Salute 24 Settembre 2019

La storia del ‘top scientist’ italiano Giuseppe Mancia: «Ecco come sono arrivato in vetta alla classifica dei ricercatori italiani»

Secondo la graduatoria stilata dalla rivista Plos Biology lo studioso della Bicocca è al 246° posto su 100mila. Premiati i suoi studi su circolazione sanguigna e ipertensione: «Fondamentale investire nella ricerca, in Italia poche possibilità di lavoro in questo ambito»

di Federica Bosco
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È milanese il primo scienziato italiano (al 246° posto) secondo la prestigiosa rivista scientifica Plos Biology. Si chiama Giuseppe Mancia ed è professore emerito di Medicina all’Università Bicocca di Milano. Classe 1940, Mancia – con un passato da sprinter ai tempi di Berruti – nella classifica dei 100mila scienziati top al mondo che raggruppa tutte le discipline del sapere scientifico, ha avuto ragione dei colleghi italiani e nell’area cardio vascolare è tra i primi dieci, mentre in tema di ipertensione arteriosa è risultato il massimo esperto a livello mondiale.

«Sono il primo – commenta con orgoglio dal suo studio al terzo piano del padiglione U7 in Bicocca il professor Mancia – e tra l’altro tre milanesi sono ai primi tre posti in Italia e un grande numero di milanesi tra i primi 20 in Italia. La classifica include tutte le scienze, anche se i medici prevalgono su fisici, matematici, economisti etc.».

Facendo una carrellata sui suoi lavori, focalizziamo l’attenzione sui principali che le hanno permesso di raggiungere questo riconoscimento così importante…

«Mi sono laureato a Siena e nei primi anni di ricerca mi sono dedicato agli animali in particolare alle modifiche emodinamiche durante il sonno spontaneo del gatto: come si comportava la pressione, la gettata cardiaca, il flusso renale, il flusso mesenterico e via di seguito. Successivamente mi sono mosso nel campo della ricerca sull’uomo, ricerca di carattere fisiopatologico dedicata soprattutto al controllo nervoso nella circolazione sanguigna in una serie di condizioni patologiche come l’ipertensione e lo scompenso cardiaco. Poi progressivamente sono passato alla clinica. Molto importanti sono stati tra la fine degli anni ‘70 e gli anni ‘80 i lavori pioneristici sul monitoraggio in ambulatorio sulla pressione. Questi hanno creato la base per una diagnosi e un approccio diagnostico che oggi è universalizzato: in tutto il mondo si misura la pressione e si fa diagnosi di ipertensione con il monitoraggio ambulatorio della pressione nella vita quotidiana. Questi sono stati lavori che hanno avuto una risonanza notevole e continuano ancora oggi. Altri lavori sono stati la dimostrazione di incremento di attività simpatica e di eccitabilità nervosa nell’ipertensione arteriosa e poi tutta una serie di studi clinici rivolti ai meccanismi di azione dei farmaci e ai meccanismi patologici in diverse situazioni cliniche, che hanno dimostrato come nell’ipertensione vi è il momento dell’attività simpatica cuore-vasi che è responsabile di molte alterazioni di questa patologia che rappresenta la prima causa di morte al mondo. Più di recente, a partire da una quindicina di anni fa, con il professor Corrao, dell’università Bicocca, mi sono dedicato all’analisi dei database di Regione Lombardia: un’attività che consente di avere una mole preziosa di dati su cosa succede nella terapia nella vita quotidiana. Sapere cosa succede nella vita reale è importante perché si caratterizza su due fenomeni: bassa aderenza e inerzia terapeutica. Le linee guida dicono cosa fare, ma spesso medici e pazienti non lo fanno. Questo ambito è cresciuto moltissimo negli ultimi anni e il professor Corrao con l’università Bicocca è diventato un modello di riferimento nel mondo».

Sono 34 i professori dell’Università Bicocca ad apparire nella classifica mondiale e tra i primi cento italiani risultano Gianfranco Pacchioni professore di chimica generale ed inorganica al quarantaseiesimo posto, Guido Grassi, docente di medicina interna al sessantunesimo e Gianfranco Parati, professore di malattie dell’apparato cardiovascolare, al sessantatreesimo. Un risultato prestigioso che non sembra bastare però per evitare la fuga all’estero dei cervelli italiani.

«Le possibilità di lavoro in Italia, in particolare nella ricerca, sono drammaticamente basse. – ammette il professor Mancia – È assodato che investire nella ricerca è estremamente importante e anche molto fruttifero. Ci sono stati studi in questo senso che dimostrano come la resa nella ricerca, a medio e lungo termine, non domani, è importantissima e andrebbe assolutamente fatta. Non sono soldi perduti, ma investiti meglio che in altri settori».

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