Salute 10 Aprile 2020 16:30

Covid-19, Clavenna (Mario Negri): «Ripartenza differenziata tra regioni può essere utile. Su idrossiclorochina dati contrastanti»

Antonio Clavenna, Direttore del Dipartimento Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri, spiega: «Noi facciamo ricerca di base, stiamo lavorando sul recettore ACE 2 che è quello attraverso cui il virus entra nelle cellule». Sull’andamento della curva non si sbilancia: «I dati sono poco leggibili, ci sono troppe persone in casa a cui non viene fatto il tampone»

«La situazione epidemiologica di ciascuna regione è differente per cui è un’ipotesi molto sensata quella di far ripartire prima le regioni in cui la situazione già adesso è in miglioramento». Antonio Clavenna, Direttore del Dipartimento Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri, sposa l’idea di una ripartenza differenziata da regione a regione non appena le condizioni lo permetteranno.

Resta però ancora un rebus capire quando si potrà allentare il lockdown. «I dati ad oggi disponibili sono abbastanza poco leggibili» sottolinea a Sanità Informazione. Il perché è presto detto: «I dati sono quelli dei pazienti che sono ricoverati in ospedale con sintomi respiratori importanti – spiega -. C’è il problema della distanza di tempo tra l’effettuazione del tampone e la registrazione del dato, per cui oggi abbiamo dei casi positivi che in realtà sono dei casi positivi osservati alcuni giorni fa. Questo rende un po’ difficile la lettura della situazione, anche perché sfugge tutta la parte che non è in ospedale. Abbiamo ancora molte persone a casa a cui non viene fatto il tampone. Ci attendiamo che l’andamento di questi nuovi contagi sia simile a quello dei ricoverati in ospedale, ma è un dato che non è disponibile, per cui è ancora presto per capire qual è l’andamento della curva. Ci sono dei segnali positivi, ma è difficile dire oggi quando la prima ondata epidemica si andrà ad esaurire».

Sebbene gli esperti siano divisi su questo punto, Clavenna promuove una ripartenza differenziata tra i territori, partendo da quelli meno coinvolti dall’epidemia: «Queste regioni potrebbero funzionare un po’ da modello per capire se ci sarà una seconda ondata e su come gestirla».

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS, COSA SUCCEDERA NEI PROSSIMI 150 GIORNI? LE PROIEZIONI DI IQVIA

Il Mario Negri è in prima linea anche nella ricerca farmacologica, anche se per ora non si sta lavorando su farmaci specifici ma su ricerca di base. «Presso l’Istituto ci sono alcuni studi in corso, prevalentemente di ricerca di base con sbocchi diversi e soprattutto tempistiche diverse per la parte clinica – continua Clavenna -. Si sta cercando di capire soprattutto potenziali bersagli terapeutici, in particolare lavorando sul recettore ACE 2 che è quello attraverso cui il virus entra nelle cellule, quindi i meccanismi legati all’ingresso cellulare. L’altro ambito di ricerca è quello dell’infiammazione, per cui capire in che modo è possibile ridurre la risposta infiammatoria che in alcuni pazienti crea danni sia ai polmoni che a cuore e rene, che poi sono anche i due ambiti su cui è in corso la ricerca in Italia».

Secondo Clavenna, ma è l’opinione di gran parte della comunità scientifica italiana, sono due i farmaci più promettenti in questo momento: l’antivirale Remdesivir e l’anti artrite Tocilizumab. «Guardando un po’ i dati, ma le evidenze sono ancora poche, c’è grande attesa su un paio di farmaci: il Remdesivir, un nuovo antivirale che è stato studiato per l’ebola in quel caso non con grande successo, e il Tocilizumab, un farmaco antinfiammatorio anti-interleuchina 6. Le attese tra i due sono diverse: ovviamente il Remdesivir, in quanto antivirale, potrebbe avere dei benefici sulla riduzione della durata della malattia; gli antinfiammatori invece possono ridurre i rischi per le persone che già hanno una situazione di sintomi gravi e con difficoltà respiratorie».

LEGGI ANCHE: VACCINO CONTRO IL COVID-19, A CHE PUNTO SONO LE SPERIMENTAZIONI CONDOTTE IN TUTTO IL MONDO?

Più complessa invece la posizione sull’idrossiclorochina, farmaco che ha acceso l’interesse persino del presidente USA Donald Trump: «Su questo farmaco oggi ci sono dei dati un po’ contrastanti. Uno studio è stato fatto in Cina e uno in Francia, che pur con tutta una serie di limiti hanno prodotto dei risultati incoraggianti. Però questi risultati incoraggianti non sembrano confermati da altre esperienze. È ancora presto per esprimersi. L’idrossiclorochina viene utilizzata anche in Italia, ma i dati che abbiamo non sono così chiari, così come mancano per l’uso come profilassi che è una delle ipotesi che vengono perseguite».

Infine il tema che sta dividendo gli scienziati di mezzo mondo: l’uso delle mascherine è utile e va reso obbligatorio oppure no? La risposta della scienza non è unanime perché non ci sono evidenze scientifiche. «Ci sono alcuni studi che sembrano indicare una certa efficacia e utilità, mentre altri studi che sembrano indicare che non sono utili per ridurre la diffusione del virus – spiega il Direttore del Dipartimento Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri -. Al di là di questo, anche nell’incertezza si può seguire un principio di precauzione e suggerirne l’uso come fatto dagli Usa o dall’ECDC in Europa. Il problema non è raccomandare l’uso delle mascherine, il problema è raccomandarlo in una maniera corretta. Ma se si vogliono raccomandare devono essere disponibili per tutta la popolazione in una quantità sufficiente, e ancora prima per gli operatori sanitari, per i pazienti e per chi assiste i pazienti. Dopodiché occorre chiarire che la mascherina è un intervento in più che può avere una certa utilità, ma i cardini sono la distanza sociale, per cui mantenere il metro o ancora meglio i due metri di distanza, le norme igieniche come la pulizia delle mani, evitare di toccare naso, bocca, occhi e così via. E far capire alle persone qual è la modalità corretta per indossarle, per tenerle, per toglierle e per smaltirle. Perché se non c’è questa informazione ed educazione e se non c’è la possibilità per tutti di usarle in maniera corretta, la mascherina rischia di diventare un potenziale veicolo di contagio e rischia di dare un falso senso di sicurezza».

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SANITA INFORMAZIONE PER RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO

Articoli correlati
Covid, alcune persone potrebbero aver perso l’olfatto per sempre? L’ipotesi allarmante in uno studio
La perdita dell'olfatto a causa di Covid-19 potrebbe durare a lungo o addirittura per sempre. Uno studio rivela che una persona su 20 non l'ha recuperato dopo 18 mesi
Covid-19 e vaccini: i numeri in Italia e nel mondo
Ad oggi, 28 febbraio 2023, sono 675.188.796 i casi di Covid-19 in tutto il mondo e 6.870.894 i decessi. Mappa elaborata dalla Johns Hopkins CSSE. I casi in Italia L’ultimo bollettino disponibile (23 febbraio 2023): Oggi in Italia il totale delle persone che hanno contratto il virus è di 25.576.852 (4.720 in più rispetto a ieri). Il […]
Si possono bere alcolici quando si risulta positivi al Sars-CoV-2?
Il consumo di alcolici è controindicato quando si è positivi al virus Sars CoV-2. Gli studi mostrano infatti che gli alcolici possono compromettere il sistema immunitario
Dopo quanto tempo ci si può ammalare di nuovo di Covid-19?
Gli studi indicano che le reinfezioni con Omicron sono più frequenti. Una ricerca suggerisce un intervallo tra i 90 e i 640 giorni, un'altra tra i 20 e i 60 giorni
DL Riaperture, via libera dalla Camera. Cosa cambia per mascherine, isolamento, green pass e obbligo vaccinale
Il provvedimento recepisce la fine dello stato di emergenza. Prorogato lo smart working per i lavoratori fragili. Medici in quiescenza potranno continuare a ricevere incarichi di lavoro autonomo
di Francesco Torre
GLI ARTICOLI PIU’ LETTI
Advocacy e Associazioni

Anziani, il ‘Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza’ al Premier: “Riformare i servizi domiciliari e riqualificare le strutture residenziali”

Le 60 organizzazioni che hanno sottoscritto il 'Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza' in una lettera aperta al Premier Meloni: “Lo schema di decreto legislativo recante disposizi...
Advocacy e Associazioni

Cancro delle ovaie: e se fosse possibile diagnosticarlo con un test delle urine? Nuove speranze per la diagnosi precoce

Cafasso (ALTo): “La sopravvivenza a cinque anni delle pazienti che scoprono la malattia ad un primo stadio si aggira intorno al 85-90%, percentuale che si riduce drasticamente al 17% nel quarto ...
Advocacy e Associazioni

Screening oncologici, da Pazienti e Clinici la richiesta di un’azione più incisiva per ampliare l’offerta e aumentare l’adesione dei cittadini

Tra le proposte degli esperti: introdurre la prevenzione come materia di insegnamento nelle scuole, digitalizzare i processi di invito allo screening, promuovere un’informazione costante e capil...
di I.F.