Salute 11 Febbraio 2020

Coronavirus, i dati della Cina sono veri? Crescono i dubbi della comunità internazionale

Diversi studi ed esperti sostengono che il numero dei contagiati, in realtà, sarebbe molto più alto di quello ufficiale

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E se i numeri del Coronavirus fossero molto più alti di quelli ufficiali? È un dubbio che serpeggia da un po’ di tempo, almeno da quando la risonanza del contagio cominciato a Wuhan ha varcato i confini cinesi per diffondersi in tutto il mondo. Forse, nella diffidenza generale, ha contato anche il ricordo di quanto successo qualche anno fa con la Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome), provocato anch’esso da un coronavirus e diffusosi per la prima volta proprio in Cina.

In quel caso le autorità cinesi aspettarono parecchio tempo prima di informare l’ Organizzazione Mondiale della Sanità della situazione. Il virus ebbe così campo libero e il contagio si impennò, causando la morte di centinaia e centinaia di persone. Oggi che invece siamo alle prese con il virus “2019-nCoV” (appena ribattezzato dall’OMS “Covid-19”), sembra che il governo cinese abbia preso più seriamente la questione e abbia avuto tempi di reazione molto più rapidi. Non va dimenticato però che il primo medico a lanciare l’allarme (l’oculista Li Wenliang, poi morto proprio per aver contratto il Coronavirus) non solo non è stato creduto dalle autorità, ma insieme ai colleghi che avevano cominciato a mettere in guardia parenti e amici è stato minacciato ed arrestato.

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS E SARS, LA STORIA CHE SI RIPETE. ECCO COSA E’ SUCCESSO NEL 2003

In tutto questo c’è anche il discorso economico. Secondo Standard & Poor’s a causa del Coronavirus il Pil della Cina rallenterà del 5% nel 2020 (a patto che la diffusione del virus verrà contenuta entro marzo), mentre 4 dei 10 miliardi di euro stanziati da Pechino per affrontare l’emergenza sono già stati spesi. Insomma, il governo cinese potrebbe avere qualche interesse a fare in modo di non spaventare troppo il resto del mondo, e quindi a tenere un po’ più bassi di quelli reali i numeri del contagio. D’altra parte, come detto, anche con la Sars l’apparato statale si era mosso per nascondere il più possibile il dramma che si stava consumando.

E poi, siamo sicuri che il sistema sanitario cinese sia pronto ad affrontare un problema del genere? Che le strutture siano all’altezza? E nelle province più grandi e popolose, come si fa a diminuire il rischio di contagio? Tutte domande che ora si pongono anche scienziati e organizzazioni internazionali. Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus pochi giorni fa ha dichiarato in un tweet che sono stati accertati casi di Coronavirus diffusi da persone che non erano state in Cina, aggiungendo che probabilmente stiamo vedendo solo “la punta dell’iceberg”. D’altra parte, con la Sars la diagnosi era più semplice perché i sintomi erano molto gravi. Con il Coronavirus, invece, le persone infettate potrebbero non riconoscere i sintomi e quindi sottovalutare il proprio malessere, trattandolo alla stregua di una malattia di poco conto, per la quale non c’è bisogno di ulteriori analisi o di un ricovero.

Ma tornando ai numeri, ad oggi i dati ufficiali dicono che le persone contagiate sono poco più di 43.000 in tutto il mondo. Secondo l’epidemiologo Gabriel Leung, Capo del Dipartimento di medicina all’Università di Hong Kong, i numeri ufficiali non sarebbero però attendibili: secondo il modello sviluppato dal suo team di lavoro e diffuso lo scorso 25 gennaio, gli infetti (inclusi i pazienti nella fase di incubazione) avrebbero potuto essere circa 44mila, mentre i numeri ufficiali diffusi in quei giorni parlavano di circa 5mila casi. Sempre secondo Leung l’epidemia potrebbe inoltre diffondersi a circa due terzi della popolazione mondiale, se non adeguatamente controllata.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche i modelli sviluppati dall’Imperial College di Londra. Lo scorso 28 gennaio, stando ai calcoli dell’ateneo britannico, gli infettati avrebbero dovuto essere circa 75mila e i casi dovrebbero raddoppiare ogni 6,4 giorni, motivo per cui ad oggi dovremmo averne molti di più, tra i 150mila e i 300mila.

Una visione troppo catastrofica? Secondo i dati ufficiali, su cui concordano un po’ tutti gli esperti, un infetto potrebbe trasmettere il virus a circa 2,5 persone. In aggiunta, come riportato dal New England Journal of Medicine, sarebbe stato registrato da poco il primo episodio di trasmissione senza sintomi in Europa (fino ad ora il leit motive era “il virus può essere trasmesso solo dopo la comparsa dei sintomi”). Aggiungiamoci anche che, stando a quanto riportato dall’Independent, il periodo di incubazione del Coronavirus potrebbe estendersi fino a 24 giorni (addirittura 10 in più di quanto indicato fino ad ora) e che il virus potrebbe rimanere infettivo sulle superfici degli oggetti fino a 9 giorni.

Insomma, più il tempo va avanti più si capisce qualcosa di questo Coronavirus. Le notizie (e le fake news) si accavallano senza sosta e molte di queste vengono smentite a stretto giro. Si tratta di una malattia nuova, sconosciuta fino alla sua comparsa, e quindi il mondo si è fatto trovare sostanzialmente impreparato. Quel che è certo è che il “Covid-19” ha circa l’80% dello stesso patrimonio genetico della Sars, e anche la storia delle due epidemie ha molti tratti in comune. Forse anche le reticenze della Cina.

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