Salute 16 Luglio 2020

Operarsi al cuore sotto ipnosi. Nonini (Niguarda): «Tempi rapidi e pazienti soddisfatti»

La dottoressa Sandra Nonini, specialista in anestesia e rianimazione, spiega tutte le potenzialità dell’ipnosi in ambito medico e i campi di applicazione: dal prelievo di sangue passando per gastroscopia, broncoscopia e colonscopia fino ad arrivare a interventi di cardiochirurgia

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Una sostituzione valvolare per via percutanea a una donna di 82 anni con ipnosi clinica. È l’intervento di cardiochirurgia effettuato di recente al Cardiocenter di Niguarda, sostenuto dalla fondazione De Gasperis. «Abbiamo fatto un’anestesia locale a livello inguinale e poi, visti i rischi che la paziente presentava nei confronti di una sedazione anche blanda, si è proceduto con l’ipnosi», spiega la dottoressa Sandra Nonini, specialista di anestesia e rianimazione al Niguarda, al nostro giornale.

Dottoressa, come funziona l’ipnosi clinica?

«L’ipnosi applicata in ambito medico è una tecnica che può essere utilizzata in maniera molto trasversale, sia prima di un intervento chirurgico e di un’anestesia generale sia per sostituire o comunque ridurre la necessità di farmaci sedativi e analgesici. Questo per interventi che non prevedono l’apertura di un torace o di un addome. È, di fatto, un ausilio, dal momento che serve sia per controllare l’ansia sia in sostituzione completa di una sedazione profonda, per cui i pazienti presentano controindicazioni importanti. Le condizioni possono essere: pazienti allergici agli anestetici locali o pazienti che per motivi anatomici o respiratori gravi per cui la sedazione ha dei rischi connessi alla loro condizione di base».

Quali sono gli interventi in cui si può utilizzare l’ipnosi?

«Parliamo di interventi che possono essere condotti in anestesia locale (il tunnel carpale ad esempio) o interventi che prevedono o un’ablazione per esempio della fibrillazione atriale, in ambito cardiochirurgico. Nel caso della signora di 82 anni, dovevamo sostituire la valvola aortica per via percutanea – non aprendo lo sterno ma attraverso degli accessi periferici che in quel caso erano a livello inguinale delle arterie femorali -. In questo caso, abbiamo fatto un’anestesia locale a livello inguinale bilaterale e poi visti i rischi che la paziente presentava di una sedazione anche blanda si è proceduto con l’ipnosi. La signora non è stata sedata con farmaci che di solito vengono somministrati in endovena, è stata bravissima, si è affidata ed è stato possibile procedere con l’intervento solo con l’anestesia locale, di cui non si è neanche resa conto».

Qual è lo specialista che effettua l’ipnosi?

«Sono tanti: possono farlo gli anestetisti, i cardiologi stessi per trattare le ablazioni della fibrillazione atriale, la può fare un infermiere, un fisioterapista. È un approccio che prevede ovviamente delle conoscenze di base ma che di fatto può essere messo in pratica da qualsiasi operatore sanitario. La premessa fondamentale è che il paziente sia informato; nel mio ambito, l’ipnosi viene fatta per un preciso scopo che viene esplicitato dall’inizio e si crea un rapporto di fiducia tra il medico o l’infermiere e il paziente. È importante sottolineare questo perché l’ipnosi è un argomento esposto a mille critiche perché non si conosce: non è magia. Ormai, per fortuna, ci sono tantissimi studi che mostrano quali aree del cervello sono attivate con l’ipnosi e le attività che possono sviluppate grazie ad essa. Una di queste è l’analgesia che permette di sentire meno determinate parti del corpo». È un percorso di neuroanalisi del cervello che è ormai iper-documentato e che non espone a illazioni di nessun genere ma anzi ci sono prove scientifiche che funzioni».

Il paziente, quindi, viene avvertito da subito?

«In ambito medico, lo scopo è sempre esplicitato da subito. Al paziente che deve fare una certa procedura si propone di farla in ipnosi sapendo che se l’ipnosi per qualche motivo non dovesse risultare efficace si può continuare con altro. Viene sempre specificato il motivo per cui si fa l’ipnosi in ambito medico e chirurgico».

Il paziente deve collaborare in qualche modo durante l’ipnosi o deve effettuare sedute preparatorie?

«Di per sé non servono sedute precedenti. La conditio sine qua non per cui un paziente va in ipnosi è o la necessità e il bisogno o il desiderio di essere ipnotizzato. L’altra prerogativa indispensabile è che ci sia fiducia tra il medico e il paziente e in questo senso a volte sono opportune sedute di conoscenza. Tutti i pazienti sono ipnotizzabili, anche se la letteratura parla di un 20% che non lo è in assoluto. Dipende dalla necessità che si ha e da quanto l’ipnologo riesce ad abbassare le perplessità sull’ipnosi. L’unica controindicazione all’ipnosi è la schizofrenia nelle malattie psichiatriche».

Il paziente non sente dolore?

«L’ipnosi è uno stato modificato di coscienza che viene indotto e che si compie attraverso la realizzazione sul piano somatico di immagini che l’ipnologo suggerisce. Si fa focalizzare l’attenzione del paziente su una voce, una luce o un’immagine: io mi rendo conto se è in ipnosi perché ci sono chiare alterazioni somatiche a livello del viso e del corpo. Una volta che è in questo stato, può sviluppare abilità, tra cui l’analgesia. Quindi è possibile che non senta dolore. Non tutti hanno queste abilità, questa è una prova che va fatta prima nel caso, ad esempio, di pazienti allergici ai farmaci che devono fare un intervento senza anestetico. È necessario sapere se il paziente sviluppa analgesia o meno. La comunicazione ipnotica è un modo di gestire le parole e il linguaggio verbale e non verbale, sono mezzi potenti che possono cambiare il vissuto del paziente».

Da cosa vi accorgete che il paziente è in ipnosi?

«Quando il paziente è in ipnosi ci sono cambiamenti fisici molto evidenti: frequenza cardiaca e pressione sono più stabili, i muscoli facciali e il corpo più rilassati. Mantiene il controllo di sé e percepisce ciò che accade nell’ambiente circostante ma riesce anche a sfruttare abilità che il suo cervello già possiede, ma che da sveglio non è in grado di utilizzare, per innalzare la soglia del dolore, tenere l’ansia sotto controllo e mantenere l’immobilità. Di fatto si va a lavorare con delle capacità mentali e neurologiche: questo può avere anche un impatto psicologico, tanto da essere utilizzata per curare disturbi da stress e post-traumatici, di cui però si occupano altri specialisti».

Chi può eseguire l’ipnosi su un paziente, quali sono le competenze richieste? Esistono corsi?

«In Francia ho iniziato ad avere richieste da parte dei pazienti di fare un’induzione ipnotica prima di un’anestesia generale. Non sapendo cosa fosse ho iniziato a informarmi e ho scoperto che anche in Italia c’era la possibilità di seguire dei corsi sull’argomento. Ce ne sono veramente tantissimi, anche organizzati da ospedali pubblici che ti insegnano cosa è, come metterla in pratica e le applicazioni che ci possono essere. Bisogna essere medici, infermieri o fisioterapisti. Al Niguarda, mi preme dirlo, l’ipnosi non è una prestazione a pagamento.

Quali sono i campi di applicazione?

«Ci sono tante procedure in cui si può usare l’ipnosi: banalmente, dal prelievo di sangue nei pazienti fobici passando per gastroscopia, broncoscopia, e colonscopia fino ad arrivare a interventi di cardiochirurgia. C’è un risparmio di tempo perché manca la parte post anestesia, l’attesa che il paziente si risveglia, c’è un risparmio di farmaci sedativi e una grande soddisfazione da parte del paziente».

Dottoressa, lei suggerisce una maggiore formazione e conoscenza sull’argomento negli ospedali?

«Mi piacerebbe si formasse qui al Niguarda un’equipe costituita da medici che fanno ipnosi – come già esiste al CTO e alle Molinette di Torino e in altri ospedali – tutti i giorni, per far sì che ci sia un’accoglienza di questo tipo verso i malati. Una volta che si conosce l’ipnosi e le sue potenzialità, c’è la possibilità di applicarla tutti i giorni in modo trasversale per andare incontro a ogni esigenza del paziente, dal prelievo agli interventi che durano ore. L’ipnosi non ha limiti di tempo».

 

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