Salute 29 Aprile 2022 12:07

«Recuperare tutti i tossicodipendenti è un dovere dello Stato. Ma lo stigma è ancora forte». Parla Massimo Barra

Una vita nella Croce Rossa, Massimo Barra ha fondato la comunità di recupero di Villa Maraini, a Roma, nel 1976. La peculiarità è la scelta di non avere un metodo: «Curiamo tutti i tossicomani con l’idea che sia la terapia che si deve adattare al tossicomane e non viceversa». Poi denuncia: «Oggi lo stigma colpisce anche chi presta assistenza, chi si avvicina al mondo dei tossicomani viene visto con un certo sospetto»

di Francesco Torre
«Recuperare tutti i tossicodipendenti è un dovere dello Stato. Ma lo stigma è ancora forte». Parla Massimo Barra

Dal 1976 nel cuore di Roma, alle spalle di via Portuense, sorge un complesso, immerso nel Parco della Croce Rossa Italiana, dove da 46 anni ci si prende cura degli ultimi, di tutti coloro che in preda alle dipendenze, soprattutto da droghe, hanno un disperato bisogno di aiuto.

A prima vista, tutto sembra tranne che un centro di servizi per la cura e la riabilitazione da droghe, abuso di alcol e gioco d’azzardo: ci accoglie un verde rigoglioso, tutto è molto curato, palme, pini e fontane allietano la vista. Se oggi esiste questo centro di eccellenza è grazie all’intuizione di Massimo Barra, medico, per tre anni presidente della Croce Rossa, dal 2005 al 2008.

Ma quando nel lontano 1976 Barra decise di fondare una comunità di recupero, Villa Maraini, ex sanatorio per la tubercolosi, era in stato di abbandono.

«All’epoca ero il presidente nazionale dei Pionieri della Croce Rossa – ricorda Barra a Sanità Informazione -. Appena laureato, ho cominciato a lavorare al primo centro antidroga d’Italia che era il Centro di Salute Mentale di via Merulana a Roma. Un assessore illuminato, il marchese Sacchetti, che era stato negli USA, aveva conosciuto la terapia a base di metadone. In Italia non si sapeva neanche cosa fosse. Aprì questo centro a via Merulana, presso l’ufficio di Igiene del Comune, e io fui uno dei primi medici ad occuparsi di questo. Successivamente, concepii l’idea di trasferire quel centro in questi locali di Villa Maraini che erano abbandonati. Questo era un sanatorio durante la guerra, e dopo un preventorio dove i bambini Tbc venivano allontanati dalle mamme e fatti vivere insieme per evitare il contagio. Riuscii a far stringere un accordo tra la Croce Rossa e il Comune di Roma che stanziò 80 milioni di lire per restaurare i locali».

Dal 1976 molta acqua è passata sotto i ponti ma, purtroppo, la droga continua ad essere un flagello sociale. E Villa Maraini e Massimo Barra continuano ad essere in prima linea nell’accoglienza, anche andando nei vari quartieri della Capitale con le unità mobili che consentono di raggiungere in strada i più vulnerabili, portando aiuto anche a chi pensa di non averne bisogno, diffondendo la politica umanitaria della riduzione del danno. Una storia raccontata nel libro “Croce Rossa Amore mio” di Maria Grazia Colombo (Herald Editore) dove, oltre alla lotta alle tossicodipendenze, è raccontata tutta la lunga carriera nella Croce Rossa di Massimo Barra, tra missioni in Italia e all’estero.

«Dal 1976 non è cambiato molto, i tossicomani sono sempre gli stessi – spiega Barra -. Cambiano le sostanze, in maniera direi vichiana, con corsi e ricorsi storici. Quando nel singolo o in una collettività domina l’eccitante poi questo sarà il prodromo di un secondo periodo in cui domineranno i sedativi. Quando domineranno troppo i sedativi poi ci sarà lo spazio per ricominciare con gli eccitanti. Attualmente c’è stato un periodo in cui dominavano gli eccitanti come la cocaina e tutti dicevano che l’eroina era una cosa vecchia. Noi abbiamo visto migliaia di tossicomani da eroina da quando esiste Villa Maraini».

A differenza di altre comunità di recupero, a Villa Maraini non c’è un metodo predeterminato: «Qui abbiamo il metodo di non avere un metodo. Chi ha un metodo obbliga il tossicomane ad adattarsi al metodo. Se io mi adatto mi salverò, ma se non mi adatto sono fatalmente destinato ad andarmene – spiega Barra -. Noi abbiamo la presunzione di poter curare tutti i tossicomani con l’idea che sia la terapia che si deve adattare al tossicomane e non viceversa. La terapia non è una toccata e fuga, è un lungo cammino di anni che nel mondo anglosassone viene definito “continuum of care”».

Il Covid non ha cambiato la prospettiva della Fondazione, che ha continuato a lavorare accogliendo chi ne avesse bisogno. «Durante il lockdown – continua – i servizi pubblici si sono affrettati a chiudere dando grandi quantità di metadone da portare a casa e magari facendo qualche telefonata. Nei casi peggiori i tossicomani sono stati completamente abbandonati. Noi qui vediamo 600 persone al giorno h24. Dopo un primo periodo di smarrimento abbiamo continuato tranquillamente con le nostre azioni: tamponi, mascherine e tutti i presidi per prevenire il Covid».

Sono tre le tipologie di assistenza che offre Villa Maraini: ambulatoriale, semiresidenziale e residenziale. Tante le storie di persone che ogni giorno lottano contro la dipendenza, in uno strenuo duello tra la vita e la morte, ma anche contro lo stigma che ancora oggi colpisce chi fa uso di sostanze stupefacenti.

«Lo stigma e la discriminazione è talmente forte che è infettiva, cioè colpisce anche chi come me ha avuto l’idea di curare i tossicomani – commenta il fondatore di Villa Maraini -. Chi si avvicina al mondo dei tossicomani viene visto con un certo sospetto: come mai ci si cura dei tossicomani, che ci sarà sotto, ecc. Questo cambia quando ce l’hanno a casa il tossico, anche i potenti. Mi hanno sempre osteggiato tutti, anche in Croce Rossa. Quarantacinque anni fa, quando ho iniziato, spendere i soldi dello Stato per i drogati era una cosa quasi scandalosa».

Massimo Barra ha le idee chiare su cosa si può fare per migliorare la lotta alle droghe. Promuove la Conferenza sulle droghe voluta dalla ministra per le Politiche giovanili Fabiana Dadone che «ha smosso le acque, è stata un fatto positivo» e, sia pur con i loro limiti, ritiene positivo il ruolo svolto dai Ser.D., i Servizi pubblici per le dipendenze patologiche: «In Italia ci sono centinaia di SerD che ogni giorno incontrano 90mila tossicomani che prendono il metadone. I tossici che si vedevano 50 anni fa non sapevano dove andare, oggi lo sanno. Potrebbero funzionare meglio, ma in un paese fortemente corrotto e burocratizzato come il nostro è un’impresa titanica poter agire in maniera libera e potersi dedicare al paziente e non alle regole».

Barra rivendica poi l’esperienza delle unità mobili con cui si riesce a portare aiuto anche a chi non è in grado di chiedere aiuto: «Grazie a queste unità, che ho inventato io, svolgiamo un’azione molto capillare. Succedono cose da libro cuore: c’è stato un ragazzo che ha portato cento siringhe usate perché sa che noi siamo contenti di togliere una possibile fonte di contagio dalle strade. Oppure ci segnalano che vicino a una scuola ci sono delle siringhe. L’attività di strada non è limitata all’attesa, c’è una ricerca attiva. Lo Stato si deve permettere di cercare tutti i tossicomani. Uno dei nostri slogan è “meet, test and treat” cioè “incontra, fai gli esami e tratta”».

Secondo Barra «il paziente curato è sempre una persona problematica e pericolosa per sé e per gli altri ma una non curata può fare qualsiasi cosa. Tutto ciò che di turpe avviene quotidianamente nel nostro Paese e nel mondo ha sempre di mezzo la droga. Dietro le cose che non si capiscono, anche efferati fatti di cronaca, si può essere sicuri che c’è la droga. Questa condiziona tutto, anche economicamente, perché c’è il guadagno e il piacere. L’uomo, come tutti gli animali, segue il principio del piacere per sfuggire il dolore».

Nella biografia di Barra non passano inosservate le foto con le principali personalità di ogni momento storico e di ogni parte del mondo: ministri, presidenti, premi Nobel e anche Papa Giovanni Paolo II. Il libro è anche un’occasione per tracciare un bilancio: «Forse in fase di valutazione penso di essere stato troppo indipendente, troppo amante dell’indipendenza. Ma se non fossi stato così indipendente non avrei creato Villa Maraini e non avrei messo le basi per creare il volontariato nella Croce Rossa».

 

 

 

 

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