Lavoro 6 Ottobre 2020 18:35

Congresso Fimmg, Scotti: «In caso di emergenza, il medico di famiglia diventi un medico condotto 2.0»

Da Villasimius, dove è in corso il congresso della Federazione dei medici di Medicina Generale, il segretario Silvestro Scotti boccia le Case della Salute, si scaglia contro i vaccini antinfluenzali in farmacia e si chiede: «Perché quando si parla di territorio non c’è un sistema di solidarietà regionale?»

Congresso Fimmg, Scotti: «In caso di emergenza, il medico di famiglia diventi un medico condotto 2.0»

Un medico condotto 2.0 con compiti e funzioni specifici previsti dall’Accordo collettivo nazionale. Questo, in caso di emergenza, il ruolo che dovrebbero ricoprire i medici di famiglia secondo Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione italiana dei medici di Medicina Generale riunita a Villasimius, in Sardegna, per il suo congresso annuale.

Segretario, è passato un anno dall’ultimo Congresso FIMMG, ma sembra trascorso un secolo.

«È stato un anno lunghissimo, caratterizzato da periodi ed emozioni diverse. Ma avere la possibilità di ritrovarci qui, anche se in un congresso più intimo, è fondamentale per poter ritrovare un po’ di normalità».

Quali sono le proposte che partiranno dal Congresso?

«Per gestire quest’epidemia, bisogna creare dei modelli di assistenza che prevedano un ruolo più attivo del medico di famiglia. Aspettare delle risposte dai dipartimenti crea disagio ai pazienti e a noi stessi, che dobbiamo fermarci alla fase del sospetto diagnostico, all’indirizzo assistenziale per le prime cure e all’ospedalizzazione quando le situazioni si aggravano. Ma tutto questo non può bastare. Il medico di famiglia deve dare la percezione della presa in carico, e gli altri servizi devono necessariamente dialogare con lui, gestendo l’attesa o attivando l’urgenza; altrimenti, se riduciamo il rapporto fiduciario con il paziente e non lo controlliamo più, i cittadini correranno all’ospedale».

E a livello contrattuale cosa dovrebbe cambiare?

«L’Accordo collettivo nazionale non ha mai previsto un adattamento delle funzioni e dei compiti del medico di Medicina Generale in caso di emergenza nazionale. In caso di terremoto, nessuno si pone il problema delle cure primarie all’interno della tendopoli. È il medico che si organizza e si adatta. Ma questi non sono aspetti che possono essere lasciati all’improvvisazione. Per esempio, è o non è compito del medico di Medicina Generale segnalare alla questura l’isolamento, invece di caricare anche questo sui dipartimenti di prevenzione? Dipartimenti, tra l’altro, impostati per avere la governance di certi sistemi, non per essere attivi nelle pratiche assistenziali e professionali. E questo è un errore profondo. Parliamo di potenziare le risorse umane nei dipartimenti, quando il territorio si depaupera. Questo è il tipico modello italiano per complicare le cose semplici».

Quindi un ruolo apposito per il medico di famiglia in caso di emergenza.

«In caso di emergenza, il medico di famiglia deve tornare ad essere una sorta di medico condotto 2.0: punto di collegamento tra ospedale o specialità di secondo livello, che possa determinare modelli organizzativi dove la risposta oraria o fiduciaria sia stabilita in base alle necessità. Sono tutti aspetti che vanno regolamentati. E a chi dice che dovremmo trasformarci in dipendenti, ricordo che noi siamo dipendenti della convenzione, quindi bisogna scrivere nelle convenzioni le cose che servono all’attuale modello organizzativo. Se la Medicina Generale è inefficiente, è perché chi ha il dovere manageriale della governance è incapace».

E per quanto riguarda l’influenza? I medici di famiglia sono pronti?

«La mascherina e tutte le misure messe in atto per limitare il contagio da Covid servono anche a limitare la diffusione delle altre malattie respiratorie. Quindi dovremmo assistere alla stagione di epidemia influenzale più leggera degli ultimi 15 anni».

Ma ad ogni modo i vaccini antinfluenzali potrebbero non essere sufficienti in tutte le Regioni…

«Questo perché quando si parla di territorio non c’è un sistema di solidarietà regionale. Perché un cittadino di 40 anni senza fattori di rischio nel Lazio avrà probabilmente accesso alla vaccinazione e un ultrasessantacinquenne con più patologie croniche in Lombardia potrebbe non averlo? Il diritto alla salute rispetto alla vaccinazione antinfluenzale in questo momento non è garantito in modo paritario all’interno di tutte le regioni. Perché le regioni non si sono riunite per aiutare quelle in difficoltà? Intanto, ci si sta muovendo anche su mercati esteri per capire se si può integrare il numero delle dosi che possono essere utili a chi rischia di rimanere fuori».

17 milioni di dosi quindi non sono abbastanza?

«Secondo l’ultimo rapporto Passi del 2016, in Italia ci sono 16 milioni di cronici. Se aggiungiamo donne in gravidanza, bambini da 0 a 6 anni, forze di polizia, allevatori, insegnanti eccetera, le dosi non sono sufficienti nemmeno per gli aventi diritto. Gli altri Paesi si accordano direttamente con le multinazionali farmaceutiche rispetto alle dosi vaccinali che gli servono per quell’anno, garantendo l’acquisto rispetto alla produzione. La Germania ha iniziato a muoversi a febbraio. Questa cosa l’Italia non la fa, ci sono direttamente le gare delle regioni. In questi meccanismi di mercato l’Italia è un po’ tardiva».

E poi c’è il dibattito sul possibile ruolo di altri professionisti sanitari nella somministrazione del vaccino…

«Due cose sono chiare: la prescrizione del vaccino e l’anamnesi pre-vaccinale sono atto medico. Quindi serve un medico. Ma se mancano i medici, quali medici sono disposti ad andare in farmacia per una vaccinazione occasionale? Rischiamo che questa faccenda diventi la premessa del prestanomismo. E se un farmacista fa un vaccino senza il medico presente parte la denuncia, perché qui parliamo della sicurezza dei cittadini. E poi manca un sistema di comunicazione tra medico di famiglia e farmacista, che non ha informazioni su chi abbia la priorità della vaccinazione. Quindi il rischio è che si consumino dosi su pazienti a basso rischio quando in altre sedi i pazienti a rischio restano senza vaccino. Senza parlare degli infermieri che si stanno gettando su qualunque campo possibile…».

Infine, per quanto riguarda l’organizzazione della medicina territoriale su cui si sta discutendo in questi mesi?

«Lo diciamo da mesi ormai. L’unica scelta rimane il microteam. Non ci servono le Case della Salute, abbiamo bisogno di persone sul territorio che possano prendere in carico i pazienti. Ma qualsiasi evoluzione della Medicina Generale che vada verso la strutturazione dei servizi non può tener conto delle esigenze dei pazienti».

 

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