Contributi e Opinioni 3 Novembre 2020

Sette giorni in un reparto di emergenza Covid-19

È uno spaccato di vita ai tempi del Covid-19 quello raccontato dall’Igienista Dentale Paola Lastella, colpita dal virus. Paola ha deciso di mettere nero su bianco i momenti difficili e spiegare le sensazioni che si provano in un reparto Covid-19. Così ha raccontato la sua storia in un diario in sette giorni in cui i ricordi di quei giorni difficili si intrecciano a sensazioni e stati d’animo

di Paola Lastella, Igienista dentale

Roma, 16 ottobre 2020 (primo giorno)

Sono a casa da quattro giorni per una febbre che non accenna a passare, che, per qualche motivo, mi rende debole e mi priva completamente di quelle energie residue che le donne normalmente conservano con una banale influenza. Stavolta è diverso, ho fatto il tampone alcuni giorni fa ed è positivo. Rapidamente sopraggiungono i ben noti sintomi d’allarme: la tosse, molta nausea e la difficoltà a stare in piedi, l’incapacità a mantenere attenzione e vigilanza integre… e poi l’affanno, la difficoltà a respirare, la fame d’aria… e la paura di non avere più le forze per reagire.

Mia figlia è un medico, anche lei ha contratto l’infezione ed è in isolamento a casa sua. Al telefono dice che sto troppo male e devo andare al pronto soccorso. Io sono sola con mio figlio, Arturo, lui è negativo, io ho la febbre, non passa, 38.5°C… non sto bene. Decido di andare al pronto soccorso, ma come? Prendo la macchina? Non ce la faccio ad andare al garage e poi dovrei parcheggiare davanti all’ospedale di zona, non si trova mai posto, mi sento male, sono debole, chiamo qualcuno? Non mi va di infettare nessuno. Chiamo un’ambulanza? Se chiamo l’ambulanza, chissà quando arriva e chissà dove mi porta, diventa complicato.

Sono poche centinaia di metri, decido di andare a piedi, prendo quattro cose, un pigiama, della biancheria, non ho fatto il cambio di stagione, non trovo nulla, ho la nausea, mi cade tutto dalle mani, prendo quello che trovo, saluto mio figlio e parto a piedi, mi copro, metto un piumino leggero appena comprato, ha il cappuccio, sta piovendo, indosso la mascherina, sono le 20.00 non c’è nessuno per strada, evito le poche persone che incontro, non voglio infettare nessuno, arrivo al pronto soccorso dell’ospedale di quartiere e chiamo la dottoressa che conosce mia figlia, è di turno, mi dice che sta arrivando, che intanto, posso entrare all’accettazione.

Suono il campanello, si affaccia la guardia giurata, dico che sto male, ho il Covid, non riesco a formulare frasi comprensibili, vaneggio frasi sconnesse “devo vedere la dottoressa Chiara”, mi ha detto di venire al pronto soccorso. “Aspetti fuori”. Ritorna dopo 5 minuti e mi dice “Vada più avanti, al civico 20 e suoni”. Arrivo al civico 20, suono e aspetto 10 minuti, non apre nessuno, torno indietro e risuono alla guardia giurata, esce fuori e mi dice vada ancora più avanti, un cancello bianco, suoni lì. Non c’è traccia di indicazione. Arrivo al cancello, non c’è nessun campanello, forse non è questo, vado più avanti, all’ingresso dell’ospedale c’è l’impiegato dell’accettazione, chiedo a lui, non so dove devo entrare, non lo sa neanche lui, fa una telefonata e mi dice che devo tornare indietro, al cancello bianco, devo battere con la mano sul cancello (questo ospedale sembra più inespugnabile di una fortezza medievale). Torno indietro, fortunatamente c’è qualcuno che ha aperto il cancello e finalmente entro.

Viene qualcuno con la tuta da astronauta che mi fa sedere su una panchina metallica e inizia a prendermi i valori di pressione, saturazione e temperatura. Arriva la dottoressa, sono tutti bardati, non distingui i volti di nessuno. “Lei è la mamma di Fernanda, so tutto di lei”. Inizia a farmi domande, sono in buone mani. Sto lì per un paio d’ore, c’è un’altra ragazza su una poltrona più avanti nel corridoio. Arrivano ambulanze continuamente. Mi fanno fare un passaggio in una poltrona leggermente più comoda della panchina. Finalmente, verso l’una di notte, mi portano a fare la TC toracica con il contrasto, perché io ho un aneurisma dell’aorta ascendente, sono un soggetto a rischio, sono mezza cosciente, assonnata, intontita, ma è breve per fortuna.

Attraverso i corridoi mi portano in una minuscola stanzetta in reparto e mi fanno accomodare su di una brandina: rimango pietrificata all’istante, è dura, si sentono i ferri sotto la schiena, io ho problemi alla colonna, ci sarà un materassino alto 5 cm ed è corta, io sono alta 1,70 e sono una donna robusta di corporatura, non c’entro, sto male e scomoda. Mi dicono che la diagnosi è polmonite da Covid bilaterale, tipica immagine “a vetro smerigliato”. Da qui inizia la lunga catena di montaggio del ricovero: posizionano l’ago cannula, iniziano i prelievi, emogas, tachipirina, flebo, cortisone, eparina, antibiotico… la notte passa senza poter dormire, non riesco a trovare una posizione.

 

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