Salute 15 Luglio 2020

Il 30% delle vittime del Covid-19 aveva il diabete. Ora è il ‘lockdown terapeutico’ a far paura

Frontoni (IBDO Foundation): «Potenziare i servizi di rete». L’onorevole Pella: «Puntare su telemedicina e approvare piano per la banda ultra-larga»

di Tommaso Caldarelli
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Sono due i fronti che riguardano la lotta al diabete durante e dopo i giorni dell’emergenza coronavirus: da un lato, l’incidenza del diabete per il peggioramento delle condizioni nei pazienti con Covid; dall’altro, il problema del “lockdown terapeutico”, la difficoltà per moltissimi di accedere e proseguire col proprio piano di cure durante le settimane del contenimento sociale. Una situazione che a tutt’oggi non sembra essere risolta e che si porta invece dietro numeri allarmanti riguardo alle prestazioni sanitarie ancora inevase.

Si è discusso anche di questo nel corso della tredicesima edizione dell’ormai tradizionale appuntamento con l’Italian Barometer Diabetes Forum. I partecipanti hanno espresso i loro pareri medico-scientifici su di una patologia che rimane al centro delle attenzioni della comunità scientifica, soprattutto per le sue implicazioni con la malattia da SARS-CoV-2.

In particolare, è stato sottolineato nelle relazioni presentate, non esiste un collegamento diretto fra la presenza di diabete e la probabilità di contrarre il coronavirus; ma è statisticamente acclarato che il diabete è una delle patologie più presenti fra i pazienti deceduti per Covid-19, soprattutto se anziani con casistiche di disturbi cardiovascolari. Nello specifico, i decessi per coronavirus in Italia hanno riguardato per il 30% (28,8% le donne e 30,8% gli uomini) persone con diabete di tipo 2, la seconda patologia preesistente maggiormente riscontrata tra chi ha perso la vita a causa del virus.

«Il paziente diabetico è un paziente che sicuramente ha un rischio aumentato», ha spiegato la professoressa Simona Frontoni, presidente del comitato scientifico della IBDO Foundation ed endocrinologa in forza all’università Tor Vergata di Roma. «I giorni del coronavirus ci hanno allora insegnato o forse ricordato che avere un paziente con diabete in buona salute ci consente di evitare spiacevoli complicanze. Dobbiamo puntare ad obiettivi ambiziosi quando abbiamo a che fare con il diabete. Dobbiamo avere un buon controllo della glicemia ma tenere sotto controllo tutta una serie di altri parametri che sono condizioni molto frequenti nel paziente diabetico, come i fattori di rischio cardiovascolari, e scegliere sempre un percorso terapeutico che tenga conto che il diabete non è solo glicemia, ma è molto altro», ha continuato la docente, raggiunta al telefono da Sanità Informazione.

Al di là delle specifiche attenzioni da rivolgere a pazienti Covid e diabetici, la questione cruciale trattata dai lavori del seminario è stata quella dell’inerzia terapeutica: sono moltissimi gli italiani che a causa dei giorni del Covid non hanno potuto portare avanti visite specialistiche e controlli di monitoraggio. «Parliamo di 850mila visite specialistiche non effettuate in tre mesi di lockdown, fra cui 27 mila prime visite», ha spiegato Roberto Pella, deputato e presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità e Diabete.

«Diventa allora fondamentale anche in un’ottica di policy making una continuità assistenziale che spesso è venuta meno durante i giorni della pandemia. Penso alle persone anziane, che magari vivono sole, o che vivono in uno dei tanti piccoli Comuni di cui è fatto il nostro Paese: ecco che diventa allora imprescindibile mettere in opera quei servizi tecnologici all’avanguardia fatti di televisite, teleconsulti, telemonitoraggio per i quali è cruciale avere una adeguata dotazione tecnologica».

Sulla stessa linea anche le parole della professoressa Frontoni: «La situazione epidemica ha messo a fuoco alcune carenze del Servizio sanitario nazionale. Dove la rete non è ben costruita e dove le possibilità di accesso sono scarse, il che vale per molte realtà italiane, sicuramente possono insorgere delle criticità. E parlo non solo di pazienti che hanno problemi da diabete, ma in generale di tutti i pazienti che devono confrontarsi con patologie di tipo cronico. Diventa centrale allora ricordarsi quanto sia importante potenziare i servizi di rete e di contatto fra il paziente e chi lo ha in carico; deve essere possibile riconoscere come ordinaria e regolamentata la prestazione di telemedicina, deve poter essere prenotata e adeguatamente remunerata in maniera che vengano codificate una serie di azioni che finora il personale ha fatto in maniera più o meno volontaria. Anche perché – conclude – spesso le tecnologie già ci sono. Dobbiamo piuttosto investire sul miglioramento delle reti di connessione».

Fa eco l’onorevole Pella: «Il Parlamento deve ora stimolare il governo perché venga preso in carico al più presto il piano per la banda ultra-larga. Senza questo tipo di infrastruttura tecnologica non sarà possibile mettere in funzione tutte le innovazioni tecnologiche nella medicina di controllo che già abbiamo a disposizione e che presto diventeranno la norma: penso alla data-based medicine, ai big data, alla possibilità di sperimentare e disegnare delle cure su misura per il paziente adottando un approccio complesso e multifattoriale che sappia aggregare, leggere e proteggere queste informazioni».

 

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