Lavoro 31 Luglio 2020

Medici fiscali, la pre-intesa per l’Acn spacca i sindacati: le ragioni del sì e quelle del no all’accordo

La maggioranza dei sindacati è favorevole all’accordo con l’Inps: per lo Smi si tratta di un «traguardo ambito da decenni per chiudere con il precariato e aprire alla stagione della regolarizzazione e della stabilizzazione dei medici fiscali». Contraria la Fp Cgil: «Grave errore firmare un’intesa che non tutela i lavoratori»

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L’Accordo Collettivo Nazionale per la Medicina Fiscale è ad un passo. Dopo l’incontro di giovedì sera è infatti stata raggiunta una pre-intesa con l’Inps che però ha spaccato i sindacati. Da un lato quelli che considerano il nuovo Acn un «traguardo ambito da decenni per chiudere con il precariato e aprire alla stagione della regolarizzazione e della stabilizzazione dei medici fiscali» (tra questi, Smi, Fimmg e Anmefi); dall’altro chi (come Fp Cgil e Sinmevico) considera un «grave errore firmare un’intesa che non tutela i lavoratori».

IL FRONTE DEL NO

«Siamo stupefatti e anche un po’ irritati dal fatto che alcune organizzazioni sindacali vogliano firmare un accordo che è evidentemente peggiorativo rispetto all’attuale convenzione», spiega Andrea Filippi, segretario della Fp Cgil Medici. «La pensano come noi anche tutti quei medici fiscali che hanno preso parte ad una raccolta firme contro questo accordo e che hanno inviato montagne di mail chiedendoci di non sottoscriverlo».

I motivi del no sono sostanzialmente tre: «Si tratta di un accordo che mina la certezza del tempo determinato perché fino ad ora avevamo una lista ad esaurimento che tutelava i professionisti. In questo testo si parla di tempo indeterminato ma con riferimento alla convenzione stessa, non al rapporto di lavoro dei medici fiscali. Ciò vuol dire che qualsiasi intervento legislativo che abolisca la convenzione fa sostanzialmente diventare i medici fiscali molto più precari di prima».

In secondo luogo, secondo Filippi alcuni sindacati avrebbero sostenuto che «il motivo per cui i medici fiscali sono rimasti senza stipendio in questi mesi di blocco dell’attività fosse da ricercare nella mancanza di una convenzione. Quella che stiamo discutendo non dà però alcuna garanzia retributiva di fronte ad un’eventuale ripresa dell’emergenza Covid che blocchi di nuovo le attività. Noi avevamo chiesto di inserire una clausola di salvaguardia delle retribuzioni in caso di nuovo blocco, ma l’Inps non l’ha inserita. C’è solo una dichiarazione congiunta nella quale si dice che si impegneranno per trovare una soluzione ma, al momento, non c’è nessuna clausola di salvaguardia».

Terzo motivo: «Questo è un accordo collettivo nazionale che inquadra i medici fiscali in un rapporto di tipo libero professionale, puro e secco. Questo rapporto però contempla, secondo l’Inps, l’incompatibilità rispetto ad altre attività lavorative, e come tale impone un rapporto libero professionale senza nessuna tutela ma con tutti i vincoli di un rapporto di dipendenza. Un medico fiscale non potrà fare altro che il medico fiscale, e se viene interrotta l’attività non percepisce alcuno stipendio. Questa è una decisione illegittima, a nostro avviso, perché non si può impedire ad un medico che viene contrattualizzato come libero professionista di fare un altro lavoro. Non si può fare. E per questo ci saranno tantissimi ricorsi. In più – spiega ancora il segretario Fp Cgil Medici – con questa convenzione le retribuzioni vengono ridotte di circa il 30%. È una convenzione favorevole ai medici fiscali? A noi sembra di più una batosta».

Alla fine, però, questo accordo si farà, nonostante, conclude Filippi, «tutti i medici fiscali sostengono che non vada sottoscritto. Le organizzazioni sindacali lo stanno firmando contro il parere dei medici fiscali».

IL FRONTE DEL SI’

«Con questa convenzione avremo delle tutele che non abbiamo mai avuto. Non lavoriamo dal 9 marzo, ciò significa che siamo senza un reddito. C’è chi dice che la normativa vigente ci tutela ma non sono per nulla d’accordo, soprattutto in riferimento agli ultimi sette anni». Così Piera Mattioli, responsabile nazionale medici fiscali del Sindacato Medici Italiani (SMI).

«Fino ad oggi sono stata a casa dando la disponibilità per otto ore al giorno ma senza fare visite. È una reperibilità gratuita. Essere pagati a prestazione è dura perché se non si fanno visite non si guadagna. E invece ora, con questo accordo, oltre a 30 giorni di assenza retribuite, tutela sindacale e diritto di sciopero, avremo 2.500 euro fissi al mese per la disponibilità. Quindi anche se non fanno visite, quella somma i medici fiscali la ricevono comunque. Il carico di 90 visite al mese viene praticamente assicurato. C’è poi un rimborso per visita che va da 22 a 25 euro. Arriviamo dunque ad un reddito mensile di quasi cinquemila euro».

«È vero – spiega ancora Mattioli – che ci sono colleghi che hanno guadagnato o guadagnano anche più di 10mila euro al mese, ma ce ne sono tantissimi che sono arrivati a mille, duemila o tremila euro. Cinquemila euro non sono pochi. Ci sono medici del pronto soccorso che verrebbero volentieri da noi, a queste condizioni».

Ma se l’accordo è così vantaggioso, perché tra i sindacati c’è una spaccatura? «Si tratta di un ottimo accordo, tant’è che la maggioranza assoluta dei sindacati è favorevole. Probabilmente ci sono alcuni colleghi che, in determinate zone, riescono a lavorare di più e magari hanno anche un altro lavoro, e sono proprio questi colleghi ad essere contrari alla convenzione. Con questo nuovo Acn c’è il problema dell’incompatibilità: l’Inps impedisce a chi fa questo lavoro di farne un altro nella stessa provincia. Forse questo è uno dei motivi per cui qualcuno è contrario all’accordo».

 

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