Mondo 17 Aprile 2020

A Londra i numeri del Covid-19 non spaventano. Un cardiologo italiano racconta come viene gestita la pandemia

Francesco Logiudice: «Ospedali pronti per tempo, buoni margini in terapia intensiva. 70% dei pazienti curato a casa con paracetamolo, 30% in ospedale con ossigeno, tra 5 e 10% in terapia intensiva». E si inizia a pensare alla riapertura

di Federica Bosco

Cresce il numero delle vittime da Coronavirus in Gran Bretagna: solo nelle ultime 24 ore, si sono registrati 861 decessi. Eppure la chiusura non è totale, i cittadini possono uscire per 30 minuti al giorno, andare al parco seppur con le mascherine, senza alcun controllo. E si ipotizza una fase 2 con la ripresa delle attività dal 7 maggio. Per chi ha sintomi, il protocollo prevede consulenza telefonica e solo in casi gravi il ricovero in ospedale. Negli ospedali le protezioni per medici e operatori sanitari non mancano e la situazione è sotto controllo, come ci conferma Francesco Logiudice, cardiologo, da tre anni a Londra all’Hammersmith Hospital.

«Noi ci siamo mossi per tempo, indipendentemente da quello che il governo diceva – puntualizza Logiudice raggiunto via Skype -. Pur partendo da una situazione più sfavorita rispetto all’Italia per la terapia intensiva, negli ospedali inglesi, in particolare a Londra, il lavoro è stato subito cambiato. Il mio ospedale, che è senza accesso diretto attraverso il pronto soccorso, ha pazienti che vengono trasferiti dagli altri due grossi ospedali dello stesso trust. Quindi anche i reparti cardiologici si sono trasformati in reparti di medicina interna che gestiscono una parte di pazienti Covid che non richiedono la terapia intensiva. La situazione è più tranquilla di quanto ipotizzato. Si temeva uno tsunami e quindi ci eravamo preparati anche con un incremento notevole dei posti letto, trasformando anche le sale operatorie in terapia intensiva, però questo incremento non c’è stato, fortunatamente. Il numero di decessi è alto, ma sembra non crescere in maniera esponenziale, e anche come posti di terapia intensiva abbiamo buoni margini».

LEGGI ANCHE: COVID-19, IN FRANCIA POCHI TAMPONI, DIAGNOSI CON TAC E OSPEDALI DEDICATI AI MALATI DI CORONAVIRUS

Che tipo di cure vengono fatte ai malati di Coronavirus?

«Più del 70% dei pazienti con Coronavirus o che ipotizziamo abbiano il Coronavirus, perché il più delle volte è una diagnosi di sospetto basata su sintomi che sono abbastanza tipici di questo tipo di infezione, guariscono spontaneamente, al massimo con paracetamolo per gestire i sintomi. Del 30% rimanente, la maggior parte durante l’ospedalizzazione viene trattata solo con ossigeno terapia, e una parte minore che è tra il 5 e il 10% ha bisogno di terapia intensiva e di essere intubata, quindi di avere ventilazione meccanica».

Pochi tamponi, nessun test autorizzato e antivirali solo per chi rientra nei protocolli di cura gestiti da una delle principali università inglesi.

«Il nostro centro, come altri, partecipa ad uno studio gestito dall’Università di Oxford e con vari bracci di trattamento, e quindi se sono tamponi positivi confermati possono accedere a questo trial e trattati con possibili terapie: antivirali, farmaci biologici che servono a modulare la risposta immunitaria all’infezione, o ancora idrossiclorochina o steroidi».

 

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