Salute 7 Settembre 2020

La Cina inserisce la clorochina nelle linee guida contro Covid-19

Esclusi idrossiclorochina e remdesivir. Intervista ad Andrea Savarino, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità

di Peter D'Angelo
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La Cina ha inserito la clorochina nelle linee guida per il trattamento dei pazienti affetti da Covid-19. Mentre il remdesivir, un antivirale approvato dagli Stati Uniti, dall’Europa e da Hong Kong, non è nell’elenco aggiornato dei farmaci raccomandati contro il Covid-19.

Le raccomandazioni fanno parte delle nuove linee guida cinesi per il trattamento di Covid-19, pubblicate il 19 agosto e aggiornate per la prima volta dal 3 marzo. «Alcuni farmaci possono dimostrare un certo grado di efficacia per il trattamento negli studi di osservazione clinica, ma non ci sono farmaci antivirali efficaci confermati da studi clinici in doppio cieco, controllati con placebo», ha detto la Commissione sanitaria nazionale. «L’uso di idrossiclorochina, o l’uso combinato con l’azitromicina, non è raccomandato».

Ma le stesse linee guida dicono che la clorochina, farmaco di base identico all’idrossiclorochina (differisce per un atomo di ossigeno), è invece raccomandato. Probabilmente questo è dovuto al fatto che i protocolli cinesi con clorochina prevedevano un dosaggio del farmaco più alto di quelli con idrossiclorochina. L’efficacia del farmaco è dose-dipendente: è importante quindi comprendere quale sia il dosaggio corretto (ne parleremo più avanti).

Per capire meglio la posizione della Cina intervistiamo Andrea Savarino, il ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità che per primo nel 2003 propose l’uso della idrossiclorochina/clorochina contro Sars1 e che ha appena pubblicato su una rivista del gruppo Springer Nature un modello matematico che simula la risposta dell’organismo ai farmaci anti-Covid.

La clorochina è inserita nei protocolli di cura contro Covid-19. La differenza tra clorochina e idrossiclorochina è tale da poter legittimare l’una e bloccare l’altra?

«No, è solo stata una questione di protocolli clinici approvati. Una questione di formalità».

Quanto sono diverse idrossiclorochina e clorochina in termini farmacocinetici?

«Nei protocolli a breve termine, non ci sono divergenze (come per i trattamenti contro Covid-19, 7 giorni di media). L’isteria collettiva ha però contaminato il dibattito sui protocolli sull’idrossiclorochina. Non vi è alcunché di scientifico, ma, ahimè, è così. Solo un atomo di ossigeno le differenzia. Questo diminuisce un po’ la penetrazione in alcuni tipi cellulari, perché ne incrementa la polarità elettrica. Il protocollo con idrossiclorochina è stato svantaggiato da un dibattito interno americano che ha influenzato gli ambienti accademici. A seguito della dichiarazione di Trump giornalisti politicizzati e esponenti degli organi regolamentatori iniziarono a fare una campagna contro l’idrossiclorochina facendo passare per antiscientifico chiunque la prendesse in considerazione, solo per apparire “liberal”.  Questo ha minato la qualità degli studi a suo supporto».

Lei ha condotto numerose ricerche sui farmaci antivirali, pubblicando recentemente anche un modello matematico sulla risposta ai farmaci anti-Covid. Il remdesivir – unico farmaco approvato in Europa come trattamento contro Covid-19 – è stato escluso dalle linee guida cinesi; inoltre è apparso pochi giorni fa su Jama uno studio sull’efficacia del farmaco. Cosa ne pensa?

«Il remdesivir, secondo uno studio cinese pubblicato su Lancet, non sarebbe efficace in pazienti con Covid-19. Probabilmente questa è la ragione per cui questo farmaco non è stato incluso nelle ultime linee guida. Il remdesivir è un ottimo inibitore della replicazione virale in provetta. Purtroppo le concentrazioni di farmaco che inibiscono il virus sono le massime raggiungibili nel plasma dei soggetti trattati. Questo può portare ad un’inibizione della replicazione virale incompleta in vivo, con effetti moderati. Quindi alcuni studi clinici ne sanciscono l’efficacia, altri no, come questo pubblicato su Jama dove hanno avuto risultati misti».

Lei ha da poco pubblicato un lavoro sull’idrossiclorochina. A quali conclusioni è arrivato?

«Le simulazioni di trattamento con idrossiclorochina che abbiamo effettuato mostrano una possibile efficacia virologica solo se il farmaco è somministrato ad un dosaggio sufficientemente sostenuto: 600 mg al giorno».

Sono appena usciti due studi sull’efficacia dell’idrossiclorochina: uno italiano su 3.500 pazienti e uno belga su oltre 8 mila pazienti. Entrambi arrivano alle stesse conclusioni: il farmaco riduce la mortalità del 30%. Cosa pensa di queste pubblicazioni scientifiche?

«Con tutti i loro limiti (gruppi disomogenei) hanno il vantaggio di essere stati condotti su un grande numero di pazienti e, messi insieme, costituiscono un nucleo di evidenza importante sul quale costruire nuovi studi. Come già predetto dal mio modello matematico, alla luce dell’esperienza con HIV/AIDS non è pensabile contrastare un virus con una monoterapia. L’idrossiclorochina, come il remdesivir, potrebbe quindi costituire una base per nuove terapie di combinazione».

Per l’autunno probabilmente non avremo nessun vaccino, e a livello farmacologico precoce, in Europa, non ci sono farmaci significativamente utili. In Cina invece come andrà l’autunno?

«Le linee guida cinesi intanto promuovono la clorochina, e poi ci sono anche altre opzioni terapeutiche, come la ribavirina associata a lopinavir/ritonavir e l’interferone beta 1b. Un’associazione di questi tre farmaci ha dato buoni risultati. Gli effetti di questi farmaci furono esplorati già all’inizio dell’epidemia per ragioni storiche: la Cina già aveva usato combinazioni farmacologiche simili durante l’epidemia di SARS del 2003».

 

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