Salute 11 Maggio 2020

«È bello tornare a casa e sentirsi protetti». Il viaggio di Martina che ritorna in un Sud preparato al virus

Controlli nella stazione di arrivo e partenza, censimento, tampone e un’auto medica fin sotto casa. Il ritorno di una fuori-sede da Roma alla Calabria nell’Italia della fase 2

di Gloria Frezza
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Martina Presta, dottoranda all’università di Roma “La Sapienza”, è una delle tante fuori-sede che ha trascorso il lockdown nel domicilio lavorativo. Per essere precisi 61 giorni, lavorando in smart working e in attesa di poter far ritorno in Calabria senza diventare un pericolo per sé e per gli altri. Con l’inizio della fase 2 e la regolarizzazione degli spostamenti tra regioni, Martina ha deciso di tornare a casa e Sanità Informazione ha seguito il suo viaggio.

Prima di partire, secondo ordinanza, ha compilato il modulo sul sito regionale per prenotare il proprio ritorno, da completare rigorosamente 48 ore prima del proprio viaggio. Si chiama censimento dei ritorni ed è così che molte regioni italiane tengono un primo registro dei cittadini che si muovono. Sta poi al singolo trasmettere il modulo al proprio medico di base, mentre sarà la Regione a darne comunicazione al Comune di residenza e all’Asl competente.

Con modulo, mascherina e autocertificazione lo step successivo è il treno. «Ovviamente la mia paura principale – racconta Martina – era prendere un mezzo pubblico, mi sarei sentita più tranquilla se avessi avuto la mia auto, per raggiungere la stazione Termini ho scelto il taxi e sono rimasta piacevolmente sorpresa. Il guidatore aveva ben tre bottiglie di disinfettante nella sua auto e ha igienizzato ogni cosa prima che io entrassi».

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Agli occhi della viaggiatrice la stazione di Roma si è presentata completamente cambiata. Percorsi unidirezionali per lo scorrimento delle persone, transenne a impedire qualsiasi movimento non previsto e la polizia a monitorare il distanziamento sociale. «Sono quelle scene che pensi di trovare solo nei film – ricorda Martina – ma devo ammettere di essermi sentita molto sicura dentro la stazione. Infatti ho preferito trascorrere il tempo di attesa del treno all’interno, in quanto tutto mi sembrava controllato e calmava la mia ansia, che dopo mesi trascorsi dentro casa si faceva sentire».

I controlli si moltiplicano prima di accedere ai binari e nelle file ordinate che danno accesso al treno, dove le forze dell’ordine ritirano le autocertificazioni per tenere traccia di chi è partito e per dove. Un controllo che anche Trenitalia si impegna ad effettuare, promettendo sul sito di avvisare i passeggeri se qualcuno nella stessa carrozza risultasse positivo nei giorni successivi al viaggio.

«Sul treno le sedute sono alternate, non si può avere nessuno di fronte o accanto e c’era un intenso odore di disinfettante – quella che porta alla mente Martina è un’immagine fresca –. Intorno a me c’erano tanti volti coperti dalle mascherine, ma dagli occhi si percepiva che avevamo tutti la stessa paura. Dopo un po’ ci siamo messi a parlare e il clima si è rasserenato, eravamo tutti contenti del livello dei controlli e in qualche modo rassicurati dall’idea di fare il tampone appena arrivati in Calabria».

Alla stazione di Scalea (Cosenza) ad accoglierli ci sono oltre 20 carabinieri. Si formano nuovamente delle file ordinate e ogni passeggero misura la febbre, compila una seconda autocertificazione per il tracciamento delle autorità calabresi, e consegna il modulo scaricato sul sito della Regione. A questo punto i viaggiatori vengono divisi in due gruppi: chi sceglie di sottoporsi al tampone e chi si rifiuta.

«Io ho accettato il tampone senza pensarci due volte – racconta Martina – probabilmente non avrei avuto altra possibilità di scoprire se sono portatrice asintomatica, nonostante io stia bene, ed era un modo per sentirmi sicura verso i miei famigliari». Due tamponi nel naso e uno nella gola, effettuati in una cabina disinfettata, il risultato entro 24 ore e quindi la possibilità di interrompere l’isolamento. Per chi non si sottopone al test, invece, c’è la quarantena di 15 giorni obbligatoria.

«Sapevo come erano fatti, ma non ero preparata alla sensazione dolorosa di inserimento. Sono grata agli operatori che mi hanno chiesto di non indietreggiare e guidata durante il procedimento. Non sapevo quanto il contatto con gli strumenti stimolasse i dotti lacrimali, piangevo come una bambina».

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L’ultima sorpresa è un’iniziativa del suo Comune, Diamante. Lo staff del sindaco Ernesto Magorno ha fatto chiamare la mattina stessa del viaggio tutti i concittadini in arrivo e chiesto l’indirizzo in cui avrebbero svolto l’isolamento (con o senza tampone), inviando un’auto medica direttamente in stazione per prelevarli in sicurezza. «Eravamo in tre – specifica Martina – e il paramedico che guidava ci ha portati fin sotto casa, di cui conosceva già gli indirizzi».

Oggi Martina sa che il suo tampone è negativo, in quanto le avevano assicurato che l’avrebbero chiamata solo in caso di risultato positivo dopo due giorni. Per uscire e interrompere il suo isolamento previsto fino al 20 maggio, però, deve aspettare l’attestato di negatività rilasciato dalla Asp.

Martina ammette di essere positivamente sorpresa dal suo ritorno. «Inizialmente avevo qualche dubbio su questo tampone all’arrivo, perché mi dicevo: e se contraggo il virus durante il viaggio? Tuttavia le misure prese durante ogni passaggio mi hanno così convinta da farmi sentire molto più al sicuro rispetto a un’uscita per la spesa».

«Sono contenta dell’attenzione che la Regione Calabria e il comune di Diamante mi hanno riservato. Mi sono sentita protetta e considerata. È bellissimo poter tornare a casa, in un Sud che rispetta le regole e non si tira indietro – conclude la viaggiatrice –. C’è da esserne orgogliosi».

 

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