Salute 6 Giugno 2020

Fame d’aria – Capitolo 6

Ogni sabato, su Sanità Informazione, il racconto a puntate di una storia vera. Anzi, di più storie, di destini che si incrociano sulla spinta asfissiante di un virus che ci ha separati tutti

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“Vuoi sapere la differenza tra me e te? Se io guardo un film e la trama non mi convince, dico che è la trama a non convincermi, e che dunque gli sceneggiatori forse non hanno lavorato bene, almeno in alcuni punti della storia. Se lo guardi tu e le cose che fanno i protagonisti non ti piacciono, non le condividi o ti sembrano poco realistiche, critichi i personaggi. Facci caso, la distinzione è sottile ma c’è. Io guardo un film o leggo un libro e cerco di capire cos’hanno voluto dirmi gli autori, provando ad immedesimarmici il meno possibile. Non dico mai ‘io non avrei fatto quel che ha fatto il personaggio’. Potrei dire invece che, se fossi stato al posto dello scrittore o dello sceneggiatore, avrei fatto evolvere il personaggio in maniera diversa, gli avrei fatto dire questa o quella battuta. Io assisto con distacco, tu invece ti ci immergi, e lo sai perché? Perché tu non vuoi banalmente contemplare un’opera d’arte, una creazione, un fatto o il mondo, non vuoi accettare la tua inutilità in quella visione. Tu vuoi pensare di avere voce in capitolo. Cerchi le conferme che ti servono per convincerti ancora una volta che quella giusta sei tu e che quelli sbagliati sono gli altri”.

“Non ti sto seguendo”, fece l’amica.

“La cosa non mi stupisce –, sospirò Lorenzo –. Dunque, ricordi quando qualche giorno fa stavi vedendo… che film era?… vabbè, un film generico d’amore, e mi mandavi messaggi in continuazione commentando questa o quella azione fatta da questo o quel personaggio, che tu al posto della protagonista avresti fatto tutt’altro e che il suo compagno era un vero stronzo perché la trattava male, le mentiva e cose così? Ecco, non mi hai mai detto ‘la storia non regge’, oppure ‘gli sceneggiatori qui hanno toppato perché la situazione non è credibile’. Hai sempre e solo criticato i comportamenti dei personaggi, come se fossero persone vere. Capito cosa facevi? Riportavi il tutto alla tua vita, guardavi quella storia con gli occhi tuoi e non con gli occhi di un semplice spettatore. È un approccio sbagliato. O meglio, nulla è sbagliato di per sé, se non fa del male a nessuno. Semplicemente, è un tipo di fruizione che non ti fa crescere. Se non guardi le cose con il dovuto distacco le rapporterai sempre alla tua misera esperienza del mondo e resterai sempre confinata nel tuo misero giardinetto, tra le tue misere mura di casa. Ma lo capisco, stai vivendo un momento difficile e devi sfogarti prendendotela con qualcuno che non sei tu. Non voglio giudicarti. Vorrei solo che capissi che il mondo non va come vuoi tu. Non lo fa mai. Il mondo semplicemente va, gira. Non sa che esisti, non se n’è nemmeno mai accorto”.

“Ma questo cosa c’entra con il fatto che ‘sta storia del virus cinese sta cominciando a mettermi ansia?”.

Lorenzo e l’amica fumavano una sigaretta seduti al tavolino rotondo e rosso di un caffè. Lui aveva già vuotato mezzo boccale di birra e lei sorseggiava con lentezza un succo di frutta. Di solito, quando si vedevano al bar, si sedevano uno accanto all’altro, con i gomiti che spesso si toccavano. Quella volta l’amica si era messa di fronte a lui, con la sedia piuttosto lontana dal tavolino. Si stava bene lì fuori, nonostante fosse febbraio.

“Ma come che c’entra? Lo ammetterai o no ma tu sei come tutti gli altri. Hai la memoria breve e riesci a guardare solo fino al prossimo weekend, al massimo. Hai desideri e progetti a lunga scadenza, come tutti, non lo metto in dubbio, ma la tua attenzione è sempre rivolta al momento, all’oggi. Sei esattamente come tutti gli altri. Ti svegli la mattina, vedi qual è l’argomento del giorno sui social e cerchi di farti un’idea tua, quando in realtà stai solo riordinando i tuoi pregiudizi per farli entrare in una frase ad effetto che senti il diritto, anzi, il dovere di rendere pubblica, come se interessasse davvero a qualcuno. Non vorrei essere io a doverti dare una notizia così brutta ma sappi che non gliene frega niente a nessuno di quello che pensi tu. Ne-ssu-no. Chi legge e magari commenta quello che scrivi lo fa solo per dare a sé stesso una conferma che ha ragione (nel caso in cui la dovesse pensare come te) o che tu hai torto (se la dovesse pensare diversamente da te). E se tu hai torto, quella persona ha ragione. Puoi anche premere tasti a caso e scrivere una frase senza senso, gli altri ci vedranno sempre la loro ragione. È per questo che campiamo tutti alla giornata”.

“Continuo a non seguirti”.

“Di cosa si parla oggi? Su cosa devo dare la mia opinione? Quale aspetto della mia vita e del mio modo di vedere le cose deve essere valorizzato, oggi? Ecco, l’argomento del giorno è il virus. Ieri si parlava del Festival di Sanremo e domani si parlerà di qualcos’altro. Ma ora l’argomento è un virus che ha colpito pesantemente solo la Cina. A parte alcuni casi isolati, come quella coppia di cinesi di Whuan ricoverati allo Spallanzani, negli altri Paesi questo virus, che tra l’altro ha pure una mortalità molto bassa, non arriverà mai in maniera seria. Perché dovrebbe spaventarci? Ricordi la Sars, la Mers, l’Aviaria? Se ne parlò, ogni volta, per mesi. Avevamo tutti paura e poi, gradualmente, come quando ti passa un mal di testa e non sai se ti è passato perché hai cominciato a dargli meno attenzione o hai cominciato a dargli meno attenzione perché ti stava passando, tutto dimenticato. Vedrai, tra qualche settimana non ne parlerà più nessuno…”.

“Una mia amica biologa invece è molto preoccupata…”.

“Io ho tanti amici e colleghi preoccupati. Mia madre mi ha già raccomandato di non andare nei negozi gestiti dai cinesi, né di andare a mangiare nei ristoranti cinesi. Mi dice ‘fai attenzione al virus quando sei per strada’, e io le rispondo che va bene, se vedo il virus che gira per strada cambio marciapiede. Come se poi questo virus se lo trasmettessero i cinesi per il solo fatto di essere cinesi. Come se si diffondesse geneticamente, e non per vicinanza. Migliaia di cinesi in Cina hanno il virus e quindi anche i cinesi che vivono qui, o che magari sono nati qui e in Cina non ci sono neanche mai stati, possono averlo. È tutta una follia, ed è preciso dovere delle persone illuminate, serie e intelligenti come me quello di mantenere la calma e cercare di tranquillizzare gli altri che la calma la stanno perdendo. Ma non tranquillizzare come farebbe un prete, che ti dà la speranza anche in punto di morte, quando ormai non c’è più niente in cui sperare. Semplicemente elencando e allineando i fatti. E i fatti dicono che questo virus in Italia non c’è, fatta ovviamente eccezione per quei due cinesi allo Spallanzani, e che semmai dovesse arrivare in maniera più abbondante farà qualche vittima, certo, e nessuno gioirà per questo, ma non farà mai i morti che ogni giorno causano gli incidenti, il fumo, l’alcool, oppure l’influenza stagionale. Lo sai quante persone muoiono in media al giorno per la banale influenza? Intorno ai duecento. Duecento al giorno, e nessuno se ne preoccupa o si scandalizza”.

“Ma allora perché ne parlano tutti? Ne sento parlare ogni giorno da tutte le persone che incontro, e quindi un po’ di ansia è salita anche a me. Penso che sia normale”.

“Certo che è normale. Se vedi la gente intorno a te che comincia ad andare nel panico, vuoi o non vuoi ti lasci influenzare anche se non conosci il motivo di questa paura. È un meccanismo di sopravvivenza. Se vedi tutti scappare da qualcosa, scappi anche tu, e lo fai pure se non sai da cosa stanno scappando. Ma tanto può essere che c’è un pericolo reale, magari un pazzo, con i vestiti insanguinati e con un’accetta in mano, che sgozza chiunque gli capiti intorno, tanto può essere che il pericolo non c’è, magari è solo un burlone vestito con un costume da carnevale e con un’arma giocattolo”.

“Sì, va bene. Capito, non fa una piega. Ma visto che di questo virus si sa ancora molto poco, cosa ti costa essere prudente e prendere le precauzioni che servono? Disinfettante in tasca, lavarsi le mani frequentemente…”.

“Io cambierò le mie abitudini solo nel momento in cui il problema sarà, semmai lo sarà, reale. Così ci si fotte il cervello: ‘il rischio non c’è ma faccio finta che ci sia, così sono più tranquillo’. È come dire ‘non credo esista un dio, ma nel dubbio vado comunque a messa la domenica. Così, per sicurezza’. No, non lo posso fare”.

“Allora, per coerenza, non dovresti mettere neanche la cintura di sicurezza in auto, tanto quante possibilità ci sono di fare un incidente?”.

“No, è diverso. È vero che ci sono basse probabilità, ma ci sono. Il rischio di fare un incidente in auto è sempre reale. Sulla Tuscolana e sul raccordo ne vedo praticamente ogni giorno. Se io potessi vedere il virus concretamente come vedo un incidente e se dovessi vederlo qui, su questa strada, adesso, che passeggia tra la gente, allora certo che mi preoccuperei molto di più e farei tutto quel che si deve fare per evitarlo. Non dico di no a priori, però cerco di ragionare. Sarà perché sono un giornalista e il dovere di un giornalista è quello di assistere alle cose, guardarle e cercare di raccontarle facendo parlare il più possibile i fatti e solo quelli. Forse sono diventato giornalista perché mi piace analizzare asetticamente le cose, o forse facendo il giornalista ho sviluppato più di altri questa capacità. Non lo so, è come la storia dell’uovo e la gallina”.

“Sarà… ma resta il fatto che la gente ha paura e non tutti sono capaci come te di zittire le paure”.

“È per questo che ci troviamo sempre nella merda. Ci facciamo guidare dalle paure, non dal ragionamento. La paura degli immigrati, dei rom, dei comunisti, dei matrimoni gay e delle adozioni di bambini da parte degli omosessuali, la paura della povertà. Viviamo di paure e votiamo i politici e i partiti che le cavalcano meglio, che ci danno risposte, anche generiche e irrealizzabili, alle questioni irrisolte che ci spaventano di più. Siamo schiavi delle nostre paure e delle nostre angosce, specialmente se non riusciamo a capire da dove vengono, se non riusciamo a circoscriverle. Per questo cerchiamo sempre di identificarne la natura. In questo caso, abbiamo paura dei cinesi. Non possiamo prendercela con il virus, perché non lo vediamo, quindi il problema è il cinese che mangia gli animali vivi. Quando ci saranno casi anche al di fuori della Cina, e quindi il virus lo porterà, per dire, un occidentale qualsiasi, uno con la pelle del nostro stesso colore e con il nostro stesso taglio degli occhi, allora sarà il panico totale, perché vedremo il rischio ovunque. Ma fino ad allora – disse Lorenzo ingoiando l’ultimo sorso di birra e alzandosi dal tavolino –, non avere paura. Di recente ho sentito per radio un virologo molto famoso dire che il virus, di per sé, non è da sottovalutare, ma che qui in Italia le probabilità di prenderlo sfiorano lo zero percento…”.

 

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