Contributi e Opinioni 6 Novembre 2020

Il quarto giorno in un reparto di emergenza Covid-19

È uno spaccato di vita ai tempi del Covid-19 quello raccontato dall’Igienista Dentale Paola Lastella, colpita dal virus. Paola ha deciso di mettere nero su bianco i momenti difficili e spiegare le sensazioni che si provano in un reparto Covid-19. Così ha raccontato la sua storia in un diario in sette giorni in cui i ricordi di quei giorni difficili si intrecciano a sensazioni e stati d’animo

di Paola Lastella, Igienista dentale

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Roma, 19 ottobre 2020 (quarto giorno)

Nottata terribile, questo è il primo pensiero. Non so quanti altri giorni dovrò restare qui, ma se riescono a curarmi il Covid, finisco comunque al traumatologico (non perdo il mio senso dell’umorismo). Non so quanto si possa resistere su questa barella corta e dura. Ho mal di testa, il ricambio d’aria è talmente forte che sembra di stare in alta montagna, mi verrà la sinusite, mi fa male tutto, è disumano. Mi alzo sfinita per andare al bagno e vedo il ragazzo con il respiratore, avrà 30 anni, sarà alto 1.90 su una barella 20 cm più corta di lui, ha i piedi di fuori, lui sta peggio di me.

Ritorno alla mia brandina, infermieri non se ne vedono in giro, quelli che fino alle due ti hanno tenuto sveglia con i racconti dei disagi dei loro turni. Dottori, men che meno. La gente sulle brandine, alcuni su qualche lettino fortunato, se sei esile e corto, senza cuscini, i cuscini sono per pochi o se trovi l’infermiere giusto. Devi chiedere quando puoi, ma non vuoi dare fastidio più di tanto e io ho paura di perdere la mia stanzetta privilegiata che mi è capitata per fortuna; gli altri stanno nel reparto, che si articola in aree collegate, una specie di grande corridoio come un grande serpentone. Sono stanca, avrò dormito due o tre ore, con le gambe piegate, ho un dolore su un lato. Sono stanca.

Gli amici, i miei figli, mio fratello, mi chiamano, mi mandano messaggi, mi tengono compagnia, fra una terapia e l’altra, per non farmi sentire sola. “Però adesso stai meglio, ma ancora ti tengono lì?” Non so nulla.

Torna l’infermiera filippina, ho paura,  mi dice di nuovo “dobbiamo fare emogas”, in tono perentorio, sono diventata una sfida per lei, non voglio essere scortese, ma è proprio doloroso il prelievo, spero che oggi vada meglio. Inizia nuovamente la ricerca dell’arteria nel mio braccio, su e giù, destra sinistra, non esce un  filo di sangue, le dico, “per favore chiami un’altra infermiera”, ne sta passando una davanti la porta, vede il mio sguardo supplichevole e dice “tutto a posto qui?”. La mia aguzzina lascia la preda e dice “mi dispiace, ne ho fatti già 6 oggi, non capisco”, dico “non si preoccupi”. Sono dispiaciuta per lei, leggo la sua sconfitta, ma non ce la faccio più, la nuova infermiera prende la situazione in mano e con poche manovre mi fa il prelievo, sono salva!

Sto meglio, non bene.

Mia figlia riesce a parlare con un medico di turno molto gentile, Gianluca, che mi dice che stanno aprendo il nuovo reparto di degenza e forse mi trasferiscono lì, i parametri sono abbastanza buoni, sono fuori pericolo, forse…

Sono ancora qui, passano i pasti, i cibi di ospedale, insipidi, ma appaiono buoni, perché comunque è l’unica cosa confortante che ti arriva in questo posto di dolore, mando le foto a casa delle minestrine gourmet e dei puré di patate per edentuli, per sdrammatizzare… ne sto uscendo, è questione di giorni, ma quanti? Non si sa, l’incertezza è la cosa più devastante, non avere mai una notizia sicura, le risposte non ce le hanno i dottori.

Nel frattempo, vedo che si riducono le dosi di cortisone e capisco che forse sto meglio, mi tolgono l’antibiotico, ma i prelievi e le flebo continuano (bisogna che mi tengano sempre monitorata).

 

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