Salute 1 Aprile 2020

COVID-19, per la protezione degli operatori sanitari servono mascherine FFP2 o bastano quelle chirurgiche?

In Italia più di 8mila professionisti sanitari hanno contratto il virus. Cosa serve per limitare il contagio? La risposta del Gruppo di Lavoro Sistema di Gestione della Sicurezza in Sanità istituito a cura di INAIL/Regione Veneto

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Nell’emergenza sanitaria che l’Italia sta attraversando per la pandemia da COVID-19, una delle questioni più problematiche riguarda la protezione degli Operatori Sanitari. Come già avvenuto con SARS e MERS, anche nel caso di SARS-CoV-2 la trasmissione nosocomiale si sta rivelando un grave problema: è stato infatti accertato che circa il 41% dei casi di COVID-19 confermati a Wuhan è il risultato di una trasmissione correlata all’ospedale. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono 8.358 gli operatori sanitari che hanno contratto un’infezione da SARS-CoV-2, pari all’8,5% del totale delle persone ufficialmente contagiate, con 63 decessi (al 29 marzo 2020).

Ma quali sono i Dispositivi di Protezione Individuale adeguati a proteggere in maniera efficace l’operatore? Basta la mascherina chirurgica o invece è necessario il Facciale Filtrante di Protezione, almeno di classe 2 (FFP2)? Una risposta la fornisce il Gruppo di Lavoro Sistema di Gestione della Sicurezza in Sanità* istituito a cura di INAIL/Regione Veneto (Regione Veneto, DGR n. 064 del 30 ottobre 2019) – SGS Sanità Veneto.

 

MASCHERINA CHIRURGICA E FFP2: PRESTAZIONI A CONFRONTO

«La discussione scientifica – spiega il gruppo di lavoro – riguarda prima di tutto il confronto fra la capacità di proteggere le vie respiratorie dalla penetrazione del virus offerta dai FFP2, rispetto alla mascherina chirurgica». La mascherina chirurgica è finalizzata ad «evitare la diffusione di secrezioni contenenti batteri da parte dell’essere umano che la indossa, ed è progettata e testata rispetto alla capacità di ottenere questo risultato; il FFP è finalizzato a proteggere le vie respiratorie della persona che lo indossa dall’ingresso di particelle pericolose, ed è progettato e testato per verificare che risponda a questo scopo. Peraltro sono state fatte numerose prove sperimentali durante le quali i due tipi di manufatti sono stati sottoposti a test identici, e da tutte è stato ampiamente confermato che sia la capacità filtrante, sia la tenuta alla penetrazione lungo i bordi, sono di gran lunga maggiori nel caso dei dispositivi FFP2, rispetto alla mascherina chirurgica».

Malgrado le evidenze, però, il dibattito sulla possibilità di utilizzare la mascherina chirurgica prosegue ancora oggi: fra i motivi non secondari della discussione «vi è l’importante differenziale fra il costo che deriverebbe dall’uso generalizzato delle mascherine chirurgiche, il cui prezzo è di qualche centesimo».

 

MODALITÀ DI TRASMISSIONE DEL VIRUS

Per comprendere meglio il discorso, è necessario fare chiarezza sulle diverse modalità di trasmissione delle infezioni respiratorie. Parliamo in questo caso di droplets, aerosol e via aerea. Nel primo caso si tratta di «goccioline provenienti dall’albero respiratorio del paziente, con diametro > 10 micron». Per quanto riguarda invece aerosol e per via aerea (termini considerati in questa situazione equivalenti), si parla di «trasmissione attraverso particelle provenienti dall’albero respiratorio del paziente, con diametro < 10 micron)». Vanno inoltre presi in considerazione «il contatto diretto tra le persone», e quello «della persona con superfici e fomiti contaminati dalla deposizione delle particelle infette».

 

CONCLUSIONI

Per quanto riguarda il COVID-19, «le osservazioni epidemiologiche finora disponibili supportano il fatto che, nelle situazioni extra-ospedaliere, cioè quando il contagio riguarda la popolazione generale, la modalità di trasmissione più rilevante è effettivamente quella tramite droplets». Va però detto che la situazione intra-ospedaliera è molto diversa: «In un reparto COVID-19 – spiega il documento – ci sono numerosi pazienti, quindi molti punti di emissione di goccioline infette», oltre che «diverse e robuste correnti aerodinamiche». Secondo il gruppo di lavoro «queste circostanze aumentano in maniera significativa i tempi in cui le particelle emesse dal paziente restano in sospensione, e quindi possono andare incontro ad evaporazione e conseguente riduzione del diametro, e venire trasportate a distanza considerevole dalla sorgente. Per queste ragioni è giustificato sostenere che in ambito nosocomiale la trasmissione per aerosol o via aerea è molto più rilevante che in altri contesti».

Alla luce di tutte queste considerazioni, e nonostante la consapevolezza delle difficoltà di approvvigionamento che riguardano tutti i Paesi colpiti, il gruppo di lavoro ritiene «assolutamente doveroso indicare come strettamente necessaria la protezione delle vie respiratorie con FFP2 in tutte le circostanze assistenziali in cui un OS si trova in presenza di un caso confermato, probabile o sospetto di COVID-19».

 

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*Il gruppo di lavoro è formato da:

 

Autore:

Caterina Zanetti

UOC Medicina del Lavoro

Azienda Ospedale-Università Padova

Gruppo Regionale SGS Sanità INAIL/Regione Veneto

 

Revisori:

Vittoria Cervi

Gruppo Regionale SGS Sanità INAIL/Regione Veneto

Patrizia De Matteis

Gruppo Regionale SGS Sanità INAIL/Regione Veneto

Silvia Fiorio

Medico Competente AULSS 9 Scaligera

Gruppo Regionale SGS Sanità INAIL/Regione Veneto

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