Salute 2 Maggio 2019

Il latte materno previene l’obesità e agevola il passaggio da una classe sociale all’altra

La neonatologa Maria Elisabetta Baldassarre: «Troppo spesso i pediatri suggeriscono alle mamme il passaggio al latte artificiale. Anche se le aziende cercano di aggiungervi gli stessi componenti del latte materno, non sempre si ottengono gli stessi risultati»

di Federica Bosco
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Per un neonato non c’è alimento migliore del latte materno. A ribadirlo, i pediatri di famiglia della SiMPeF. La dottoressa Maria Elisabetta Baldassarre, neonatologa in servizio a Bari nell’unità di neonatologia e terapia intensiva neonatale diretta dal professor La Forgia, ne ha evidenziato i molteplici benefici.

«Il latte materno ha un effetto epigenetico per quanto riguarda la prevenzione dell’obesità per due motivi: il primo è il bassissimo contenuto di proteine, visto che alcuni studi hanno dimostrato che un alto apporto proteico è un fattore che favorisce l’insorgenza dell’obesità; il secondo fattore – spiega Baldassarre – è legato alla capacità di modulare un gene particolare che è il PPR gamma 2 che, quando è presente in un bambino, lo predispone a diventare obeso. È stato dimostrato che i bambini che presentano questa variante negativa, se ricevono l’allattamento materno non diventeranno obesi».

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«I pediatri hanno grande responsabilità in questo – aggiunge – in quanto troppo spesso davanti alle difficoltà delle mamme, soprattutto quando sono primipare, suggeriscono anche per un fatto di comodità il passaggio al latte artificiale, anche di fronte ad una flessione della curva di crescita del bambino. È vero che i bambini allattati al seno crescono più lentamente rispetto a quelli allattati artificialmente, ma le ricerche scientifiche hanno dimostrato inequivocabilmente che sono più intelligenti e le performance neuro cognitive sono migliori all’età di 7 anni. Ci sono poi due studi pubblicati recentemente sulle popolazioni adulte molto interessanti: uno ha dimostrato che per i bambini allattati al seno è più facile una progressione da una classe sociale ad un’altra, e poi un altro studio effettuato su soggetti adulti con disabilità, ha dimostrato che a pari disabilità se questo soggetto era stato allattato al seno, in età adulta è più capace di una vita autonoma. Quindi sono risultati davvero importanti».

«Certamente – prosegue la dottoressa – oggi tutte le aziende cercano di raggiungere gli effetti biologici del latte materno, cercando di aggiungere al latte alcune di quelle componenti funzionali identificate e riconosciute, come gli acidi grassi a catena lunga che sono molto più ricchi nei lobi frontali dei bambini che ricevono latte materno. Non sempre però l’aggiunta di questi componenti al latte artificiale consente di ottenere gli stessi effetti che il latte materno offre. Diciamo che oggi si discute molto di questi acidi grassi a catena lunga polinsaturi, il più rappresentativo è il DHA e molte aziende aggiungono questo componente al latte; per la verità gli studi più recenti non hanno evidenziato dei miglioramenti nelle performance neuro cognitive né nei neonati a termine e neppure in quelli a pretermine. Un risultato raggiunto è quello a proposito della maturazione della retina e quindi nel raggiungimento più precoce della acuità visiva, questo per dire che aggiungere un componente ad un latte artificiale non consente sempre di ottenere lo stesso risultato che lo stesso componente offre nel latte materno al bambino. Il messaggio che mi sento di lanciare in questo momento è di sostenere sempre di più l’allattamento al seno. Naturalmente oggi siamo in una condizione in cui le aziende sono in grado di soddisfare tantissime necessità quando la mamma non è nelle condizioni di allattare. Ci sono stati dei progressi enormi sia in qualità che in quantità dei latti artificiali che rappresentano l’unica alternativa possibile quando il latte materno non è disponibile».

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