Salute 20 Ottobre 2020 17:00

Seconda ondata, Quici (Cimo-Fesmed): «Sono molto preoccupato. In questi mesi non è stato fatto niente»

Secondo il Presidente del sindacato dei medici, nel lasso di tempo trascorso tra la prima e la seconda ondata di Covid «non è stato fatto nulla: nessun intervento strutturale né sul personale né, soprattutto, sulla formazione». La soluzione? «Lockdown di due settimane»

Seconda ondata, Quici (Cimo-Fesmed): «Sono molto preoccupato. In questi mesi non è stato fatto niente»

Nel lasso di tempo trascorso tra la prima e la seconda ondata di Covid «non è stato fatto nulla: nessun intervento strutturale né sul personale né, soprattutto, sulla formazione». Il virus ormai circola indistintamente in ogni parte d’Italia e «ci siamo fatti cogliere impreparati». È inutile dare risorse o strumenti «se poi manca il personale per seguire adeguatamente tutti i casi». E sui Dpcm: «Si va a tentoni, non sono provvedimenti significativi». La soluzione? «Lockdown di due settimane, in modo da identificare bene i focolai e far ripartire tutte le normali attività». Guido Quici, Presidente della Federazione Cimo-Fesmed, si dice molto pessimista e preoccupato per i nuovi picchi che sta raggiungendo la pandemia da nuovo coronavirus.

Presidente Quici, come sono messe le Regioni?

«Io sono molto preoccupato. Innanzitutto, esiste un netto scollamento tra il Governo e le Regioni, e mai come ora si nota in cosa consiste l’autonomia differenziata. L’esecutivo tenta di fare alcune cose e non tutte le Regioni ottemperano. Lo abbiamo visto nella scuola ma anche in tanti altri settori. Prendiamo ad esempio i famosi respiratori: il Governo dice di aver messo a disposizione circa 1.600 respiratori che le Regioni non hanno utilizzato. È vero, ma è altrettanto vero che mettere a disposizione dei respiratori e non avere le professionalità capaci di farli funzionare non ha senso. Faccio un altro esempio: la Campania, ma vale un po’ per tutte le Regioni. In questi mesi mi sembra che siamo andati in vacanza. Non è stato preso alcun tipo di provvedimento: le assunzioni sono sempre a tempo determinato e i posti letto non sono stati attivati. Eppure si prevedeva eccome che ci sarebbe stata la seconda ondata. Solo adesso si è pensato di aprire posti letto di sub-intensiva e intensiva, ma è stato fatto dalla sera alla mattina e con una distribuzione geografica sproporzionata. Non avendo medici a disposizione, le Aziende sono state costrette a prendere camici bianchi non specialisti a supporto di chi sta in malattie infettive, quindi dermatologi, gastroenterologi e così via. Ma cosa possono fare se non hanno fatto formazione? E quindi ci ritroviamo in una situazione in cui ci sono nuovi posti letto ma non c’è personale adeguatamente formato. Come detto, ciò vale per parecchie altre Regioni».

Che differenze ci sono rispetto alla prima ondata?

«Nella prima ondata tutto era circoscritto ad alcune Regioni, principalmente del Centro-Nord Italia. Adesso invece il virus è distribuito su tutto il territorio nazionale in maniera abbastanza indistinta. Ciò significa che gli oltre 10mila contagiati quotidiani hanno possibilità nettamente superiori di infettare altre persone. Il problema vero è che nei mesi tra la prima e seconda ondata si dovevano fare delle cose che non sono state fatte: in primis, serviva una pianificazione ampia; in secondo luogo, il personale (giovani da assumere a tempo determinato o specialisti di altre branche) andava formato adeguatamente. Di tempo ce n’era ma nessuno ha pensato fosse necessario fare una cosa del genere. Non dimentichiamoci poi che, come al solito, la già netta separazione tra ospedali e territorio è oggi ancora più evidente. Perché se la Regione Campania, ma anche le altre, decide di chiudere tutta l’attività ordinaria negli ospedali, non avremo solo morti di Covid. Tra l’altro, non facendo diagnosi tempestive dei tumori, cosa succederà dopo? Immagino che nel giro di qualche anno aumenterà notevolmente il numero di morti a causa delle mancate diagnosi. Non si è insomma pensato a tenere in piedi una struttura che garantisca anche le prestazioni non Covid. Se gli ospedali vengono chiusi allora sarebbe opportuno raddoppiare il numero di ore e di medici a disposizione della specialistica ambulatoriale. Se non possono lavorare in ospedale perché si pensa solo al Covid allora le visite corrispettive andrebbero fatte nei distretti, nel territorio. Neanche questo è stato fatto».

Insomma, lei dice che in questi mesi non si è pensato a come affrontare la seconda ondata, sia come personale che in termini di risorse…

«Un altro problema è che i medici non sono stati assunti a tempo indeterminato. Quando si parla di 30mila sanitari assunti anche per il 2021, parliamo sempre di precari. Non c’è stabilizzazione e il medico non fa un percorso completo. Poi, argomento risorse: il miliardo in più stanziato per il fondo sanitario nazionale non è una novità. Invito tutti a dare uno sguardo alle finanziarie degli scorsi anni, in cui il fondo è stato puntualmente aumentato di circa un miliardo. Insomma, è un atto dovuto ed è proprio il minimo che si possa fare. Non mi pare sia stato fatto nulla di eccezionale. Non capisco i tanti toni entusiasti che dicono “grazie ministro Speranza”…».

I provvedimenti del nuovo Dpcm serviranno?

«Con i Dpcm il Governo va a tentoni. Non sono provvedimenti significativi. Non faccio il Premier, ma fosse dipeso da me probabilmente avrei fatto valutazioni diverse. Per dire, qual è il periodo di incubazione per trasmettere questa malattia? Tra i 5 e i 7 giorni? Benissimo. Quando ci si ammala? Entro 10-12 giorni? Bene: lockdown per due settimane. So perfettamente che esistono degli aspetti economici importanti, però se si blocca tutto per quindici giorni, la diffusione del virus crolla drasticamente, così come i ricoveri. Dopo questo, si identificano bene e circoscrivono i focolai, perché con un provvedimento del genere si ridurrebbero notevolmente, e si riprendono tutte le attività».

 

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