Lavoro 7 Luglio 2020

Sanità post-Covid, il primario del PS di Lodi: «Bene rinforzare terapie intensive e territorio, ma non si dimentichino le degenze ordinarie»

Intervista a Stefano Paglia: «Necessario tutelare meglio i medici dalle denunce finalizzate al profitto»

di Federica Bosco
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Più posti letto nei reparti e un’assicurazione in grado di tutelare meglio i medici. Per Stefano Paglia, primario del Pronto Soccorso dell’Ospedale di  Lodi, per la sanità post-Covid serve una riorganizzazione del sistema ospedaliero e una maggiore tutela per i medici, fino a ieri eroi e oggi bersagli di molte denunce.

«La sicurezza complessiva è aumentata, anche sul controllo epidemiologico, ma le performance di emergenza non sono migliorate – spiega il professor Paglia -. Ci serve una quantità maggiore di personale, una organizzazione più complicata perché praticamente abbiamo quasi dovuto raddoppiare i percorsi, ma i tempi di adeguamento strutturale definitivo non sono semplici. Le posso dire che se sul piano della pandemia Covid-19 la situazione è decisamente migliorata, la complessità gestionale è invece peggiorata».

«Ora siamo sicuramente molto forti per quanto riguarda i letti di terapia intensiva – prosegue Paglia -. Ne sono stati fatti tanti e altrettanti ancora ne verranno fatti. Ci siamo attrezzati e ci stiamo muovendo molto da quel punto di vista. Il problema è che per ogni paziente in terapia intensiva ce ne sono altri dieci da ricoverare, ed io tutto questo impegno sulla degenza ordinaria non lo vedo. Sembra che queste cose non interessino a nessuno. Anzi, il distanziamento sta portando ad una riduzione del numero di letti rispetto a quelli che avevamo prima del Covid. Quindi se continua così alla prossima ondata avremo meno letti di quanti ne avevamo appena scoppiata la pandemia».

Il professor Paglia fa un’analisi attenta, ma senza entrare in rotta di collisione con le istituzioni e tanto meno con la politica, come lui stesso tiene a precisare. «Non sto dicendo che non servono letti in terapia intensiva e non sto assolutamente dicendo che non doveva essere costruito l’ospedale alla Fiera di Milano. In quel momento quel posto sembrava un’ottima idea, lo è stato e serviva. Piuttosto sto dicendo che questa malattia non si affronta solo con i letti di terapia intensiva, occorre fare anche reparti di degenza».

«La Cina e il resto del mondo – prosegue – hanno affrontato questa pandemia creando grandi strutture di ricovero dove tenere i pazienti in fase iniziale come in terapia intensiva. In Italia il concetto di terapia intensiva è passato subito, il concetto di sub-intensiva è passato con più fatica, del concetto posti letto di degenza ordinaria non si è parlato e le assicuro che quelli hanno bloccato il sistema. In Italia siamo passati dalla frase “meno male che la pandemia è scoppiato in Lombardia”, alla frase “ci sono stati tanti morti perché è scoppiata in Lombardia, classico esempio di una lettura speculativa politica di un fatto».

«Io non ho interesse a difendere nessuno – continua il professor Paglia -, però faccio un riferimento preciso: se nella fase pre-epidemica avere un forte sistema territoriale con medici di base che lavorano bene può aiutare a prevenire lo sviluppo della malattia, è altrettanto vero che nel momento in cui la patologia è esplosa il medico di famiglia non ha molte frecce al suo arco. Può andare a fare visita al paziente, col rischio di infettarsi, e seguire il decorso della malattia. Allora, è ovvio che occorre rinforzare i medici di base, ma servono soprattutto ospedali e ne servono tanti».

«Lavorare sulla medicina di base è necessario – aggiunge Paglia -, così come lavorare sull’appropriatezza degli accessi al pronto soccorso. Oggi purtroppo siamo tornati al periodo pre-Covid, quando la gente si recava in ospedale pur non avendo nulla. Questo oggi è una follia perché l’ospedale resta il posto più pericoloso dove contrarre il virus. È come se durante la peste del Manzoni i milanesi si fossero accalcati nel lazzaretto a farsi visitare. È incredibile, sono bastati pochi mesi e abbiamo ricominciato da capo. È ovvio che le persone vengono qui perché la soluzione del problema è più rapida. Occorre allora rimettere la medicina di base al centro? – si domanda Paglia -. Va benissimo, ma non basta, servono ospedali e tanti letti per la medicina di base».

Un divario che durante la pandemia si è fatto sentire e che deve essere colmato per rendere più sicuro e agevole il lavoro dei medici. Medici che, nonostante l’appellativo di eroi conquistato sul campo, stanno ancora una volta scivolando nel limbo delle denunce facili. Un sistema che per Paglia dovrebbe essere corretto.

«Siamo rassegnati – ammette -. Anche perché una reale e oggettiva difesa da quello che è un accanimento nei confronti dei medici non c’è. Si parla spesso di malasanità, ma io non credo esista il tema in Italia. Certo, ci sono medici che commettono errori, tanto più in una situazione di forte stress emotivo e di pressione psicologica. I dati oggettivi però ci dicono che le cose non stanno così, soprattutto se facciamo un confronto con altri Paesi. Anzi, sono assolutamente convinto che in Italia esista in Italia un sistema orientato ad un modello speculativo risarcitorio che vede interi filoni quasi commerciali vivere sulle disgrazie. Questo tipo di atteggiamento non ha nulla a che fare con la ricerca di giustizia».

«Nella mia esperienza personale – racconta il professor Paglia – non trovo una grande correlazione tra un senso di giustizia in sanità e l’istituzione di un processo penale per omicidio colposo. Non per colpa del magistrato, ma a causa del meccanismo che porta avanti le segnalazioni che molto spesso sono correlate a delle logiche di tipo risarcitorio, e l’azione penale è fatta come forma intimidatoria per poi arrivare a quello che interessa realmente, ovvero il risarcimento economico».

«Tutto questo è un unicum, perché i Paesi al mondo dove il medico si trova in un processo penale per omicidio colposo o per lesioni gravi colpose sono davvero pochi. Forse questa è l’occasione per definire quale potrebbe essere una soluzione ottimale: tutti dobbiamo avere un’assicurazione per auto; allora è evidente che ogni medico deve avere un’assicurazione professionale che tenga conto del fatto che la medicina non è una scienza esatta. L’errore è possibile, ma non necessariamente deve corrispondere ad un reato. E su questo parlo da perito, non tanto da medico, in quanto ho questa funzione in sede penale presso diverse procure al servizio della magistratura, e sempre riguardo tematiche che hanno a che fare con il pronto soccorso».

«Importante – conclude Paglia – è comprendere che ogni volta che si verifica un danno o un decesso non si tratta necessariamente di un reato penale. Diverso è ragionare su quelli che possono essere i criteri di tipo civilistico risarcitorio. Se potessimo prevedere questo tipo di logiche all’interno di una dinamica assicurativa come quella dell’automobilista forse avremmo un sistema più flessibile e più giusto, e si creerebbero meno problemi anche ai parenti. Perché una cosa è agire in sede penale ed un’altra capire quanto rimane dell’azione risarcitoria portata avanti» .

 

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