Salute 25 Giugno 2020

Non ha mai smesso di fare lezione in ospedale: il lieto fine del professor Iacono, nominato Cavaliere della Repubblica

Il racconto della sua odissea e delle motivazioni che l’hanno spinto a continuare le lezioni dall’ospedale: «Constatare in prima persona l’abnegazione e la dedizione del personale sanitario è stato uno sprone a non arrendermi e a continuare nel mio lavoro»

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Sembra uscita da un film la storia di Ambrogio Iacono, professore di Scienze all’Istituto Alberghiero “Telese” di Ischia che, ricoverato in ospedale per Covid, ha continuato a tenere le sue lezioni online ed è stato per questo nominato Cavaliere della Repubblica dal presidente Sergio Mattarella. Sembra uscita da un film perché, come spesso accade ai loro protagonisti, vengono catapultati improvvisamente e inconsapevolmente sotto i riflettori, uomini schivi e riservati che alla fine delle loro peripezie vorrebbero solo ritornare alla propria routine quotidiana, e invece si ritrovano frotte di giornalisti sotto casa.

Perché è proprio durante quelle peripezie che è emerso l’ “eroe” che è in loro.  Per il professor Iacono è andata esattamente così, ed abbiamo ripercorso con lui le tappe della sua singolare vicenda, raggiungendolo telefonicamente. Iniziando proprio da un aneddoto finale, quando ci confessa che lui, di essere stato nominato Cavaliere della Repubblica, l’ha appreso solo dai giornali il giorno successivo.

Ma la sua odissea inizia ben tre mesi prima, nei primi giorni di marzo, quando inizia stare male: febbre, inappetenza, perdita dell’olfatto, ma il suo medico lo rassicura sul fatto che si tratta, con tutta probabilità, di banale influenza. Nel dubbio però Iacono, che vive a Napoli con la moglie e il figlio undicenne, si trasferisce da solo nella sua casa di Ischia, per evitare qualsiasi rischio. A fine marzo, quando si sente ormai bene e sono anche passati i 15/20 giorni di isolamento volontario, ritorna a Napoli dalla sua famiglia.

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«Il giorno in cui arrivai però – racconta Iacono – ebbi una brutta crisi respiratoria e forti dolori al petto. Così, dietro mia decisione e questa volta con l’appoggio del mio medico che si era ormai convinto che avessi il Covid, tornai a Ischia. Una settimana dopo, la conferma arrivò col tampone positivo. Dopo qualche giorno è arrivata anche la febbre alta. Ero da solo, ovviamente, ho chiamato un’ambulanza e sono stato trasferito in ospedale».

Siamo quindi all’11 aprile. Dalla comparsa dei primissimi sintomi è passato in realtà più di un mese, a dimostrazione del fatto che si tratta di un virus subdolo, che spesso affila le armi nei colpi di coda, quando la guardia inevitabilmente si abbassa. «In ospedale – continua Iacono – mi hanno diagnosticato la polmonite». Nei giorni successivi il suo quadro clinico peggiora e, seppur non intubato, il professore viene trattenuto ancora in ospedale, da dove uscirà, con tampone finalmente negativo, solo il 4 maggio. «Durante tutta la degenza – aggiunge – non ho smesso e anzi ho insistito con il personale ospedaliero affinché potessi continuare le lezioni a distanza con i miei studenti. Lezioni che comunque, dall’inizio di marzo, non avevo mai interrotto. La cosa buffa è che proprio mentre tenevo una delle mie lezioni dall’ospedale, un parente di un mio alunno, giornalista per una emittente tv locale, mi ha filmato e ha deciso di fare un servizio su di me».

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Alla domanda su cosa lo abbia spinto, con ben altri pensieri per la testa e soprattutto con addosso i sintomi ingravescenti della malattia, a continuare le sue lezioni, Iacono risponde: «Sentivo di non poter abbandonare i miei ragazzi, che in questo periodo così difficile per le nostre vite hanno dimostrato di avere un gran bisogno di normalità, di non perdere il contatto con la loro routine, con i loro punti di riferimento. E la scuola e i professori sono parte di tutto questo. E’ un po’ come la salute – prosegue il prof -. Ci sono cose della cui importanza ti rendi conto quando vengono messe a repentaglio. Lo sappiamo tutti che i ragazzi allo scoccare della campanella fuggono. E invece durante la quarantena erano loro a chiedermi di continuare una spiegazione, di approfondire questo o quell’argomento, anche se l’ora era ormai finita. E poi – osserva – stare a contatto con l’abnegazione quotidiana di medici e infermieri, che hanno lavorato senza sosta al mio e agli altri capezzali, mi ha fatto rendere conto che ognuno di noi, nel suo campo, ha il dovere morale di non tirarsi indietro, di contribuire con il proprio lavoro e le proprie competenze al ritorno alla normalità».

La normalità, per il prof. ischitano, oggi non è più un miraggio, ma il prezzo da pagare è stato alto. Qualche strascico dell’infezione, il follow up da seguire presso l’Ospedale Cotugno, la paura per sé e per i propri cari, che è così difficile scrollarsi di dosso. La solitudine e il lungo distacco dalla famiglia, la notizia che nel frattempo fossero stati contagiati moglie, madre e suocera, per fortuna pauci-sintomatici. La lontananza dal figlio undicenne, unico della famiglia a non aver contratto il virus, che ha passato praticamente un mese isolato nella sua camera per evitare di essere contagiato («Mia moglie poteva solo passargli velocemente il vassoio col cibo – racconta Iacono -.  La sua unica compagnia per mesi è stata la Playstation. E chissà per quanti suoi coetanei è stato così. Ritornare alla normalità per gli adolescenti sarà difficilissimo».)

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Il professor Ambrogio Iacono ama la campagna, ne conosce a fondo i segreti e ha un background di coltivatore. Così, con una metafora presa in prestito dal mondo rurale, ci chiarisce una volta per tutte le motivazioni che l’hanno spinto a a non abbandonare i suoi ragazzi: «Vede, in campagna quando è tempo di semina, bisogna seminare. Non importa se c’è maltempo, freddo, o qualsiasi altro inconveniente. Se si vogliono raccogliere i frutti, non si può rimandare a un momento migliore. Per i giovani d’oggi è lo stesso. E’ adesso che devono imparare, è ora il tempo di piantare in loro il seme della conoscenza. Anche se fuori tutto rema contro. Perché domani – conclude – potrebbe essere troppo tardi».

 

 

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