Salute 30 Aprile 2021 11:02

Pandemie e fattore ambientale, ecco perché l’alterazione degli ecosistemi impone lo stato di massima allerta

Nicola Petrosillo (Direttore Dip. Clinico e di Ricerca in Malattie Infettive, INMI “L. Spallanzani” IRCCS-Roma) :«Necessario invertire la tendenza attraverso un sistema di sorveglianza globale»

Pandemie e fattore ambientale, ecco perché l’alterazione degli ecosistemi impone lo stato di massima allerta

Il primo tassello di quell’effetto domino conosciuto a tutti gli effetti come pandemia da Sars Cov-2 è probabilmente da ricercarsi lì, nel wet market di Wuhan: uno dei tanti mercati di animali selvatici così diffusi in Asia sebbene illegali, luoghi ideali per favorire il “salto di specie” degli agenti patogeni dagli animali all’uomo.

E infatti, il virus con cui adesso il mondo intero sta facendo i conti non è certo il primo ad essersi propagato, più o meno su larga scala, a causa di questi mercati: anche la Sars, nei primi anni del Duemila, venne diffusa dallo zibetto, uno dei tanti animali commerciati in queste sedi, all’uomo.

Per ridurre i rischi di future pandemie, l’OMS ha di recente raccomandato la chiusura di questo tipo di attività. Tuttavia, i mercati illegali di animali selvatici sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che affonda le sue radici nello stravolgimento dell’equilibrio ambientale tra uomo e animali: la densità della popolazione mondiale è in continuo aumento e sottrae sempre più territorio alla fauna selvatica, dando luogo ad una convivenza forzata tra i due ecosistemi che aumenta il rischio dei “salti di specie”.

Di questi fattori e del loro impatto sulla salute globale nel prossimo futuro, abbiamo parlato con Nicola Petrosillo, Direttore del Dipartimento Clinico e di Ricerca in Malattie Infettive dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “L. Spallanzani” di Roma.

Il ruolo ambientale nelle pandemie

«Sicuramente questi mercati costituiscono un serbatoio e un volano nella diffusione delle zoonosi, le malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo, alcune delle quali sono caratterizzate dal cosiddetto “salto di specie” – afferma Petrosillo -. Il rischio specifico per l’essere umano è rappresentato dal consumo di animali selvatici, ed è chiaro che il commercio degli stessi rappresenta un pericolo importante per la diffusione di patogeni emergenti. Anche la maggior parte delle epidemie di Ebola in Africa sono state innescate dal consumo di animali selvatici infetti, anche qui venduti in strada o in questo tipo di mercati. E, molto verosimilmente, sempre a causa del consumo di animali selvatici, nella Repubblica Democratica del Congo si è assistito a un aumento di casi, tra gli esseri umani, di vaiolo delle scimmie, condizione favorita anche dalla diminuzione del livello di immunità acquisita con il vaccino contro il vaiolo umano, ormai debellato».

«A tutto ciò – prosegue – si aggiungono i processi di deforestazione, che pongono un “problema nel problema”, come di recente accaduto a Sumatra: i pipistrelli e gli altri animali selvatici in fuga dagli incendi con cui si attuano le deforestazioni, spesso migrano negli allevamenti, portando eventuali agenti patogeni all’interno degli stessi e rendendo ancora più probabile il passaggio di patogeni emergenti all’essere umano».

«Attenzione però – osserva l’infettivologo – non dobbiamo pensare al salto di specie come a un processo scontato o immediato, tutt’altro: sono quasi sempre necessari numerosi tentativi di salto che corrispondono ad altrettante mutazioni dell’agente patogeno per entrare e replicarsi negli esseri umani magari integrandosi nel genoma umano, e per rendere possibile il contagio da uomo o uomo, e quindi, di fatto, innescare il rischio pandemico».

Gli agenti patogeni “sorvegliati speciali”: non solo virus

«Oggi conosciamo solo una parte di tutti gli agenti patogeni potenzialmente in grado di rappresentare una minaccia per l’uomo – spiega Petrosillo -. Certamente i virus a trasmissione respiratoria sono quelli che più preoccupano, rispetto ai virus a trasmissione ematica (come Ebola), perché i secondi sono più facilmente circoscrivibili: entrare in contatto con sangue infetto è più facilmente evitabile rispetto all’entrare i contatto con i droplet respiratori».

«Non dobbiamo poi prendere in considerazione solo gli agenti virali – precisa – ma anche quelli batterici: sappiamo che ci sono batteri che hanno sviluppato e svilupperanno antibiotico-resistenza, a causa dell’uso scorretto e smodato che spesso si fa degli antibiotici, sia in campo ambientale, animale e umano. In Europa è vietata la somministrazione preventiva di antibiotici negli allevamenti, ma questo non vale per molti Paesi in via di sviluppo, dove se ne fa ancora un uso massivo».

Invertire la rotta: una possibilità

«Probabilmente non entro i prossimi dieci anni – commenta Petrosillo – ma per le generazioni future il rischio di fare i conti con nuove pandemie è concreto. Ma qualcosa si può fare per provare a prevenirle: programmare piani di intervento ed investire in una sorveglianza globale e attiva da parte degli enti sanitari, veterinari e ambientali preposti, con sistemi di allarme molto precoci e rapidi che permettano di intercettare le modificazioni potenzialmente a rischio degli agenti patogeni, e credo proprio che, dopo l’esperienza Covid che ci ha colto impreparati, questo sia ormai l’orientamento prevalente. In una pandemia, come quella che stiamo vivendo, non esiste un sistema sanitario capace davvero di reggere all’onda d’urto. È per questo che dobbiamo giocare d’anticipo, e imparare dalle esperienze passate. Il virus o il batterio che ha le carte in regola per mettere il mondo al tappeto – conclude l’infettivologo – esisterà sempre: sta a noi evitare che ci riesca di nuovo».

 

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