Salute 29 Marzo 2022 15:44

Paxlovid, solo 4mila pazienti trattati. Perché l’antivirale Pfizer è poco utilizzato? C’entrano i rischi

Autorizzato da Aifa a febbraio, Cattelan (primario malattie infettive Ospedale di Padova): «Attenzione alle interazioni con altri farmaci, ma è il miglior antivirale oggi contro la variante B2 di Omicron, riduce il rischio di infezione grave fino all’88%»

Paxlovid, solo 4mila pazienti trattati. Perché l’antivirale Pfizer è poco utilizzato? C’entrano i rischi

È l’ultimo ritrovato per vincere la battaglia contro il Covid, eppure Paxlovid, l’antivirale di Pfizer autorizzato lo scorso mese di febbraio, fino ad oggi non ha avuto un grande impiego, anzi ha avuto un uso molto limitato e da più parti si continua ad usare Sotromivab. Secondo i dati di Aifa, infatti, con Paxlovid al 22 marzo sono stati fatti poco meno di 4000 trattamenti.

Numeri bassi per un farmaco che prevede una fornitura di dosi annua alle Regioni per completare 600 mila trattamenti. «Anche in Veneto siamo partiti a rilento, ma adesso stiamo aumentando per due ragioniammette Annamaria Cattelan, primario di malattie infettive dell’Azienda Ospedaliera di Padova – c’è carenza di Sotromivab e la variante Omicron B2 pare mantenere la sensibilità al Paxlovid, mentre è meno responsiva al più diffuso Sotromivab».

Paxlovid riduzione del rischio di infezione grave fino al 88%

I presupposti per diventare l’arma più efficace contro il Covid dunque ci sono tutti, compresa una riduzione del rischio di evoluzione in malattia grave dell’88%. «Quasi meglio del Sotromivab – puntualizza Cattelan – ma per il Paxlovid occorre prestare molta attenzione all’interazione con alcuni farmaci che sono usati spesso nei pazienti che hanno precedenti comorbidità». Questo potrebbe essere proprio uno dei motivi per cui non è stato ampiamente utilizzato. «Siccome contiene il Ritonavir che è un booster gravato di importanti interazioni farmacologiche, prima della somministrazione bisogna fare attenzione che il paziente non faccia anti-coagulanti, oppure statine, o ancora tutta una serie di farmaci epilettici che possono interferire, quindi ci vuole molto tempo».

Da somministrare entro 5 giorni dall’insorgenza della malattia

Il successo della terapia dipende anche dalla tempistica con cui si somministra il farmaco. «Non oltre i 5 giorni dall’insorgenza dei sintomi, pertanto, si devono attivare i medici di medicina generale con la segnalazione alle Usca perché il paziente rientra nel registro Aifa ed essere monitorato per un mese». Il futuro, dunque, è di Paxlovid, da maneggiare con cura però, per il rischio di interazione farmacologica. Ma la professoressa Cattelan non ha dubbi «al momento attuale gli antivirali sono i farmaci più attivi con le nuove varianti».

 

 

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