Salute 20 Aprile 2020

Covid-19 e Fase 2, Osservatorio sulla salute delle regioni: «In Lombardia e Marche zero contagi non prima di fine giugno»

La previsione del “giorno zero” per ogni regione basata sui dati delle Protezione Civile. Ma per il professor Lopalco (Igiene Università Pisa): «Dei dati non possiamo fidarci, valutare altri fattori»

di Gloria Frezza
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La quota “contagi zero” non sarà raggiunta da Lombardia e Marche prima della fine del mese di giugno. Le prime regioni colpite dal Covid-19 saranno le ultime a liberarsene. A un mese e mezzo dall’inizio del lockdown in Italia, l’Osservatorio nazionale sulla salute delle regioni italiane fornisce un’indicazione sulle tempistiche che ogni regione può aspettarsi per la fine della prima ondata di infezioni.

Le prime a uscirne potrebbero essere Umbria e Basilicata già il 21 aprile. A seguire il sud, tra la fine di aprile e la prima settimana di maggio. Il Lazio, che dovrà aspettare fino al 12, Veneto e Piemonte fino al 21 maggio. Emilia Romagna e Toscana sono invece previste per fine maggio, e chiudono la fila Lombardia e Marche, regioni in cui i numeri del contagio scendono più lentamente in assoluto.

Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio e ordinario di Igiene all’università Cattolica, e Alessandro Solipaca, direttore scientifico, avvertono: «I tempi del contagio sono diversi a seconda dell’esposizione regionale all’epidemia» e altrettanto diversi dovranno essere quelli della riapertura nella “Fase 2”. «L’Osservatorio ha effettuato un’analisi con l’obiettivo di individuare non la data esatta – puntualizza Solipaca – ma la data prima della quale è poco verosimile attendersi l’azzeramento dei nuovi contagi».

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Le statistiche stimate per ogni regione sono di tipo regressivo e non epidemiologico. Pertanto non sono fondati sulla popolazione esposta ma sull’andamento dei nuovi casi osservati nel tempo, tenendo conto delle misure finora adottate. I dati presi in considerazione inoltre, sono quelli forniti dalla Protezione Civile tra 24 febbraio e 17 aprile, che se sottostimati potrebbero compromettere la proiezione del rilevamento.

Basilicata e Umbria si muovono già nella direzione espressa dallo studio, in quanto nella regione lucana i nuovi contagi sono espressi con una sola cifra, mentre in Umbria proprio oggi si è toccata quota zero contagi interni e uno solo da fuori regione. I trend di diminuzione più lenti in assoluto sono quelli lombardi e marchigiani, seguiti dalla Provincia autonoma di Bolzano che, nonostante il numero basso di contagi, non vedrà lo zero fino a fine maggio. La Valle D’Aosta attenderà il 13 maggio almeno, il 19 maggio per il Friuli Venezia Giulia e il 14 maggio per la Liguria. Le due isole maggiori attenderanno 29 e 30 aprile, mentre tra le regioni del sud saranno Campania, Puglia e Abruzzo ad aspettare di più: rispettivamente 9 per la regione di De Luca e 7 per le altre due.

Gli esperti dell’Osservatorio invitano quindi alla prudenza con la “Fase 2”: «Una eccessiva anticipazione della fine del lockdown, con molta probabilità, potrebbe “riportare indietro le lancette della pandemia” e vanificare gli sforzi e i sacrifici sin ora effettuati».

Alla stessa prudenza allude anche il professor Luigi Lopalco, docente di Igiene all’Università di Pisa e coordinatore della task force per le emergenze epidemiologiche della Regione Puglia, molto diffidente rispetto ai numeri di cui disponiamo. In un articolo pubblicato su “Medical Facts”, spiega che i fattori da considerare sono ben diversi dal «valore di R0 né tanto meno dal numero di casi che tende a zero».

Nei dati che ci vengono forniti, spiega il professore, «chi ha l’infezione da Sars-CoV-2, ma risulta negativo al tampone non viene segnalato. Chi ha una polmonite e non gli si fa il tampone non viene segnalato. Chi muore e non aveva fatto il tampone non viene segnalato. Capite bene dunque che anche ad avere zero casi notificati in un certo territorio non vuol dire certo che il virus non sia presente su quello stesso territorio – insiste –. Come possiamo allora fidarci dei numeri?».

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Per guardare alla fine del lockdown l’esperto suggerisce nuovi indicatori di cui tenere conto, di cui almeno 4 o 5 dovranno raggiungere un valore stabile prima di poter “riaprire”. Tra le priorità indicate ci sono: il numero di tamponi fattibili in una settimana per 1000 abitanti e la quota di positivi, i casi Covid-19 registrati di cui non si conosce l’origine, il numero di focolai ancora aperti, infine la quota di casi segnalati quando già in situazione di gravità.

«Esiste un sistema di sorveglianza di ‘tosse e febbre’ diffusa sul territorio – chiede Lopalco – attraverso pediatri di famiglia e medici di medicina generale che segnali precocemente eventuali focolai epidemici?». E ancora: «Esiste un sistema di allerta che in tutti gli ospedali del territorio sia in grado si segnalare un eccesso di ricoveri di malattia respiratoria acuta grave?».

Al centro della riflessione l’esperto invita a porre un “sistema di sorveglianza”, che si differenzi da un semplice registro dei casi e monitori l’andamento del fenomeno. Dove la sottostima dei dati sia prevista e accettata, ma la situazione resti sotto controllo.

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