Sanità internazionale 7 Luglio 2020

«Cosa ho visto nei giorni del Covid e perché non potrò mai dimenticarlo. Ora è la riabilitazione dei guariti a far paura»

La lettera di una fisioterapista inglese

«Cosa ho visto nei giorni del Covid e perché non potrò mai dimenticarlo. Ora è la riabilitazione dei guariti a far paura»

«Sono fisioterapista da quasi un quarto di secolo. Ma il 2020 è stato l’anno più impegnativo che io abbia vissuto finora. Nella mia carriera, ho curato pazienti di tutti i tipi, ma quello che ho visto durante la pandemia di coronavirus mi tormenterà per il resto della mia vita. Ogni caso di Covid-19 è diverso, anche se dopo un po’ ti rendi conto di aver già visto da qualche parte ogni pezzo del puzzle. Ma è il livello e la complessità della riabilitazione dopo il Covid di cui hanno bisogno alcuni sopravvissuti per poter tornare alle loro vite a spaventarmi».

Inizia così le lettera di Cate Leighton, pubblicata nella rubrica del Guardian ‘Blood, sweat and tears’. Sangue, sudore e lacrime, in italiano. Tre parole che ben descrivono quello che medici e professionisti sanitari di tutto il mondo hanno dovuto attraversare in questi mesi di pandemia, che in tante aree del mondo continua a causare quelle immagini devastanti da cui l’Italia fortunatamente sembra essersi allontanata. Ma è del dopo, che la dottoressa Leighton, fisioterapista inglese, intende parlare. Cosa aspetta chi è sopravvissuto alle terapie intensive e alla fase acuta del Covid?

«In passato ho lavorato sul territorio aiutando i pazienti a raggiungere i loro obiettivi nelle loro case. Ho lavorato in terapie intensive neonatali, neurochirurgiche, cardiologiche e generali. Ho aiutato pazienti che soffrivano di malattie che non saprei neanche scrivere. Ho visto esami diagnostici stranissimi e bellissimi. Mi sono chiesta, guardando la complessità di un trauma cerebrale in un’immagine, come avrei potuto far tornare quel paziente a camminare. E ho sentito l’euforia, quando ci sono riuscita».

«Ma mai avevo visto polmoni, simili a vetro crepato, come quelli dei pazienti Covid – continua la dottoressa -. Ho fissato quelle immagini, chiedendomi da dove arrivasse il loro ossigeno, come riuscissero a coniugare lo sforzo di respirare con lo stare seduti, alzarsi, camminare, muoversi. Vivere».

«Molti pazienti sono morti, a causa del Covid – si legge ancora nella lettera -. Per quelli sopravvissuti, la strada verso la guarigione può essere complessa. Ripida e tortuosa come l’Everest. I riflettori sulle terapie intensive si sono spenti, ora è il turno dei servizi di riabilitazione. E la difficoltà del compito che ci aspetta mi sveglia di notte. Ci sono troppi ‘e se’ che tormentano il mio sonno. E se il personale non è sufficiente? E se i programmi terapeutici non sono abbastanza? E se non avessi fatto bene la mia parte?».

«Se il Covid si è unito ad un’altra patologia, poi, magari un ictus o un’anca rotta, quella verso la guarigione sarà un’impresa erculea. I pazienti dovranno lavorare sodo per riacquistare movimenti normali. Utilizzare in modo corretto le braccia, portare le mani alla bocca, muovere le labbra per baciare i propri cari».

«C’è un paziente, in particolare, che mi è rimasto impresso. È stato sedato e ventilato artificialmente, e ha avuto tutti i sintomi collegabili al Covid. Il suo percorso di riabilitazione ha reso necessari quattro fisioterapisti per consentirgli di sedersi, e altre quattro persone con specifici macchinari per farlo alzare e camminare. Aveva bisogno di assistenza per attività quotidiane come lavarsi o vestirsi. Ogni parte di lui era rallentata, così come i progressi che faceva ogni giorno. Piccoli, lenti, ma costanti. Grazie ad un team di fisioterapisti che lo aiutava in ogni sua mossa, pian piano è diventato sempre più indipendente. Ma ci vorranno ancora 12 mesi di lavoro prima di tornare alla normalità».

«Mai come ora, il mondo della fisioterapia è unito e ha tutte le intenzioni di lavorare, insieme, verso il successo della riabilitazione di ogni paziente. È la nostra natura, essere tenaci e risolvere problemi. Statene certi, non ci arrenderemo», conclude la dottoressa Leighton.

 

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