Salute 14 Maggio 2020

Audizioni in Parlamento, gli esperti fanno il punto sull’evoluzione dell’epidemia, la sieroprevalenza, la terapia al plasma e i vaccini

Miozzo (Cts): «Ecco cosa ha fatto il Comitato tecnico-scientifico». Ippolito (Spallanzani): «Indagine di sieroprevalenza su 150mila italia fotograferà situazione». De Donno (Poma): «Non capisco accanimento contro l’utilizzo del plasma iperimmune». Scaccabarozzi (Farmindustria): «Sono 110 i vaccini candidati nel mondo, speriamo che qualcuno arrivi in fondo»

di Giovanni Cedrone e Gloria Frezza
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72 riunioni, tre incontri con il Consiglio dei Ministri, interlocuzioni con 15 Ministri e 351 pareri su materiali tecnici e di consumo. Questi i numeri delle attività condotte in questi mesi dal Comitato tecnico-scientifico istituito presso il Dipartimento della Protezione civile, illustrati questa mattina dal coordinatore Agostino Miozzo nel corso di un’audizione informale dinanzi alla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

«Finora l’epidemia ha seguito un’evoluzione classica – ha aggiunto –, controlliamo costantemente l’indice R=0 per comprendere quando le attività possono ricominciare e quanto si deve essere prudenti nel ritornare alla vita normale».

Sulle diverse richieste ricevute dai Ministri per le singole riaperture, Miozzo ha parlato di composizione eterogenea dei membri proprio per rispondere a questa evenienza. «I nostri pareri sono stati spesso discordanti e hanno trovato un punto comune dopo significative discussioni. Non è stato facile passare dalla balneazione, agli esami di maturità, all’agricoltura fino ai ristoranti e alle richieste della comunità dei mormoni». Dal 4 maggio l’occhio è puntato sull’indice di infezione, che in altri Stati è risalito se «quel rilasciamento dell’attenzione è stato troppo veloce o superficiale».

Mattinata di audizioni anche al Senato, dove la Commissione Igiene e Sanità ha ascoltato il professor Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Inmi Spallanzani di Roma, sull’indagine di sieroprevalenza che coinvolgerà 150mila persone, autorizzata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 10 maggio: «Si tratta di una misura urgente per dare una fotografia della situazione e cercare di capire quante persone sono state infettate. Il modello scelto dal governo si usa per la prima volta su larga scala in tempi recenti, ma è stato adottato in precedenza sui neonati per stimare la prevalenza di donne con infezione da Hiv».

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Un modo per capire, ha aggiunto l’esperto, se la direzione delle misure adottate dal governo è quella giusta e attuabile, ora che i test sono finalmente disponibili su larga scala. Le prime previsioni arrivano con cadenza settimanale dall’Imperial College di Londra: «In Italia sarebbe il 4,65% della popolazione totale – ha fatto presente Ippolito in audizione – il che significa che solo 2 milioni e 800mila italiani hanno avuto un contatto con il virus. Contrariamente a quello che si pensa, l’Italia ha meno persone infette rispetto al Belgio, che ha in assoluto la quota più elevata, al Regno Unito e alla Svezia». Una prova dell’effettiva utilità delle misure applicate finora.

«Fare 150mila campioni nel Paese in tre settimane è un grande investimento – ha ribadito poi lo scienziato –. Si è scelto di non fare test rapidi, ma di usare sierologia vera perché si possano rilevare valori di sensibilità e specificità elevati, ma ci aspettiamo comunque falsi positivi e tutti andranno ricontrollati con i tamponi».

Tutte le regioni hanno accettato di partecipare e si sono offerte di integrare i dati con indagini sierologiche regionali. La fotografia che ne verrà fuori sarà molto precisa e darà risultati diversi di penetrazione del virus per regione. «Le modalità di conservazione prevedono che la Banca centralizzata, costituita per l’emergenza Sars dalla Protezione Civile, sia solo gestore e contenitore del materiale, l’unico titolare è il Ministero della Salute che con l’Istat ha i dati – fa presente Ippolito -. Le malattie infettive sono il massimo esempio del valore pubblico etico e sociale di uno Stato – ha concluso – e per questo c’è bisogno di una catena di comando nazionale e di un’unità di intenti globale».

Le audizioni si sono quindi spostate sul tema della terapia al plasma: «La cosa che mi meraviglia è questo iniziale accanimento contro l’utilizzo del plasma iperimmune da parte di molti scienziati, che hanno detto delle baggianate tra le più grandi che uno scienziato possa mai sentire», ha detto Giuseppe De Donno, Direttore della struttura complessa di Pneumologia e unità di terapia intensiva respiratoria dell’Ospedale Carlo Poma di Mantova, difendendo in modo appassionato la terapia al plasma iperimmune contro il Covid-19.

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«Il protocollo terapeutico che abbiamo scritto insieme all’Università di Pavia ha cambiato l’atteggiamento terapeutico» sottolinea De Donno, che ha ripercorso i momenti drammatici in cui è nata l’idea. «A febbraio Mantova è stata colpita da uno tsunami. Avevamo centinaia di pazienti che giungevano in Pronto soccorso. A fine febbraio la direzione sanitaria mi ha chiamato una notte per dare una mano. Nessuno dimenticherà mai lo spettacolo a cui abbiamo assistito. Siamo dei professionisti cambiati e non terneremo più quelli di prima».

I dati esposti da De Donno sono incoraggianti: «È stata ottenuta una riduzione della mortalità – spiega De Donno -. Abbiamo usato il plasma iperimmune di paziente convalescenti in pazienti gravi con sindrome respiratoria acuta di primo e secondo livello, quindi pazienti che necessitavano di respirazione assistita. Su 48 pazienti, 46 sono guariti. Nella casistica mantovana sono guariti tutti. Con questi pazienti ho avviato un follow up e anche qui non ci sono stati casi di recrudescenza».

Poi si difende dalle accuse mosse da altri scienziati: «È stato detto che non abbiamo usato uno studio randomizzato: ma è ovvio, è il primo studio al mondo e noi siamo stati capofila. A disegnare uno studio ci vogliono settimane. Ma in guerra non c’è tempo. Serviva un’arma rapida ed efficace».

Fondamentali per De Donno le banche del plasma: «Adesso ogni regione si sta adoperando per utilizzare il plasma. È stato detto che il plasma è costoso ma viene donato gratuitamente con grande generosità. Ora bisogna creare delle banche del plasma come ha fatto Zaia in Veneto e farà la Lombardia, ma deve aiutarci la politica».

Infine la polemica sulla scelta di Pisa come centro capofila per la sperimentazione della plasmaterapia: «Perché Pisa non lo so. Sono sconcertato da questa decisione. Il presidente della Toscana Rossi ha minacciato di querelarmi. Secondo me qualsiasi città lombarda andava bene, data la maggiore incidenza del virus in questa regione. Bisognava affidarsi a chi ha esperienza, e toccava a Pavia condurre questa sperimentazione, perché loro ne sono i padri».

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Paolo Marcucci, presidente e amministratore delegato di Kedrion Biopharma, ha invece parlato delle implicazioni in ambito farmaceutico della sperimentazione sul plasma iperimmune dato che la sua azienda, la Kedrion, ha firmato una intesa con l’israeliana Kamada per lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di un’immunoglobulina policlonale umana (IgG) plasma-derivata anti-Sars-Cov-2. L’attività si intreccia con la sperimentazione italiana in corso a Pisa. «I ricercatori stanno avviando una collaborazione con Avis per campagne di arruolamento di donatori anti Covid-19 per costituire scorte di plasma iperimmune» sottolinea Marcucci. «Il piano di contrasto si identifica in tre elementi: l’industria ha fornito i kit necessari per l’inattivazione virale in base al regolamento emesso dal Centro nazionale sangue per limitare il rischio di contaminazione da altri patogeni. L’azienda accompagna tutte le sperimentazioni in corso sul plasma iperimmune, a cominciare dal San Matteo di Pavia e a seguire dallo studio ‘Tsunami’ identificato come studio nazionale che vede come capofila l’Università di Pisa. Gli esiti si preannunciano molto promettenti. Nel Paese – secondo Marcucci – ci sono quantitativi per ottenere dei lotti industriali sufficienti per i prossimi 4 anni».

Davanti ai senatori della Commissione Sanità ha parlato anche il Presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, che ha fatto il punto sulle sperimentazioni: «Sono 110 i vaccini candidati nel mondo, di cui 7 sono già in fase 1 o 2 – ha spiegato -. Non tutti e 100 arriveranno a buon fine, ma su 110 speriamo che qualcuno arrivi in fondo».

Discorso analogo per i farmaci: se è vero che ad oggi non esistono medicine specifiche autorizzate per curare il Covid-19, sono 29 però le sperimentazioni in corso. Sperimentazioni «che consentono uso di antivirali, antinfiammatori, anticorpi monoclonali» ha ricordato il presidente di Farmindustria, che ha aggiunto: «Aifa sta valutando 114 domande di autorizzazioni che avranno un riscontro in tempi brevi. Inoltre ha autorizzato 4 programmi di uso compassionevole e anche un protocollo per uso di plasma ottenuto da pazienti guariti da Covid-19». L’importante, per Scaccabarozzi, è che «ci siano evidenze scientifiche solide e protocolli validati centralmente che garantiscano unicità, uniformità e ripetitività del dato».

 

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