Salute 10 Giugno 2020

Rsa e Covid-19, le 3 diverse strategie adottate dalle regioni italiane

Da un’indagine di Federsanità – ANCI Toscana una prima fotografia della reazione delle Regioni all’emergenza Covid-19. L’83% all’inizio lamentava mancanza di dispositivi di protezione

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Senza dispositivi di protezione e lasciate sole a scegliere le procedure da adottare. È quanto lamentano le Rsa (Residenze sanitarie assistenziali) d’Italia in una survey condotta su 1.082 strutture dall’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità sul tasso di mortalità registrato nei mesi scorsi a causa dell’infezione da Sars-CoV-2.

L’82,7% delle strutture si è trovato sprovvisto di mascherine e altri strumenti protettivi, mentre per il 20% non sono subito arrivate informazioni chiare su come procedere. Dopo il Dpcm dell’8 marzo scorso, tutte hanno vietato agli ospiti visite con i familiari, con pochissime eccezioni. Tutte hanno inoltre registrato difficoltà nell’isolare i pazienti risultati positivi. Meno del 50% delle Rsa disponeva di stanze singole e il 31% è riuscito a isolare i positivi solo raggruppandoli. Sono 91 le strutture che non ne hanno avuto possibilità.

LEGGI L’ANALISI

I dati arrivano principalmente dal Nord Italia, specie dalle regioni più colpite in cui le strutture hanno risposto maggiormente ai questionari dell’Iss. Una fotografia precisa del Paese, se si pensa che circa il 45% delle morti italiane per Covid-19 si concentra solo in Lombardia.

In un’analisi del gruppo di lavoro Federsanità – ANCI Toscana intitolato “Residenze sanitarie assistenziali. Definizione, caratteristiche e misure di prevenzione”, i tre autori (Marco Betti, Gennaro Evangelista e Barbara Giachi) hanno analizzato l’approccio scelto dalle Rsa di ogni regione durante il momento più critico dell’emergenza.

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Il primo ambito osservato era volto a verificare la presenza di direttive regionali emanate per tutelare in modo specifico le RSA o, più in generale, le strutture sociosanitarie. Le misure di contenimento dell’infezione per ospiti e personale coinvolgono più livelli di intervento. Tra cui: evitare le visite da parte di familiari e conoscenti, ad eccezione di casi particolari; limitare i nuovi ingressi; dare disposizioni agli operatori affinché prestino attenzione al proprio stato di salute; monitorare l’insorgenza di febbre e sintomi di infezione respiratoria acuta o di insufficienza respiratoria comunicandolo, se necessario, al personale medico per ulteriori approfondimenti diagnostici e per la gestione del residente secondo protocolli locali; sensibilizzare e informare sulle principali misure di prevenzione igieniche e del distanziamento sociale.

Il terzo ambito di analisi ha avuto come oggetto l’attivazione di un sistema di monitoraggio del piano di azioni, per assicurare l’assistenza continua e la gestione degli ospiti presso le RSA e l’ultimo punto la presenza di una strategia esplicita.

La differente combinazione di queste dimensioni ha consentito di individuare tre principali strategie: l’attuazione estesa, che prevede tutte le dimensioni indagate, una mediana (da 2 a 4) e una contenuta, con uno solo degli aspetti rispettato. Nella prima categoria rientrano Friuli Venezia Giulia, Valle D’Aosta, Liguria, Umbria, Alto Adige, Veneto, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. Mentre è nella strategia mediana che troviamo la regione più colpita, la Lombardia, con la provincia di Trento e l’Abruzzo. Tutto il Sud Italia rientra nella strategia contenuta, insieme al Lazio.

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Per tutte le regioni le misure implementate sono abbastanza simili. Sebbene in alcuni casi si siano aggiunte delle specifiche attivazioni di reti territoriali e strategie di gestione più complessa. Tali misure sembrano risentire sia del numero delle strutture presenti sul territorio sia della diffusione dell’infezione e della presenza di focolai localizzati. Risulta quindi, da questa prima vera indagine, che le regioni con una forte presenza di RSA e con una maggiore incidenza di contagi abbiano dedicato una maggiore regolazione delle strategie di contrasto.

 

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