Politica 11 Giugno 2020

La ricetta di Fabiola Bologna (Misto) per la sanità: «Ripartire da personale e reti territoriali. A luglio pdl su malattie rare in Aula»

La neurologa e deputata, recentemente passata dal M5S al Gruppo Misto, continua il suo impegno per la sanità. Ricorda i colleghi in prima linea a Bergamo contro il Covid-19 e annuncia emendamenti al Dl Rilancio su RSA e sostegno alla ricerca

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Revisione delle RSA, creazione di una rete territoriale di professionisti della sanità, rafforzamento della telemedicina e della ricerca. Verteranno su questi temi gli emendamenti al Dl Rilancio presentati da Fabiola Bologna, medico neurologo e deputato del Gruppo Misto, uno dei parlamentari più attivi sui temi della sanità. Dirigente ospedaliero al “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo, è stata poi eletta alla Camera dei deputati per il Movimento Cinque Stelle e ha ricoperto il ruolo di capogruppo in Commissione Affari Sociali.

Per questo ha destato grande sorpresa il suo addio al Movimento a fine aprile, quando ancora l’Italia era in lockdown. «Fabiola ha deciso di andarsene in silenzio e senza fare polemiche pubbliche, ma la sua amarezza è profondissima» aveva scritto su Facebook il suo amico Guido Silvestri, virologo di fama mondiale. A Sanità Informazione Bologna ribadisce di non voler fare polemica «in un momento così delicato» ma assicura leale sostegno all’esecutivo guidato da Giuseppe Conte e di voler proseguire con convinzione il suo impegno sui temi della sanità.

Bologna ha le idee chiare sul rapporto che deve esserci tra sanità privata e sanità pubblica, dopo le polemiche scoppiate sul modello lombardo, e auspica «una regia pubblica competente che valorizzi la sanità pubblica e provveda al monitoraggio e alla valutazione dei bisogni dei cittadini». La sua ricetta è ripartire dal personale sanitario, gli ‘eroi’ che in questi mesi hanno combattuto spesso a mani nude il ‘virus invisibile’.

Infine il suo impegno per i malati rari e un annuncio: a luglio dovrebbe approdare in Aula alla Camera il Testo unificato che, tra le altre cose, prevede una cornice normativa per l’aggiornamento puntuale dei livelli essenziali di assistenza per i malati rari.

Onorevole, lei lavorava all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ed è stata eletta in un collegio della Lombardia (Lecco-Como-Sondrio). È rimasta in contatto con i suoi colleghi? Come hanno vissuto quei momenti così difficili?

«Ho avuto la fortuna di lavorare in un ospedale di alto livello e ci tengo a dire che questo livello è merito di un personale sanitario di grande professionalità per formazione e di grande umanità per approccio alla cura. Questo si è reso evidente a tutto il Paese anche durante questa tragica pandemia, per cui di fronte ad una completa riorganizzazione dei reparti, per fare spazio ai pazienti Covid nelle terapie intensive, semintensive e nelle unità di degenza, tutti i miei colleghi si sono messi a disposizione. Molti di loro sono stati anche lontani dalle famiglie per evitare il rischio di infettarle e molti purtroppo si sono ammalati. Il racconto dei miei colleghi è unanime: nel momento in cui si affronta una situazione del genere si pensa solo a fare il massimo per salvare i pazienti e non si ha il tempo di soffermarsi a pensare. Si cerca lo sguardo dei colleghi attraverso le visiere protettive per sostenersi a vicenda e si cerca di trasmettere un sorriso di incoraggiamento ai pazienti, anche se non era raro vedere a fine turno colleghi che piangevano vicino alle loro auto prima di tornare a casa pensando a chi avevano perso in quella giornata, provando un grande senso di impotenza di fronte a un virus letale come questo».

L’emergenza ha messo sotto pressione il Sistema sanitario nazionale che nel complesso ha retto. Tuttavia l’esplodere del contagio in Lombardia ha messo in discussione la sua sanità, in particolare il grande peso dei privati. Lei che idea si è fatta?

«La Lombardia è stata ed è tuttora, anche per numero di contagi, la regione più colpita. Le persone malate gravi durante la fase più acuta della pandemia sono state ricoverate e curate negli ospedali con uno sforzo mai visto da parte degli operatori. Ma è mancato il territorio, che sarebbe stato necessario per garantire, oltre alla presa in carico dei pazienti che non avevano sintomi gravi o tali da essere ospedalizzati, anche una presa in carico dopo il ricovero per decongestionare i reparti ospedalieri. Il territorio invece non era preparato ad affrontare una situazione del genere per una molteplicità di fattori: in primis perché non aveva i dispositivi di sicurezza e infatti molti medici di famiglia si sono ammalati; non si è creata una rete tra loro né con gli specialisti del territorio; c’è stato un ritardo nella separazione dei percorsi di gestione tra pazienti Covid e non Covid; i dipartimenti di prevenzione non sono riusciti a gestire la situazione anche a causa della carenza di personale e di una dirigenza delle aziende territoriali non sempre all’altezza e capace di prendere provvedimenti efficaci. L’unico modo per poter pensare di gestire la sanità pubblica e quella privata convenzionata (quindi pagata con i soldi delle tasse dei cittadini), a mio parere, è creare una regia pubblica competente che valorizzi la sanità pubblica e provveda al monitoraggio e alla valutazione dei bisogni dei cittadini e indichi al privato convenzionato quali servizi può fornire in maniera integrata con la sanità pubblica, con le stesse regole del pubblico sia in termini di qualità di offerta dei servizi, sia in termini di reclutamento del personale con una particolare attenzione ai criteri di accreditamento. In generale ritengo che bisogna preservare quello che di buono c’è anche in Lombardia che, prima dell’emergenza, era considerata una delle prime regioni scelte da molti cittadini italiani per curarsi».

Ha presentato numerosi emendamenti al Dl Rilancio. Da cosa bisogna ripartire?

«Sicuramente bisogna ripartire dal personale sanitario che in questi anni è stato ridotto senza una corretta programmazione, con il blocco del turnover, a spese della qualità dei servizi per il cittadino e lasciando i giovani medici laureati in un limbo che chiamiamo “imbuto formativo”. I miei emendamenti auspicano un modello territoriale che comprenda reti di collaborazione di medici di medicina generale, infermieri di famiglia, medici specialisti e tutte le figure sanitarie e socio-sanitarie che possano garantire continuità assistenziale per la gestione territoriale e domiciliare dei pazienti che non necessitano di ricovero ospedaliero. Sono necessari una revisione delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) che hanno una struttura organizzativa e tariffaria obsoleta rispetto alla flessibilità necessaria per rispondere ai bisogni attuali del territorio e un protocollo uniforme per la telemedicina che possa essere utile per il Covid ma anche per tutte le patologie croniche in maniera strutturale. Servirebbe inoltre avviare un monitoraggio dei percorsi ospedalieri e territoriali per la ripresa delle attività anche per i pazienti cronici che sono rimasti “sospesi” durante la pandemia, penso ai pazienti oncologici, cardiologici e neurologici, penso anche ai malati rari e cronici. Il Covid ci ha mostrato l’importanza della ricerca: dobbiamo agevolare le sperimentazioni cliniche in Italia e sostenere i nostri ricercatori per mantenere competitivo un settore di altissima eccellenza. Per poterci definire una società evoluta è altresì essenziale l’attenzione alle persone con disabilità che dobbiamo mettere nelle condizioni di poter esprimere il proprio potenziale durante tutto il percorso di vita personale e lavorativa».

Dopo il suo passaggio al Gruppo Misto anche il noto virologo Guido Silvestri ha speso parole di apprezzamento per lei. Può spiegarci le ragioni alla base del suo addio al M5S?

«Credo che quello che ha scritto il prof. Guido Silvestri, che mi onora della sua amicizia, esprima perfettamente le mie ragioni. Al netto di quella che è stata una difficile decisione personale e politica, per la quale non è mai stata mia intenzione creare polemiche pubbliche in un momento tanto delicato e complesso come quello che stiamo vivendo, il mio lavoro rimane a sostegno dell’attuale maggioranza di Governo».

Nella commissione Affari sociali della Camera, prima dell’emergenza Covid, stava portando a termine come relatrice la proposto di legge su malattie rare e farmaci orfani…

«Il 12 febbraio 2020 abbiamo adottato in Commissione il Testo unificato elaborato dal Comitato ristretto, frutto di un lavoro trasversale che ha visto impegnate tutte le forze politiche per obiettivi alti e comuni: garantire alle persone con malattia rara e alle loro famiglie una cornice normativa per l’aggiornamento puntuale dei livelli essenziali di assistenza; garantire la pronta disponibilità di farmaci; protocolli personalizzati di presa in carico da parte dei servizi riabilitativi, sociali e assistenziali e il rilascio di una certificazione di malattia rara che abbia validità su tutto il territorio nazionale; introdurre incentivi alla ricerca per una diagnosi sempre più precoce e per la produzione di farmaci orfani. A seguito del nuovo calendario dei lavori parlamentari il provvedimento dovrebbe approdare in Aula il prossimo luglio».

 

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