Formazione 25 Novembre 2020 17:03

Intervista ad Antonella Polimeni, prima Rettrice della Sapienza: «Didattica sempre più innovativa e internazionale»

«Mi auguro che questa emergenza sia un’occasione per finanziare in maniera adeguata la formazione e la ricerca, e a stimolare un’importante riflessione sul SSN. Vorrei che le tre Facoltà romane di Medicina sviluppassero insieme una progettualità per migliorare l’offerta sanitaria ai cittadini e l’offerta didattica»

Intervista ad Antonella Polimeni, prima Rettrice della Sapienza: «Didattica sempre più innovativa e internazionale»

Antonella Polimeni è la nuova Rettrice della Sapienza per il sessennio 2020-2026. Professoressa ordinaria nel settore scientifico disciplinare delle Malattie odontostomatologiche, è anche l’attuale preside della Facoltà di Medicina e odontoiatria.

Alla prima tornata elettorale, è riuscita a ottenere la maggioranza assoluta dei voti, raggiungendo la percentuale del 60,7%. Succede a Eugenio Gaudio, che ha guidato la Sapienza dal 2014 al 2020, l’università più grande d’Europa con più di centomila iscritti e quasi cinquemila docenti. Raggiunta telefonicamente, ha esposto con orgoglio il suo programma a Sanità Informazione e tracciato la rotta da seguire nei prossimi sei anni: dai finanziamenti alla ricerca all’aumento delle borse di specializzazione per contrastare l’imbuto formativo, passando per la didattica a distanza per arrivare alla medicina del futuro.

La prima donna Rettrice a guidare l’ateneo più grande d’Europa, dopo oltre settecento anni di storia. Quali sono i punti fermi del suo programma di governo e le priorità da cui intende partire?

«Innanzitutto, un’università sempre più inclusiva per gli studenti. In questo momento storico, è importante rendere disponibili e in sicurezza gli spazi per lo studio, soprattutto per gli studenti fuori sede che sono i più disagiati. Un altro punto strategico del programma riguarda la semplificazione amministrativa dell’ateneo che fa recuperare tempo e risorse nei processi. E poi, c’è il tema della centralità dei dipartimenti nella loro programmazione e quello di una didattica sempre più innovativa e internazionale. Sapienza ha lavorato molto su questo negli ultimi anni, il numero degli studenti stranieri è cresciuto: per questo, bisognerà potenziare le infrastrutture e lavorare su una progettualità di comunicazione per rendere più attrattiva la nostra offerta formativa nazionale e internazionale andando incontro alle esigenze del mondo del lavoro. Puntiamo all’implementazione della ricerca di base, applicata, traslazionale e sempre più transdisciplinare, con il potenziamento di infrastrutture di ricerca e un’attenzione particolare al tema del trasferimento tecnologico. È importante mantenere i nostri giovani più brillanti all’interno dell’Ateneo, investendo sul nostro capitale umano e migliorando l’attrattività per i ricercatori che vengono dall’esterno. È necessario fare un lavoro capillare sugli spazi di ricerca, una valorizzazione del patrimonio culturale e architettonico di Sapienza che è un museo a cielo aperto. Abbiamo attività culturali di assoluto pregio: la musica, il teatro – che è stato appena ristrutturato – le attività di cinema. Tutto ciò che attiene le attività culturali immateriali, accanto a un’attività di ricerca e a una didattica innovativa, devono poi rappresentare il ponte con la società e valorizzare sempre di più il ruolo di terza missione della Sapienza rispetto a Roma Capitale e alla nostra Regione e alla Nazione tutta».

Lei è un medico, una scienziata e una ricercatrice: la pandemia di Covid-19 ha messo in luce la diffidenza verso la scienza e la ricerca. Crede che sia cambiato il rapporto tra i cittadini e la scienza?

«Bisogna lavorare molto sulla consapevolezza dell’importanza della scienza. Durante la pandemia è emerso con grande forza: la ricerca e la formazione sono strategiche per il Paese e per la salute dei cittadini. Il diritto alla salute, casomai lo avessimo dimenticato, è un diritto costituzionale. Mi auguro che questa emergenza, anche con i finanziamenti straordinari che deriveranno, sia un’occasione per finanziare in maniera adeguata le università e più in generale la formazione, la ricerca e a stimolare un’importante riflessione sul SSN».

Qual è il danno più grave che la pandemia ha causato alla formazione universitaria secondo lei?

«Certamente il fatto di dover ricorrere alla didattica a distanza. In questo momento, siamo obbligati a lavorare consentendo però la didattica in presenza delle matricole e per le attività di laboratorio, esperienziali e i tirocini clinici. È un aspetto che sicuramente pesa sui giovani e sui docenti, non può essere considerato come positivo, mi sento di dire però che, senza rinunciare all’ineludibile presenza, da questo punto di vista potrà essere un’opportunità per sperimentare modelli innovativi».

Da Preside di Medicina, quali sono le criticità principali che riguardano il percorso universitario e formativo degli aspiranti medici e degli specializzandi? Cosa pensa dell’accesso programmato ai corsi di laurea in Medicina e delle professioni sanitarie?

«L’accesso programmato è una necessità per la qualità della formazione. Per la formazione di medici e professionisti sanitari è indispensabile avere strutture che accanto alla didattica frontale consentano le attività professionalizzanti, che devono essere fatte in laboratorio e in reparto sul malato. Il problema vero è l’imbuto formativo sulle scuole di specializzazione. Già quest’anno, con l’emergenza Covid, c’è stato un aumento delle borse di studio con particolare riferimento alle specialità di punta correlate all’emergenza; ma il vero obiettivo è riuscire a fare in modo che il numero di medici che si laureano coincida con la possibilità di entrare nelle scuole di specializzazione. E siamo sulla buona strada».

Ha nel cassetto qualche progetto particolare per le facoltà “sanitarie” della Sapienza?

«La Sapienza è l’unico ateneo in Italia ad avere all’interno due Policlinici universitari e un polo territoriale. In questi sei anni vorrei che le tre Facoltà di Medicina potessero sviluppare insieme una progettualità per migliorare non solo l’offerta sanitaria ai cittadini di Roma e del Lazio ma anche un possibile potenziamento dell’offerta didattica. Quest’anno proprio da Medicina e Odontoiatria è nato il corso di Laurea in Medicina HT, un corso di sei anni nel quale sono presenti anche le discipline di area ingegneristica, Big Data e statistica. Il medico del futuro. La sperimentazione che abbiamo messo in piedi tra le tre Facoltà di Medicina con le due di Ingegneria, ha preso il via con il primo anno. Vorrei che in questi sei anni i nostri Policlinici universitari andassero incontro a una sensibile innovazione tecnologica affiancata dalla tanto attesa ristrutturazione del Policlinico Umberto I».

 

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