Salute 27 Marzo 2020 17:50

Visite domiciliari, cure precoci e controllo da remoto: con il ‘modello Piacenza’ il coronavirus si sconfigge casa per casa

L’oncologo Luigi Cavanna, dell’ospedale di Piacenza, racconta: «Se i sintomi sono quelli del Covid, facciamo un’ecografia e diamo gli antivirali e strumenti di controllo. Poi monitoriamo a distanza, ma se le cure vengono iniziate precocemente sono pochi i pazienti da ospedalizzare. È una strategia che può cambiare la storia di questa malattia»

Visite domiciliari, cure precoci e controllo da remoto: con il ‘modello Piacenza’ il coronavirus si sconfigge casa per casa

«È quasi commovente. Ti accolgono come dei salvatori. Delle volte entriamo in casa di persone anziane che sono sole: siamo mascherati, bardati, quasi ci scusiamo. È già una mezza medicina vedere che qualcuno si interessa a loro. Ci sono persone che da settimane chiamavano e non trovavano risposte». Il toccante racconto arriva da Luigi Cavanna, un medico che ha deciso di non restare in ospedale ad aspettare i malati di Covid-19 ma di andare a cercare e curare i malati casa per casa. Cavanna è primario di Oncologia all’Ospedale di Piacenza, uno degli ‘epicentri’ dell’epidemia. In questo momento emergenziale ha dismesso i panni dell’oncologo per rendersi utile contro il coronavirus.

«Piacenza si trova a dieci minuti di auto da Codogno, può immaginare lei in che situazione ci siamo trovati già subito dopo venerdì 21 febbraio, giorno del primo caso», racconta a Sanità Informazione. Dopo qualche giorno, con il Pronto soccorso affollato e le terapie intensive che si riempivano, l’illuminazione: «Era il 25 o 26 febbraio. Siamo stati chiamati a domicilio da una signora, una paziente oncologica che aveva il quadro clinico da Covid ma non voleva assolutamente andare in ospedale. Siamo stati a casa sua, le abbiamo fatto un’ecografia del torace e l’abbiamo curata a casa, le abbiamo subito fatto le terapie con l’idrossiclorochina e l’antivirale. Abbiamo lasciato a casa un piccolo apparecchio per misurare l’ossigeno dal dito e tutti i giorni ci mandava informazioni su come andava. Pian piano ha iniziato a migliorare. Lì è nata l’idea: ma perché non andiamo a curare precocemente questi pazienti a domicilio?».

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L’intuizione si rivela vincente: aggredendo la malattia dal principio, anche in assenza della conferma del tampone, tanti pazienti sono stati curati a casa loro, sempre sotto il costante controllo medico. Un lavoro che «può cambiare la storia naturale di questa malattia e che potrebbe evitare di occupare tanti posti in rianimazione», secondo Cavanna. Un metodo esportabile e che fa già parlare di un ‘modello Piacenza’.

«La maggior parte delle persone che arrivano al Pronto soccorso e che vediamo che vanno in rianimazione hanno una storia clinica di 10, 15, o 20 giorni di febbre, un malessere che poi si trasforma in problema respiratorio: comincia a mancare il fiato dopo uno sforzo, poi manca anche a riposo, poi si va in Pronto soccorso ma spesso è tardi», continua l’oncologo, che ha curato i pazienti con le terapie finora disponibili.

«La nostra strategia è stata quella di cominciare un trattamento specifico antivirale. Voglio chiarire che la terapia antivirale decodificata non esiste a tutt’oggi, ma ci sono farmaci dimostrati efficaci come l’idrossiclorochina e antivirali che si usano per l’Aids. Abbiamo accumulato molte esperienze: se questi farmaci vengono somministrati precocemente, malati che partono da una febbre a 39-40 con una ossidazione al limite non sono stati ricoverati e sono migliorati a casa. Questa è la chiave di volta. Il problema non è andare a fare il tampone a casa, spesso non c’è tempo: l’importante è iniziare precocemente le cure».

Attualmente sono un’ottantina i pazienti in cura ‘a distanza’, con controllo domiciliare. «Ma sono destinati ad aumentare perché adesso si è creata una task force: abbiamo cominciato con il caposala e il sottoscritto, ma adesso anche l’Azienda sanitaria e la regione Emilia Romagna stanno strutturando gruppi di medici e infermieri che vanno nelle case proprio con l’obiettivo di curare precocemente i malati e tenerli monitorati».

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Un test, quello di Cavanna, che sembra rovesciare l’assunto di queste settimane: evitare l’ospedalizzazione per potenziare l’assistenza domiciliare e diminuire i ricoverati in terapia intensiva. «Ci sono malattie che arrivano all’improvviso come infarto o ictus – spiega Cavanna -. Non è così per il Covid. Le persone che arrivano al Pronto soccorso sono persone che hanno una storia di febbre, tosse e ancora febbre. Poi comincia a comparire l’insufficienza respiratoria. È fondamentale curare precocemente con farmaci ad hoc ma soprattutto monitorare i pazienti. Ci rendiamo conto tutti i giorni del loro stato di salute con i messaggi che ci mandano: se qualcuno non li manda siamo noi a chiamare. Si è creata una piccola cabina di regia. Così ci rendiamo conto dei pazienti più critici che hanno bisogno di essere ricoverati. Per la verità se le cure vengono iniziate precocemente sono pochi quelli da ospedalizzare».

Ma come capire se un malato ha il Covid oppure no? «All’inizio, nel dubbio, facevamo i tamponi, adesso non più. Se una persona ha sintomi come febbre, tosse secca, dolori articolari, disturbi del gusto e dell’olfatto in una zona endemica come Piacenza non ci sono dubbi. Il tampone ora lo faremo solo per capire se il paziente si è negativizzato». Inoltre, per avere conferma della diagnosi, Cavanna porta nelle case anche strumenti per fare delle ecografie al torace: «Sono dei piccoli apparecchi, noi ne abbiamo uno piccolo ma ancora un po’ ingombrante. Comunque stanno arrivando quelli palmari, che si mettono in tasca. Questo tipo di polmonite è interstiziale, quindi dà una immagine caratteristica anche nelle ecografie. È una diagnosi facile da fare».

Per ora la città emiliana sembra registrare un calo dei contagiati, ma bisogna tenere la guardia alta. «Per fortuna al Pronto soccorso negli ultimi due-tre giorni si è ridotto l’afflusso – spiega il medico -. Speriamo che si sia raggiunto il picco e si stia andando verso una fase di assestamento. Secondo me anche l’intervento sul territorio sta dando i primi frutti».

Non si tratta però solo di una questione medica: c’è anche l’aspetto umano. Persone spesso sole o comunque isolate nell’affrontare una malattia che sembra essere tutt’altro che una semplice influenza. «L’altro aspetto è la sensazione di abbandono che hanno questi pazienti. Dire ‘state a casa’ va bene, ma è difficile stare a casa se si sta male, diventa un problema grosso».

 

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