Salute 10 maggio 2018

«Svelati i segreti del cervello per capire e curare l’Alzheimer». Intervista esclusiva al Premio Nobel May-Britt Moser

Le sue ricerche hanno svelato il funzionamento dell’ippocampo. La scienziata norvegese spiega a Sanità Informazione: «Alterazioni rilevate anche in giovane età possono predire le malattie neurodegenerative»
 

di Cesare Buquicchio – Inviato a Bologna
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Nel cervello abbiamo un GPS. Cellule di posizione, di direzione, di velocità e a griglia ci consentono di orientarci nel mondo, di capire dove siamo, dove dobbiamo andare e a che velocità è meglio muoverci nello spazio. Gli studi su queste cellule sono valse a May-Britt Moser, psicologa e neuroscienziata norvegese, il Premio Nobel per la Medicina nel 2014. È stata una delle relatrici più attese al recente Festival della Scienza Medica di Bologna ed è riuscita ad ammaliare, nella sua lectio, i tantissimi partecipanti accorsi ad ascoltarla, primi tra tutti molti giovani studenti. Con il carisma e la capacità di spiegare in modo semplice concetti complicatissimi che solo le grandi intelligenze hanno, la professoressa Moser ha incontrato anche la stampa, raccontando in una lunga tavola rotonda e in una intervista esclusiva a Sanità Informazione le implicazioni e le prospettive dei suoi studi sulla ricerca per malattie, come l’Alzheimer, che rovinano proprio le cellule cerebrali da lei studiate.

«Ciò che mi interessa è cercare di capire come funzionano le cellule cerebrali in uno stato di normalità – spiega a Sanità Informazione -. Ma se capiamo il normale funzionamento del cervello, riusciamo anche a capire che cosa succede quando c’è qualcosa che non va. Tra l’altro siamo stati molti fortunati, perché le cellule di cui ci siamo occupati sono le prime che muoiono in caso di morbo di Alzheimer. Se riuscissimo a scoprire perché muoiono e come fare per impedirne la morte, avremmo delle implicazioni straordinarie. Con gli strumenti di biologia molecolare che abbiamo a disposizione oggi – prosegue – potremmo sviluppare dei virus vaccinali con dei geni in grado di entrare in alcune parti del cervello ed interdire la morte cellulare».

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«È senz’altro questo – continua Moser – l’obiettivo finale dei nostri studi e di altri colleghi studiosi che si occupano più centralmente di queste malattie. Di fatto di trattamenti ce ne sono già molti, ma dobbiamo ancora capire quali cellule muoiono e le cause della loro morte, in modo da sviluppare trattamenti adeguati ad evitarla. Inoltre – spiega – in alcuni laboratori hanno osservato come il pattern di alcune cellule della corteccia, che poi condurranno allo sviluppo di una demenza o dell’Alzheimer, risulti alterato già in giovane età. Queste scoperte potrebbero quindi essere sfruttate come uno strumento diagnostico precoce».

Estremamente affascinanti, poi, le ricerche del Premio Nobel sul sistema di navigazione del nostro cervello: «Le cellule a griglia che abbiamo studiato rappresentano una specie di mappa presente nel nostro cervello e che utilizziamo per orientarci. Di fatto quando chiudiamo gli occhi e ci spostiamo in una direzione o nell’altra sono attive proprio le cellule a griglia, che funzionano grazie alle cellule di direzione e alle cellule della velocità. Le prime sono le cellule bussola, che segnalano, appunto, la direzione alle cellule a griglia; le seconde lavorano invece proprio come un tachimetro e registrano la velocità con cui ci muoviamo».

«Esiste, poi, un’interazione tra la capacità di prestare attenzione e tutte queste cellule. Nonostante siano presenti in tutti gli animali, la maggiore facilità di orientamento di alcuni è legata al modo in cui vengono utilizzate. Se ad esempio – spiega la Moser – stiamo visitando una città con l’ausilio di una guida, la nostra attenzione sarà rivolta soprattutto alle opere d’arte, agli edifici, all’ambiente circostante, e non ci concentreremo sul percorso che stiamo percorrendo. Quando la guida se ne va, avremo quindi difficoltà a ritrovare la strada».

Gli studi della professoressa sono stati, a suo dire, in qualche modo influenzati dalla «minuscola isola» in cui è nata e cresciuta: «È lì che ho imparato ad osservare. Avevo un desiderio impellente di capire perché le persone e gli animali che vedevo ogni giorno si comportassero in quel determinato modo. E poi l’indole dei norvegesi ti porta a lavorare sodo per raggiungere i tuoi obiettivi e realizzare le tue ambizioni. Infine, impariamo che se conosci qualcosa devi raccontarla. Per me quindi la comunicazione è estremamente importante, non solo tra scienziati, ma anche tra studiosi e pubblico: se io so qualcosa -conclude – voglio che la sappiano anche gli altri».

 

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