Salute 13 marzo 2017

Settimana Mondiale del Cervello, disturbi del sonno responsabili di malattie neuro-degenerative

Curare il cervello migliora la vita: tra i marker predittivi del possibile sviluppo di patologie neuro-degenerative rientra la Sindrome delle Apnee Notturne, che si osserva in oltre il 50% dei pazienti con ictus cerebrale

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Curare il cervello migliora la vita è il tema della Settimana Mondiale del Cervello 2017 che la Società Italiana di Neurologia (SIN) celebra da oggi fino al 19 marzo con una serie di iniziative in programma su tutto il territorio nazionale: da incontri divulgativi a convegni scientifici, da attività per gli studenti delle scuole elementari e medie a open day presso le cliniche neurologiche. «Attraverso il tema di questa edizione Curare il cervello migliora la vita – afferma il Professore Leandro Provinciali, Presidente SIN – intendiamo mettere al centro della Settimana la neurologia e le malattie di cui si occupa, nelle varie espressioni cliniche, e l’esigenza di risposte più adeguate ai crescenti bisogni di cura».

Le patologie neuro-degenerative sono strettamente connesse ai disturbi del sonno, tiene a specificarlo Luigi Ferini Strambi, Professore Ordinario di Neurologia, Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’Ospedale San Raffaele di Milano, che spiega come alcuni studi longitudinali abbiano evidenziato che alcuni disturbi del sonno sono da considerare marker predittivi del possibile sviluppo di una patologia neuro-degenerativa. «Ci sono dati relativi alla eccessiva sonnolenza diurna – spiega il Professore – che può manifestarsi alcuni anni prima della comparsa di una malattia di Parkinson. Un recentissimo studio condotto su 2457 soggetti, di età media di 72 anni, seguiti per oltre 10 anni, ha evidenziato che una durata del sonno notturno superiore a nove ore è associata a un rischio maggiore di sviluppare una qualsiasi forma di demenzaUn sonno disturbato è spesso presente nelle patologie neurologiche: ad esempio nel 70-90% dei pazienti con malattia di Parkinson, nell’80-90% dei pazienti con malattia di Alzheimer, nel 50-60% dei pazienti con sclerosi multipla. Il problema del sonno può essere legato alla patologia neurologica di per sé, al suo aggravamento o, a volte, anche alle terapie farmacologiche. Un esempio è la sindrome delle apnee notturne, che si osserva in oltre il 50% dei pazienti con ictus cerebrale. L’identificazione e il trattamento dello specifico disturbo del sonno comporta non solo un miglioramento della qualità della vita, ma, nel caso ad esempio dei pazienti con ictus, anche un migliore esito a breve e a lungo termine. Alcuni autori hanno anche evidenziato che, in pazienti con Alzheimer, il trattamento di una concomitante sindrome delle apnee ostruttive con l’apparecchio a pressione positiva d’aria (CPAP), può rallentare la progressione del deficit cognitivo. Ma può un sonno di buona quantità e qualità ridurre il rischio di malattie neurologiche? Studi condotti in modelli animali hanno evidenziato che la privazione di sonno accelera l’aggregazione di β-amiloide (una proteina normalmente prodotta ma anche eliminata nel cervello sano) in placche extracellulari, che sono caratteristiche della malattia di Alzheimer. Dormire bene, curando anche eventuali disturbi del sonno, rappresenta un obiettivo importante nell’ambito di possibili strategie preventive per le malattie neurodegenerative».

(Per approfondire sull’argomento Apnee Notturne: Lino Banfi: «Rischiavo di morire di Osas». Il popolare comico: «Puntare su diagnosi»)

«Sono molte le malattie neurologiche che possono avere il loro esordio in età giovanile – spiega il Professore Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova – alcune malattie muscolari, malattie infettive e infiammatorie, i traumi, alcuni tumori, l’epilessia, le cefalee, malattie degenerative o immunomediate del sistema nervoso periferico, malattie metaboliche e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Per molte di queste malattie esistono cure specifiche e attive e pertanto è necessaria una diagnosi precisa, dettagliata e precoce». A ribadire l’importanza della diagnosi precoce è anche Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica dell’Ospedale San Gerardo di Monza: «A causa dell’invecchiamento della popolazione, stiamo assistendo a una epidemia silenziosa che coinvolge il nostro Paese: circa 1.000.000 sono i pazienti con demenza, di cui la maggior parte colpiti da malattia di Alzheimer. La diagnosi precoce è indispensabile per poter indirizzare il paziente con Malattia di Alzheimer verso strategie terapeutiche, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, che potrebbero modificare il decorso della malattia mediante la rimozione della proteina beta-amiloide».

Interviene anche  il Professore Elio Agostoni, Direttore Dipartimento di Neuroscienze, Direttore S.C. Neurologia e Stroke Unit – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano: «Dati recenti sulla popolazione italiana indicano che negli ultimi vent’anni l’incidenza di primi episodi di ictus è diminuita del 29%, sia per ictus ischemici sia per ictus emorragici. Tale riduzione è stata osservata nonostante un indice di invecchiamento della popolazione con età superiore ai 75 anni pari al 33%. La riduzione dell’incidenza interessa in particolare gli ictus disabilitanti e fatali. Oggi sono 930.000 coloro che riportano effetti invalidanti a causa di questa patologia e 120.000 i nuovi casi ogni anno. È plausibile attribuire questa riduzione all’aumento e al miglioramento delle strategie preventive, a un miglior controllo dei fattori di rischio vascolare e al ruolo della chirurgia vascolare, anche per il considerevole numero di interventi chirurgici eseguiti per stenosi della carotide (dal 17,2% è passata al 17,8%)».

«Nuove frontiere terapeutiche – spiega  Leonardo Lopiano, Professore Ordinario di Neurologia, Università di Torino e Direttore SC Neurologia 2U, A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino -. Recentemente è entrata nella pratica clinica un’importante terapia interventistica per i pazienti parkinsoniani in fase avanzata, ovvero l’infusione intestinale continua di levodopa. Tramite una gastro-digiunostomia percutanea viene posizionato un catetere all’interno dell’intestino attraverso il quale un device esterno infonde un gel contenente levodopa. Questa ulteriore innovazione ha permesso di migliorare la qualità di vita dei pazienti, ottimizzando la somministrazione del farmaco e migliorando il controllo dei sintomi motori e delle fluttuazioni motorie. Allo stesso tempo sono già in uso oppure sono imminenti nuovi farmaci: inibitori enzimatici in grado aumentare la concentrazione di dopamina nel sistema nervoso centrale, nuove formulazioni di levodopa (via inalatoria, sottocutanea) e farmaci per il trattamento dell’ipercinesia. Grande speranza viene riposta nei farmaci neuroprotettivi soprattutto se somministrati nelle fasi precoci di malattia».

Il dettaglio delle iniziative italia e della Settimana Mondiale del Cervello è consultabile on line, all’indirizzo www.neuro.it

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