Salute 1 Settembre 2021 09:54

La variante Delta ha cambiato le carte in tavola. Ecco perché e cosa andrebbe fatto per affrontarla

Il professor Guido Rasi: «La variante Delta infetta anche i vaccinati, che tuttavia rimangono asintomatici o paucisintomatici. Mantenere distanziamento e mascherine»

di Guido Rasi, ex Direttore Esecutivo dell'EMA e Direttore Scientifico Consulcesi
La variante Delta ha cambiato le carte in tavola. Ecco perché e cosa andrebbe fatto per affrontarla

La variante Delta (B.1.617.2) rischia di ri-mettere in discussione, perlomeno parzialmente, piani e decisioni prese per affrontare l’autunno. Questo perché infetta l’ospite con maggiore facilità e velocità rispetto alle precedenti varianti. Sembrerebbe replicarsi anche ad una velocità molto più alta, infatti se il virus iniziale aveva un R0 di 3, la variante Delta ha un R0 di 6, il che significa che ogni persona infetta può a sua volta infettare altre 6 persone.

Queste caratteristiche, che conferiscono alla variante Delta un vantaggio competitivo rispetto alle altre varianti, derivano da alcuni cambiamenti strutturali, quali l’utilizzo di enzimi presenti massivamente nelle cellule respiratorie umane, l’utilizzo di copertura con glicani per nascondersi al sistema immunitario oltre che ad alcune specifiche mutazioni che conferiscono alla proteina spike una capacità di legarsi alla cellula con un’efficienza aumentata del 75%.

Le conseguenze di queste caratteristiche sono facilmente intuibili anche se non altrettanto facilmente gestibili. Significa porre nuovamente attenzione alle modalità di interazione personale e dello svolgimento di attività in presenza (distanziamento e uso di dispositivi protettivi) a prescindere dallo stato immunitario di ciascun individuo. Tradotto in pratica, la variante Delta infetta anche i vaccinati.

La variante Delta e i vaccinati

Va ricordato che tre sono i possibili obiettivi di un nuovo vaccino. Proteggere dalla morte o da una  malattia grave, evitare la progressione dall’infezione alla malattia, o idealmente avere un vaccino che protegga dall’infezione. Considerata la modalità di trasmissione dei Coronavirus, questo ultimo obiettivo non è ragionevolmente perseguibile, mentre come sappiamo, i primi due obiettivi son stati raggiunti con una percentuale di oltre il 95% di protezione dalla morte e dalla malattia severa.

Ma cosa succede ai vaccinati infettati? Complessivamente i vaccini sembrerebbero mantenere inalterato il loro potere protettivo contro la mortalità e la progressione verso la malattia da Covid-19 severa e la maggior parte dei vaccinati rimane asintomatica o manifesta sintomi lievi e di breve durata. Tuttavia l’efficienza complessiva nel prevenire qualsiasi forma di malattia da Covid-19 risulta ridotta di circa il 20%.

Coerentemente il primo provvedimento preso a questo riguardo è stato quello di riprogrammare la campagna vaccinale cercando di vaccinare l’80% della popolazione anziché’ il 70% come inizialmente programmato. Da un punto di vista logistico l’obiettivo sembra possibile dato che si è già raggiunto l’obiettivo del 70% e l’adesione iniziale dei giovani sembra essere molto incoraggiante.

Chi è che oggi viene ricoverato in ospedale per Covid-19

Un ragionamento va dedicato alle caratteristiche degli attuali pazienti ricoverati in ospedale. Un primo dato emerso dai sequenziamenti conferma che sono praticamente tutti infettati dalla variante Delta. Un secondo dato estremamente importante indica una netta prevalenza dei non vaccinati nelle terapie intensive e tra i decessi. Ad esempio, nella fascia di età over 80 il numero dei ricoveri in terapia intensiva e di decessi tra i non vaccinati, negli ultimi 30 giorni, risulta rispettivamente 12 e 11 volte più alto rispetto ai vaccinati, come riportato nell’ultimo aggiornamento fornito dall’ISS.

Analoghe conclusioni emergono anche dall’esperienza di Israele dove in questo momento si osservano alti numeri di infezione ed un progressivo incremento di ricoveri e decessi. Israele aveva iniziato una campagna vaccinale con grande efficienza, arrestandosi però al 60% di copertura della popolazione e con grande disomogeneità di distribuzione nelle diverse comunità (per esempio solo il 36% dei super-ortodossi ha avuto almeno una dose di vaccino). Anche in questo caso analizzando correttamente i dati si evidenzia che i ricoveri e i decessi avvengono 13 volte di più nei non vaccinati. L’interpretazione di questo tipo di dati può risultare tuttavia difficile e bisogna diffidare delle interpretazioni strumentali dei non addetti ai lavori.

Cosa fare ora

Sarà interessante studiare ora le caratteristiche dei vaccinati che contraggono la malattia per identificare eventuali fattori predisponenti (patologie preesistenti, situazioni di immuno-compromissione generale), non che lo stato di immunità specifica verso il Covid-19 ed anche la distanza dalla vaccinazione per capire se e quando sia necessario un richiamo.

In termini di sanità pubblica dovranno essere prese misure di distanziamento e uso di dispositivi di protezione personale nell’immediato atte a preservare le attività che non si possono ulteriormente limitare. Mentre nel futuro bisognerà ripensare molte infrastrutture considerando che questo virus con le sue varianti attuali e future ci accompagnerà ancora per un po’.

 

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