Salute 19 Marzo 2021 10:32

Festa del papà, non chiamateli “mammi”: sono uomini che fanno i padri

Lo psicologo: «Gli uomini hanno finalmente conquistato un importante diritto: quello di essere pienamente padri. Il ruolo della mamma e del papà sono e devono essere interscambiabili in molte fasi della vita per garantire il benessere e la felicità dei figli»

di Isabella Faggiano

Immaginate di guardare attraverso una finestra, dalla quale trapela una luce soffusa. Nella stanza, una mamma dorme serena nel suo letto ed un papà passeggia avanti e indietro, cullando dolcemente il suo bambino. La maggior parte degli osservatori potrebbe ritenere quella madre una donna fortunata, sgravata da quei compiti che, nell’immaginario collettivo, sono spesso attribuiti solo al sesso femminile. Ma è davvero così? Oppure siamo di fronte ad un uomo che gode liberamente, e fino in fondo, delle emozioni legate alla paternità? «Sicuramente gli uomini hanno finalmente conquistato un importante diritto: quello di essere pienamente padri», commenta, in occasione della festa del Papà, Carlo Lai, professore associato di Psicologia Clinica all’università Sapienza di Roma, membro del network di Psicologia Perinatale dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

“Mammo” o papà?

«L’essere emotivamente e praticamente coinvolti, sin dai nove mesi di gestazione, è un valore aggiunto che il papà può offrire alla madre, alla coppia ed al bambino che nascerà», aggiunge lo psicologo. In altre parole, colui che è ironicamente chiamato “mammo” non è che un padre, un uomo che si occupa dei propri figli, così come farebbe una madre.

I padri moderni, infatti, sono sempre più coinvolti nella vita dei propri bambini, ancor prima che questi vengano alla luce: frequentano corsi pre-parto, assistono alla nascita del piccolo, spesso tagliando personalmente il cordone ombelicale, intonano ninne nanne e cambiano pannolini. Ma andiamo con ordine, analizzando il ruolo paterno in tutte le fasi della vita.

I “compiti” di un papà durante la gestazione

Perché è così importante che un uomo sia partecipe in gravidanza? «Durante la dolce attesa ci si dedica spesso ad immaginare come sarà il bimbo o la bimba che nascerà. Il suo aspetto, il suo carattere e, spingendosi oltre, è possibile che si creino delle vere e proprie aspettative sul futuro di una persona ancor prima che venga alla luce. Ecco – sottolinea Lai – in questo contesto, il padre potrebbe rappresentare un importante ago della bilancia. Diversi studi hanno dimostrato che troppe aspettative genitoriali non sono funzionali ad una crescita serena. È giusto che fin dai nove mesi che precedono la nascita la madre e il padre si abituino all’idea che il proprio figlio sarà e diventerà ciò che lui vorrà e non il ricalco delle pretese di mamma e papà. Il padre avrà, dunque, il compito di mantenere un clima di serenità, aperto il più possibile all’accoglienza del bimbo che verrà, creando, fin da subito, le giuste condizioni per lasciare che possa esprimere liberamente se stesso, così da diventare ciò che lui o lei vorrà».

Dalla nascita ai primi mesi di vita

Dopo nove mesi di attesa dolce, ma a volte lunga, il bambino verrà finalmente alla luce. Tutte le attenzioni saranno concentrate su di lui: la mamma gli dedicherà tutto il suo tempo e tutte le sue energie. E, così, per il papà potrebbe prospettarsi uno dei periodi più difficili della sua vita: dovrà rallentare i suoi ritmi e mettersi al passo con i tempi di mamma e bambino. «Innanzitutto – dice lo specialista – è necessario che l’uomo si impegni ad instaurare un nuovo rapporto con la neomamma, così da poter entrare a far parte di quella dimensione relazionale e comunicativa con il neonato che, per molti anni, è stata una prerogativa materna. Oggi, invece, i padri fanno così tanto parte della vita del proprio figlio, fin dai primi giorni di vita, da essere, come dimostrato da diversi studi, a rischio depressione post partum, esattamente come le donne», sottolinea lo psicoterapeuta.

Dall’infanzia all’adolescenza

Il rapporto instaurato tra padre e figlio e padre-madre-figlio deve continuare anche negli anni a venire, in età prescolare e scolare. «Il mutare del ruolo paterno degli ultimi anni – continua il professore – ha cambiato anche il modo in cui un padre si rapporta al proprio figlio. Non è sempre l’uomo, infatti, a dover dire di “no”: la funzione autorevole può e deve essere esercitata da entrambi i genitori, in modo bilanciato. Lo scambio di ruoli è la condizione migliore in cui un bambino possa crescere, cosicché non identifichi uno solo dei suoi genitori con colui o colei che esprime maggiore severità».

Un’equilibrata relazione a tre (padre-madre-figlio) non aiuta solo lo sviluppo delle funzioni comunicative: «È dimostrato che un bambino abituato a relazionarsi con entrambi i genitori contemporaneamente migliorerà le sue funzioni cognitive. Sarà un individuo empatico, in grado di mettersi nei panni degli altri. E da adulto – dice lo psicologo – non avrà grosse difficoltà a stare nel sociale».

Verso l’età adulta

Con il passare degli anni è molto probabile che un figlio maschio potrà avere molti più interessi, anche sul piano pratico, da condividere con il proprio padre. Qualche problema in più, invece, potrebbe sorgere nell’affrontare la crescita di un’adolescente che diventa una giovane donna. «In questo caso – continua Lai – è il padre a dover mettere in campo le sue migliori qualità per gestire la situazione e valutare l’eventuale comparsa di gelosia, che può provare lui stesso nei confronti della figlia o viceversa. Per questo motivo, soprattutto se è la giovane donna a manifestare una difficoltà ad uscire dall’alveo paterno, il padre dovrà essere in grado di guidarla verso l’autonomia, offrendole la possibilità di esprimere se stessa in altri luoghi e con altre persone, anche dell’altro sesso. È un atto di fiducia che un papà deve mettere in atto nei confronti della propria figlia, ormai non più bambina. I due non dovranno vivere un distacco, ma rimodulare il loro rapporto padre-figlia, sperimentando – conclude lo specialista – modi sempre nuovi di relazionarsi».

 

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