Salute 27 Gennaio 2020

Coronavirus e Sars, la storia che si ripete. Ecco cosa è successo nel 2003

Anche la Sindrome Acuta Respiratoria Grave si diffuse dalla Cina al resto del mondo con le stesse modalità. La patologia causò 800 morti

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La vicenda Coronavirus (o meglio, quella relativa al virus “2019-nCoV”, questo il suo vero nome) riporta alla mente altre situazioni simili, discretamente recenti, come quelle di Ebola e Sars, che pure hanno provocato un panico molto diffuso a livello internazionale. La seconda di queste epidemie, in particolare, ha diversi aspetti in comune con l’infezione partita da Wuhan, in Cina, solo poche settimane fa. La Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome), d’altra parte, è causata proprio da un coronavirus (chiamato così per la sua forma – per l’appunto – a corona). Il virus Ebola, diffusosi nel 2014 in alcuni Stati dell’Africa occidentale, che pure ha causato una delle epidemie più gravi della storia recente (oltre 10mila morti), a differenza del Coronavirus non si diffonde per via aerea ma per contatto diretto con ferite, mucose e membrane, con sangue o fluidi di una persona affetta dalla malattia. È più difficile contrarla, dunque, ma i tassi di mortalità sono decisamente più alti rispetto a quelli finora registrati per il Coronavirus.

I coronavirus colpiscono mammiferi e uccelli e all’uomo provocano infezioni respiratorie che la maggior parte delle volte sono di lieve entità. Il nuovo Coronavirus e la Sars hanno in comune circa l’80% del quadro genetico e, tra gli aspetti condivisi, ci sono anche le modalità di aggressione del sistema respiratorio umano. Dalle prime analisi sembra che il Coronavirus sia meno pericoloso della Sars ma più contagioso, tant’è che alcune delle persone contagiate sono professionisti sanitari che sono entrati in contatto con i malati per curarli.

Per cercare di limitare il più possibile il contagio, in Cina è stato vietato l’allevamento, il trasporto o la vendita di tutte le specie di animali selvatici, a decine di milioni di persone è stato impedito di uscire dalla loro città se non per motivi eccezionali, sono state messe restrizioni ai trasporti e imposte in diverse città le mascherine per il viso. Una risposta necessaria per contenere la diffusione del virus, memori come siamo anche dell’epidemia Sars che, tra il 2002 e il 2003, ha provocato la morte di circa 800 persone. Anch’essa, al pari del Coronavirus, è apparsa in Cina, precisamente nella provincia del Guandong.

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SARS, LA CRONISTORIA

I sintomi iniziali di questa patologia sono di tipo influenzale e appaiono, normalmente, tra i due e i dieci giorni successivi all’esposizione. Il tasso di mortalità varia a seconda di alcune caratteristiche dei pazienti, in particolare l’età e l’eventuale presenza di altre malattie, ma comunque si assesta intorno al 14-15%.

Il primo caso accertato di infezione da Sars fu quello di un allevatore che, dopo aver accusato i sintomi, venne ricoverato a Foshan. L’uomo morì pochi giorni dopo ma non fu fatta una diagnosi completa, così passò un po’ di tempo prima che il governo di Pechino decidesse di informare l’Organizzazione Mondiale della Sanità della situazione. Siamo nel febbraio del 2003. Nei primi giorni del marzo successivo l’OMS comunica ufficialmente l’identificazione di focolai di una gravissima forma di polmonite atipica in Vietnam, Hong Kong e nella provincia di Guangdong, e la conseguente messa in campo di azioni di contenimento a fronte dell’elevato rischio di contagio agli operatori sanitari. Al 3 aprile, sempre secondo l’OMS, i casi segnalati in Viet Nam, Hong Kong, Tailandia, Singapore, Canada e Germania salgono a 150, con almeno 8 morti. In quel momento l’agente patogeno è ancora sconosciuto.

In una settimana i casi salgono a 2722 e i morti a 106 e l’OMS annuncia per la seconda metà di giugno un convegno internazionale sulla Sars. La situazione al 16 aprile indica 3293 casi e 159 decessi. In Italia, verso fine aprile, diverse Regioni si muovono per dare indicazioni calate nella realtà locale sulla prevenzione della malattia. Un esempio è il Piemonte che pubblica, tra l’altro, il Piano Regionale di controllo della sindrome. Nel frattempo, i casi segnalati nel mondo salgono a oltre 5mila in 29 Paesi. Al 29 aprile i morti sono 353. Morti che salgono a 495 nel report del 7 maggio, quando l’OMS consiglia di evitare i viaggi in alcune province cinesi particolarmente colpite. Una settimana dopo i casi segnalati salgono a 7628 e i morti a 587. Il 14 maggio il Ministro Sirchia presenta alle Regioni il piano italiano proposto dalla task force di esperti per il controllo della Sars. La Regione Friuli mette a disposizione diversi documenti, mentre dalla ASS4-Medio-Friuli arriva il protocollo di sorveglianza sanitaria degli esposti. Al 28 maggio sono 8240 i casi segnalati e 745 i morti accertati. Mentre l’epidemia continua la sua marcia, specie nell’Asia orientale, l’OMS pubblica un rendiconto per i viaggiatori contenente i Paesi in cui questi possono recarsi tranquillamente e quelli in cui è meglio rimandare i viaggi, almeno quelli non essenziali.

La situazione comincia a migliorare nella seconda metà di giugno, quando i casi sono poco meno di 8500 e i morti 800. L’OMS revoca le cautele per i viaggi a Taiwan. Il 2 luglio anche Toronto viene dichiarata fuori dalla lista delle regioni con trasmissione locale della Sars, mentre il 24 giugno l’OMS revoca le restrizioni ai viaggi a Pechino. Il 5 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che l’epidemia può considerarsi contenuta in ogni parte del mondo, ma la sorveglianza epidemiologica deve, ovviamente, mantenersi elevata. Per questo a settembre l’OMS elabora un documento che riassume le azioni per la verifica, l’allerta e la gestione della salute pubblica da introdurre ora che l’epidemia risulta contenuta. In Italia il 18 e 19 settembre il Gruppo tecnico del ‘Coordinamento interregionale per il controllo delle malattie infettive e le vaccinazioni’ promuove un corso per i responsabili regionali per agevolare la realizzazione di programmi di formazione per gli operatori.

Tra le vittime della sindrome va ricordato Carlo Urbani, medico italiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, morto il 29 marzo 2003 a 46 anni proprio a causa della Sars. Urbani era stato il primo medico dell’OMS ad avere identificato il primo focolaio della malattia in un uomo d’affari che era stato ricoverato all’ospedale di Hanoi. La sua rapida segnalazione della sindrome mise in allarme il sistema di sorveglianza globale, permettendo così l’identificazione di molti nuovi casi e il loro isolamento prima che il personale sanitario ospedaliero venisse contagiato.

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