Salute 1 Febbraio 2021 11:50

Vaccinazione anti-Covid, Lenzi: «Per convincere gli scettici bisogna formare i medici»

La “vaccine hesitancy” raggiunge percentuali sempre più alte in tutto il mondo. Il medico e bioeticista: «Anche fra i medici le opinioni sono divergenti»

di Tommaso Caldarelli
Vaccinazione anti-Covid, Lenzi: «Per convincere gli scettici bisogna formare i medici»

Sono piene le cronache mondiali di azioni miranti a ridurre il peso dei cosiddetti negazionisti del vaccino, soprattutto durante i difficili giorni della pandemia da Covid-19. Ma al di là degli irriducibili antivaccinisti, esiste un tema più blando e più cruciale, definito in letteratura scientifica “vaccine hesitancy”, ovvero il timore condiviso da una crescente parte della popolazione riguardo agli effetti avversi della vaccinazione, in generale e con riguardo a quella anti-coronavirus. Un imponente studio pubblicato sul Journal of American Medical Association riportava come la tendenza a farsi vaccinare contro il Covid-19 fosse scesa dal 74% degli inizi di aprile al 56% del dicembre 2020”.

Attualmente il dibattito negli Stati Uniti è particolarmente concentrato ad affrontare la scarsa propensione alla vaccinazione da parte delle comunità afroamericane e lo stesso tipo di allarme sembra emergere nel Regno Unito. Per arrivare all’Italia, il sondaggio Tecné diffuso all’inizio dell’anno riportava che «il 30% lo farebbe subito, il 43% preferisce aspettare per capire se è davvero valido e il 23% si rifiuta di farlo, perché non nutre alcuna fiducia in esso».

Vaccinazione e partecipazione

Sono molti i documenti e le linee guida che puntano a diffondere maggiore consapevolezza sull’importanza del vaccino anti-Covid. Secondo il Lancet, in un intervento uscito alcune settimane fa, «una protezione basata sui vaccini è altamente dipendente da un’alta copertura della popolazione e richiede misure effettive dal punto di vista della governance, dell’organizzazione, della logistica nell’ambito di una più ampia strategia di controllo del Covid-19 che include una continua sorveglianza e appropriate contromisure».

Secondo l’autorevole rivista, «una campagna vaccinale di successo sarà raggiunta solo attraverso l’ingaggio della comunità, costruendo un livello di accettabilità vaccinale a livello locale e superando le barriere culturali, socio-economiche e politiche che hanno portato alla mancanza di fiducia e danneggiato l’efficacia della diffusione vaccinale».

I rischi della verticalità

Gli editorialisti fanno notare che un approccio prettamente top-down per la promozione della campagna vaccinale potrebbe essere tutt’altro che efficace, soprattutto nei riguardi di minoranze sociali o etniche che storicamente hanno poca o scarsa fiducia in questo tipo di campagna sanitaria preventiva. «L’opinione pubblica non è una entità omogenea. É un luogo complesso, composto di individui, di famiglie e da altri gruppi plasmati da contesti, esperienze e desideri e vanno a comporre una costellazione di comunità», continua Lancet.

«I policymakers devono capire questa diversità e adottare approcci globali a livello locale che diano alle comunità una voce e le risorse per trasformare le idee in azione. Queste strategie a guida locale possono assicurare che tutte le voci sul territorio vengano ascoltate, mappare preoccupazioni locali e stringere alleanze, e co-disegnare programmi che massimizzino l’aderenza alla campagna vaccinale dal basso».

Lenzi: «Prima di tutto formare i medici»

Una linea auspicabile ma di difficilissima applicazione secondo Andrea Lenzi, presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed ex presidente del Comitato Nazionale dei Garanti per la Ricerca e del Consiglio Universitario Nazionale del Miur, sentito al telefono da Sanità Informazione: «Un’azione come quella suggerita da Lancet sarebbe molto interessante, ma bisogna avere il tempo per farla. Se l’idea è quella di portare la consapevolezza scientifica e il discorso sulle potenzialità del vaccino a livello territoriale, il problema principale mi pare sia quello di “formare i formatori” cioè i medici stessi, cosa attualmente tutt’altro che scontata. Non solo nella popolazione ci sono diversi gradi di sfiducia, ma anche nel mondo medico c’è molta variabilità di opinioni».

Per il resto, continua Lenzi, «l’approccio democratico e partecipativo a me certamente convince, ma già la libertà di vaccinarsi, dunque il qualificare il vaccino come non TSO, vista la grave situazione sanitaria e le sue conseguenze, è una scelta di apertura in questo senso. Fatto salvo il libero arbitrio, è però necessario ribadire ciò che la scienza ha consolidato: che clorare l’acqua la depura, che gli antibiotici utilizzati con intelligenza sono indispensabili, che i vaccini sono la terza grande rivoluzione medica, che insieme hanno ridotto la mortalità. Piuttosto direi – conclude -che c’è grande bisogno di potenziare la formazione dei medici in ambito comunicativo. Il sanitario deve imparare a parlare alla gente e non necessariamente in televisione».

 

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