Salute 3 Maggio 2021 18:35

Interventi chirurgici nel post-Covid, studio internazionale rivela aumento di mortalità

Lo specialista nel team di ricerca: «Meglio aspettare sette settimane dopo la guarigione, quando possibile. Altrimenti, valutare attentamente rapporto rischio-beneficio, informando il paziente»

Interventi chirurgici nel post-Covid, studio internazionale rivela aumento di mortalità

Appena negativizzati dal Covid e in procinto di sottoporsi ad intervento chirurgico? Secondo gli esperti, meglio posticipare di un paio di mesi. Un nuovo studio mondiale, infatti, che ha coinvolto più di 25mila chirurghi in 116 Paesi, ha evidenziato che gli interventi effettuati fino a sei settimane dopo la diagnosi sono associati a un aumento del rischio di mortalità. In particolare, i ricercatori hanno dimostrato che i pazienti hanno più di due volte e mezzo la probabilità di decesso dopo l’operazione se la procedura si svolge nelle sei settimane successive a una diagnosi positiva per SARS-CoV-2.

Guidati da esperti dell’Università di Birmingham, più di 25.000 chirurghi hanno collaborato nell’ambito del gruppo collaborativo COVIDSurg per raccogliere dati da 140.727 pazienti in 1.674 ospedali in 116 paesi, tra cui Australia, Brasile, Cina, India, Italia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti, dando vita a uno degli studi più estesi al mondo in chirurgia. Ben 115 Ospedali hanno preso parte allo studio in Italia. Per il nostro Paese hanno partecipato in qualità di membri del Dissemination Committee i dott.ri Salomone di Saverio (Università di Varese), Gaetano Gallo (Università di Catanzaro), Francesco Pata (Ospitale Nicola Giannettasio, Corigliano-Rossano, CS) e Gianluca Pellino (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”). Proprio con il dottor Pellino, specialista in Chirurgia Colorettale, abbiamo approfondito i dettagli dello studio ed il suo impatto in termini di valutazione del rischio clinico e personalizzazione dei percorsi chirurgici.

Più probabilità di morire a seguito di interventi chirurgici nel post-Covid: quali sono le cause organiche e le categorie più a rischio.

«Il Covid è di per sè una malattia che può causare effetti e sintomi prolungati, la cosiddetta di sindrome long Covid, ma che ha anche una caratteristica sistemica, quella di coinvolgere cioè vari organi ed apparati. I nostri studi ci dicono che nelle prime sette settimane a seguito della guarigione dal Covid la mortalità in chi si sottopone a qualsiasi tipo di intervento chirurgico è aumentata. I soggetti più rischio sono i pazienti che vengono operati in acuto, quindi con interventi non differibili, e coloro i quali contraggono un’infezione nel post operatorio, verosimilmente a causa del concomitante “stress” post-chirurgico con abbassamento delle difese immunitarie nel periodo successivo ad un intervento. Questo, a prescindere dalla forma con cui si è contratto il virus, asintomatica, paucisintomatica o severa. Alla luce di queste considerazioni, è chiaro che chi sa di doversi sottoporre a breve ad un intervento chirurgico dovrà prestare ancora più attenzione a non infettarsi».

Un insieme di fattori alla base dell’eccesso di mortalità. C’entra il concetto di “sindemia”?

«La compresenza di patologie croniche in una larga fascia di popolazione che ha contratto il Covid è sicuramente una delle componenti responsabili di un aumento di mortalità in fase post-operatoria. A questo dobbiamo associare a livello internazionale la difficoltà, in alcune categorie di persone non necessariamente affette da patologie croniche, nell’accesso alle cure e alle risorse così come ai vaccini. E’ il concetto di sindemia, secondo cui la pandemia dispiega i suoi effetti in modo diverso in base al contesto socioeconomico del territorio colpito».

Come bilanciare l’aumentata mortalità post-intervento con il rischio aumentato di mortalità a lungo termine in caso di interventi rimandato?

«La pandemia ci ha dimostrato, e purtroppo ci dimostrerà ancora, un numero crescente di “seconde vittime”: sempre più pazienti, soprattutto oncologici, a causa del differimento di esami diagnostici e di screening, arrivano in sala operatoria con tumori in stadio avanzato, più a rischio di metastasi o già metastatici. Uno nostro studio effettuato in 20 centri del Nord Italia, guidato dal dottor Matteo Rottoli dell’Universitá di Bologna e in fase di pubblicazione, ha dimostrato che i pazienti operati nei mesi di Marzo-Dicembre del 2020 avevano tumori di colon e retto più avanzati, con un maggior numero di metastasi epatiche e polmonari rispetto a pazienti operati nel 2019. Questo, oltre ad incidere sugli esiti post-operatori, comporterà sul breve-medio periodo un aumento “collaterale” di mortalità. Dati recenti suggeriscono tuttavia che con un’accurata selezione dei pazienti, con screening preoperatorio adeguato e misure perioperatorie idonee è possibile ottenere risultati chirurgici ottimali anche durante fasi più critiche della pandemia, E’ auspicabile inoltre che con una diffusione della campagna vaccinale, il rischio di complicanze e mortalità postoperatoria si riduca significativamente. Allo stato attuale, nel caso in cui un paziente appena negativizzato debba sottoporsi a un intervento chirurgico prima delle sette settimane, dovrà procedersi con una attenta e personalizzata valutazione del rapporto rischio-beneficio, informando e coinvolgendo adeguatamente il paziente».

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