serve il tampone”, invece sarebbe servito eccome. Così siamo diventati dei vettori del virus, nostro malgrado. A me è capitato di lavorare con un collega che si è ammalato in modo importante e gli è stato fatto il tampone, ovviamente risultato positivo. Io ho chiesto ripetutamente di essere sottoposto al tampone, ma la risposta è sempre stata negativa».

«Oggi fare i tamponi è persino superfluo. Ormai sono troppi gli asintomatici, un mese fa avrebbe fatto la differenza invece. Ci è capitato addosso uno tsunami, all’inizio non eravamo preparati, ma dopo un mese e mezzo non è più accettabile un atteggiamento del genere. Io continuerò a vedere i miei pazienti perché faccio il medico, almeno mi aspetto di avere l’attrezzatura necessaria perché anche su quella ci sono state troppe lacune. I test possono mettere a posto le cose? Sicuramente saranno utili per capire chi ha avuto la malattia in modo asintomatico, certo non per risolvere l’emergenza», conclude Andrea.

 

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