Salute 5 Aprile 2018 11:43

Andrea Cecconi (ex M5S): «Da infermiere a deputato, dico che il contratto non va bene. In Parlamento porterò le nostre istanze»

Eletto nel collegio di Pesaro, è uno dei due rappresentanti di categoria presenti in Parlamento. Per ora è iscritto al Gruppo Misto dopo il caso restituzioni. Ma ha le idee chiare: «Sanità assente dal dibattito politico, nostro Paese non può permetterselo». Poi sul decreto Lorenzin: «Vaccinazione fondamentale, ma serve condivisione e non forzature»

Andrea Cecconi (ex M5S): «Da infermiere a deputato, dico che il contratto non va bene. In Parlamento porterò le nostre istanze»

È stato capogruppo alla Camera per il Movimento Cinque Stelle. E dopo la prima legislatura ha riguadagnato un posto a Montecitorio battendo nel collegio di Pesaro il Ministro dell’Interno Marco Minniti. Andrea Cecconi è uno dei due infermieri eletti in Parlamento il 4 marzo (l’altra è la pentastellata Stefania Mammì). Da sempre il suo impegno è per un Sistema sanitario sostenibile ed equo, valorizzando le eccellenze e le competenze distribuite sul territorio. Per ora Cecconi è iscritto al Gruppo Misto, in attesa che il Movimento Cinque Stelle si pronunci sul caso delle mancate restituzioni di una parte dello stipendio, vicenda che gli è costata il deferimento ai probiviri del Movimento fondato da Beppe Grillo.

Onorevole lei è infermiere ed è alla seconda legislatura. Quali sono le esperienze di questi anni e i temi da portare avanti in questo nuovo Parlamento?

«Prima di tutto vorrei dire che è sempre bene avere le categorie professionali rappresentate in Parlamento. Vorrei nel futuro vedere ancora più infermieri seduti nelle aule parlamentari perché questo è il luogo in cui si fanno le leggi, anche le scelte per il futuro della professione infermieristica. Quindi una voce interna è sempre molto importante. Quella precedente è stata una legislatura in cui sono stati fatti passi avanti per gli infermieri, la creazione dell’Ordine, il nuovo contratto. Però c’è da sottolineare il fatto che l’Ordine è uno strumento che deve partire, deve cominciare a lavorare per il bene degli infermieri e per una rappresentanza vera sul territorio e anche politica all’interno delle istituzioni. Sul contratto c’è stata effettivamente una vacanza talmente molto lunga. L’ultimo accordo dell’Aran con i sindacati confederali di fatto non soddisfa quelle che erano le esigenze reali degli infermieri sul territorio e quindi c’è ancora moltissimo da fare nella sanità in generale. Il riconoscimento degli infermieri e del loro ruolo nella sanità in questo momento è stato francamente un po’ calpestato. C’è da dire che la Sanità non è mai stata al centro del dibattito politico, non è stata il cardine su cui vedere il futuro anche del welfare nel nostro Paese. Se n’è parlato ma non abbastanza. I cittadini chiedono sempre più sanità. La gestione sanitaria è un elemento fondamentale del benessere dei cittadini, non considerarla è un errore che la politica ha fatto per troppi anni e speriamo di correggerlo in questa legislatura».

L’Italia è un Paese che ha tassi di natalità bassi, un grosso problema di invecchiamento della popolazione e di conseguenza di malattie croniche. L’infermiere inserito nel contesto sociale riveste un ruolo sempre più importante. Si parla già di infermieri di famiglia che possano assistere i pazienti sempre più disincentivati al ricovero. Sappiamo che nel contratto questo non è stato riconosciuto appieno, mentre su questo voi insistete molto. È uno dei temi su cui l’iniziativa parlamentare può portare avanti la discussione…

«Noi abbiamo una bassa natalità e una popolazione sempre più anziana, l’aspettativa di vita continua ad aumentare anno dopo anno con tutte le cronicità che si porta appresso. L’errore di questo contratto collettivo è stato quello di non guardare al futuro. Sistema anche un po’ grossolanamente gli errori del passato ma non attua una riforma per il futuro della professione. Gli infermieri sono dei professionisti molto amati dai cittadini che riconoscono nell’infermiere una capacità, un’abilità e anche una cura rispetto alle esigenze di salute dei cittadini. Purtroppo ciò non viene riconosciuto dal punto di vista legislativo: è un vuoto che va colmato. Non è solo una questione di contratto collettivo. La sanità andrebbe riformata, i problemi sono storici, vengono da lontano. Non è soltanto una questione di istituire un’infermiere di famiglia ma è tutta la medicina territoriale che va rivista, che non funziona. Così come la gestione ospedaliera che si è cercata di riformare in questi ultimi cinque anni ma semplicemente tagliando, cioè dicendo che i cittadini non devono più stare in ospedale perché è un costo eccessivo tenerli lì e quindi li gestiamo nel territorio. Poi nel territorio non c’è stata nessuna riforma, nessun passo avanti, nessuna convenzione nella medicina generale che portasse di fatto a un rinnovamento della sanità pubblica. Se non si fa questo passo io non vedo un futuro roseo per la sanità pubblica nel nostro Paese e questa è una grossa perdita che non credo l’Italia si possa permettere».

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Una delle leggi che ha fatto discutere molto quest’aula nei mesi scorsi è stata la conversione del decreto ministeriale sull’obbligatorietà dei vaccini e su questo ci sono state visioni profondamente diverse. Per altro il professor Burioni l’ha anche bacchettata sui social. Cosa pensa di quel provvedimento? Crede che su questo ci sarà una riapertura della discussione nella nuova legislatura?

«Su quello c’è stata anche una discussione in campagna elettorale che ha coinvolto diversi schieramenti politici, la Lega e il M5S in primis. L’errore di quel decreto non è tanto rilevare l’importanza della vaccinazione come presidio sanitario fondamentale nella salute pubblica dei cittadini, ma nel togliere un diritto, una libertà di cura e inserirlo in una imposizione legislativa attraverso un decreto legge. Che è quello che poi ha smosso le piazze, gli animi, i timori dei cittadini. Noi abbiamo sempre ritenuto che con la condivisione, con una progettazione, una prevenzione primaria migliore si sarebbero ottenuti gli stessi identici risultati che invece la Lorenzin ha voluto imporre per decreto e io credo che vada fatto questo anche per ricongiungere un po’ quello che è il rapporto medico-paziente e paziente-istituzioni. Si va a rompere un legame che è già molto flebile, molto labile imponendo un trattamento sanitario tra l’altro a minori, bambini su genitori che magari hanno dei timori o perplessità e piuttosto che sanare quelle perplessità gli si impone per legge una vaccinazione coercitiva. La vaccinazione, lo sottolineo, è una cosa fondamentale e importante per la salute pubblica ma c’è modo e modo di attuare una politica sanitaria come questa nel nostro Paese».

 

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