Digital health: nuove frontiere 16 Novembre 2022 11:24

Cattani (Farmindustria): «L’Italia deve liberarsi della struttura a silos. PNRR a digitalizzazione deve affiancare competenze»

Digitalizzazione, ricerca e innovazione in sanità. Il mondo farmaceutico in pandemia ha visto il futuro della salute in Italia, che gli investimenti previsti con il PNRR potrebbero trasformare in realtà. Ne è convinto Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che abbiamo incontrato a Frontiers Health, l’appuntamento internazionale della digital health che si è svolto a Milano 

Digitalizzazione, ricerca e innovazione in sanità. Il mondo farmaceutico in pandemia ha visto il futuro della salute in Italia, che gli investimenti previsti con il PNRR potrebbero trasformare in realtà. Ne è convinto Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che abbiamo incontrato a Frontiers Health, l’appuntamento internazionale della digital health che si è svolto a Milano.

Secondo l’esperto però, alcuni aspetti della sanità italiana avrebbero più bisogno di altri di una rivoluzione. Con i 20 miliardi del PNRR l’apparato tecnologico subirà una svolta importante, ma Cattani non può far a meno di ricordare come competenze e apporto di personale debbano viaggiare in parallelo. Per ora su questo però non sono previsti investimenti. Nemmeno la ricerca va dimenticata, ricorda ancora Cattani o si rischia di non poter orientare correttamente gli sviluppi a cui puntiamo.

Presidente, la pandemia è stata (ed è) un periodo molto difficile. Ci sono lezioni che ha sanità e il mondo farmaceutico hanno imparato?

«Due cose fondamentali: la prima è il valore economico e sociale della salute. L’Italia perdeva 13 miliardi di euro di PIL per ogni mese di lockdown, grazie ai vaccini abbiamo messo al primo posto il valore della salute con le innovazioni che ne sono arrivate. La seconda lezione è legata ad un modello di collaborazione tra aziende private, regolatori europei e locali che ha vissuto una nuova fase molto aperta e veloce, senza derogare alla consistenza del metodo e delle approvazioni. Ne è un esempio emblematico il meccanismo della rolling review adottato dall’ECDC sui vaccini. Man mano che i dati fluiscono e arrivano vengono valutati nel quadro complessivo del percorso di autorizzazione. Questo spirito e questo approccio non devono essere limitati ad una situazione di emergenza, ma diventare stabile per dare equo e rapido accesso all’innovazione a tutti i cittadini europei e in particolare a quelli italiani. In Italia scontiamo 14 mesi per l’accesso nazionale e una forbice che può arrivare fino a 16 mesi nell’accesso regionale di un farmaco. Tutto questo non è più tollerabile dai cittadini italiani che vogliono le migliori cure, i migliori farmaci, tradizionali e innovativi».

Un’eredità positiva della pandemia è il PNRR. Qual è il settore che beneficerà maggiormente dei fondi e quale avrà bisogno di aiuti ulteriori?

«Sicuramente l’ammontare degli investimenti della Missione Salute porterà un grande impulso ad opere di modernizzazione. L’obbiettivo è colmare i gap che sono legati alle capacità delle Regioni di fornire assistenza ai cittadini. Abbiamo sei Regioni che sono sotto gli standard richiesti dei LEA e questo è un problema per tutti gli italiani, dato che la migrazione sanitaria è un fenomeno che riguarda il sud ma anche il nord del paese. Questi investimenti daranno strutture nuove e la possibilità di implementare la digitalizzazione attraverso la connected care. Stumenti nuovi legati alla telemedicina, alla telediagnostica ma anche le opportunità legate ai medical devices e ai wearables in quello che sarà lo step successivo: i digital therapeutics. Da questo punto di vista la connected care con le infrastrutture fisiche sarà fondamentale, ma c’è un tema di competenze e professionalità. Oggi abbiamo disperato bisogno di medici, infermieri, operatori sanitari perché siamo in un’operazione competitiva anche da questo punto di vista e quindi in prospettiva. Sicuramente il settore dell’healthcare ne beneficerà come modalità di partnership, servizio e innovazione grazie all’ecosistema di start-up forte presente nel nostro paese (oltre 1000) ma per farlo c’è bisogno di step ulteriori legati al recepimento della regolamentazione europea sulla ricerca clinica, in vigore dal 1 gennaio 2023. Nonché la capacità di guardare oltre al PNRR, alla salute e ai farmaci non come un costo ma come un investimento che porta al beneficio diretto, ad evitare e prevenire costi in un impatto economico, clinico e social sul Paese».

L’Italia è pronta ad affiancarsi agli altri paesi europei nella digitalizzazione e qual è la ricetta che secondo lei dovrebbe seguire?

«L’Italia è pronta. Le competenze e i capitali ci sono e ne arriveranno ulteriori. Abbiamo bisogno di migliorare il framework delle regole e recepire immediatamente una grande opportunità, che è quella di disciplinare i digital therapeutics e fare sì che anche l’interoperabilità dei dati possa realizzarsi. Noi in questo purtroppo riflettiamo una struttura a silos tra le amministrazioni centrali e regionali. Questo è il passo fondamentale da compiere per avere quella capacità di analisi dei dati di informazioni che possono farci fare il salto finale e quindi da questo punto di vista credo che sia chiara la direzione per fare lo step finale».

 

 

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