Salute 26 Novembre 2021 16:55

Nuova variante sudafricana, Ricciardi: «Allarmarsi no, preoccuparsi sì»

L’Italia ha vietato l’ingresso da 8 Paesi. Il consulente del ministro Speranza: «Le esperienze del passato c’insegnano che queste misure, spesso, risultano tardive. La sudafricana potrebbe anche essersi già diffusa. Non sappiamo se questa variante provocherà danni alla copertura vaccinale, ma pare essere ancora più contagiosa della Delta»

di Isabella Faggiano

Si chiama B.1.1.529 ed è la nuova variante sudafricana, quella che in queste ore sta tenendo cittadini e Istituzioni di tutto il mondo con il fiato sospeso. I vertici dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sono già al lavoro per determinare se questa variante, a causa dell’elevato numero di mutazioni con cui si presenta, debba essere classificata come “preoccupante”. Intanto l’Italia, come altri Paesi europei e non solo, già dalle prime ore di questa mattina ha vietato l’ingresso a chiunque negli ultimi 14 giorni sia stato in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Eswatini e Malawi.

È difficile stabilire con certezza cosa accadrà nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Ma qualche previsione, sulla scorta delle esperienze accumulate in questi due anni di pandemia, è possibile farla. Ne parliamo con Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, a margine dell’evento “Il valore della vaccinazione”.

Professor Ricciardi, c’è chi ha definito la sudafricana come “la peggiore delle varianti”. Dobbiamo allarmarci?

«Allarmarci no, ma dobbiamo preoccuparci. Proprio come stiamo già facendo. L’Italia, come molti altri Paesi dell’Unione Europea ed Israele, ha immediatamente limitato la circolazione dal Sudafrica. Ma potrebbe non essere sufficiente ad evitare la diffusione della nuova variante. Purtroppo nel passato, molto spesso, queste misure sono risultate tardive, poiché nel momento in cui vengono adottate il virus si è già diffuso. Dobbiamo preoccuparci anche perché non sappiamo ancora se la variante sudafricana provocherà danni alla copertura vaccinale, ovvero limiterà la protezione finora garantita dal vaccino. Di certo, si tratta di una variante ancora più contagiosa della Delta, a sua volta già risultata molto più contagiosa della variante originale di Wuhan. E la contagiosità è un problema: tutti sappiamo che tanto più un virus si diffonde, tanto più farà danni. Ma per capire quali e quanti saranno questi eventuali effetti nocivi è necessario attendere gli esiti degli studi scientifici già avviati in queste ore».

Prima della sudafricana era stata la variante Delta plus a tenerci in allarme. Dobbiamo ancora preoccuparcene?

«Sì. Dobbiamo temere queste varianti che emergono. Non a caso si chiamano “varianti di preoccupazione”. Vanno necessariamente misurate e monitorate. La variante Delta plus ha una maggiore contagiosità, anche se non sembra avere una maggiore pericolosità dal punto vista clinico. Ma, ripeto, la maggiore contagiosità è un problema da non sottovalutare: la variante Delta era già risultata due volte più contagiosa di quella originale, la Delta Plus fino a 10 volte in più e dalla nuova sudafricana ci aspettiamo un ulteriore incremento di contagiosità. Per questo, l’attenzione deve restare alta e dobbiamo attrezzarci per fronteggiare nuove potenziali situazioni di emergenza».

In un clima di crescente preoccupazione come quello che stiamo vivendo in queste ore quale contributo potrà apportare la vaccinazione nella fascia di età 5-11 anni?

«Il contributo della vaccinazione pediatrica è fondamentale. Innanzitutto per proteggere i bambini, perché non è vero che i bambini non vengono colpiti dalla variante Delta. Anzi, attualmente in Italia il 30% della popolazione contagiata è pediatrica. In Gran Bretagna dove il virus è già più diffuso i dati sono ancora peggiori: sono centinaia i bambini ospedalizzati e decine i piccoli che hanno perso la vita. Quindi la vaccinazione nella fascia 5-11 anni è indispensabile per proteggere i bambini, ma anche per limitare ulteriormente la circolazione del virus e la trasmissione nelle altre fasce, soprattutto quelle più fragili, come gli anziani e i malati».

Giorno dopo giorno i contagi continuano ad aumentare. E stando alle previsioni sarà questa la tendenza della stagione in corso. Il Super Green Pass è una misura sufficiente al contenimento dell’emergenza o ne servirebbero ulteriori?

«Contro queste varianti così contagiose non c’è un’unica misura risolutiva. È l’abbinamento di tutte le misure a fare la differenza. La prima, irrinunciabile, è la vaccinazione, un vero e proprio pilastro. Poi, ci vogliono le cautele comportamentali, come le mascherine, la distanza di sicurezza, l’igiene delle mani, la ventilazione degli ambienti, troppo spesso sottovalutata anche nelle scuole. Tutte queste misure, insieme, se applicate correttamente possono limitare la circolazione del virus. E il Super Green Pass è un incoraggiamento ad applicarle, a vaccinarsi, a proteggersi. In questo modo potremmo avere non solo un Natale, ma anche un inverno, abbastanza sereno e avvicinarci, poi, alla primavera che tradizionalmente è il momento in cui la possibilità di trascorrere più tempo all’aria aperta abbassa anche il rischio di contagio».

 

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