Salute 6 Marzo 2020

Specializzanda in prima linea tra i malati di Coronavirus: «Ho deciso di separarmi dalla famiglia»

Turni massacranti e rischio contagio, ma Laura (nome di fantasia) ha scelto di essere in una delle tre terapie intensive dedicate al Covid-19 dell’ospedale Niguarda di Milano: «Scelta ragionata e consapevole. La situazione è complicata, indispensabile isolamento sociale»

di Federica Bosco
Specializzanda in prima linea tra i malati di Coronavirus: «Ho deciso di separarmi dalla famiglia»

«Non esiste una cura sperimentata, il decorso della malattia è lungo, ci sono pochi posti letto in terapia intensiva e tanti contagiati tra gli operatori sanitari. Questi fattori possono mettere a rischio anche un sistema sanitario come quello italiano, tra i migliori al mondo. Ecco perché è fondamentale seguire attentamente le direttive date negli ultimi giorni ed è importante l’isolamento sociale che è stato richiesto».

Le parole di una giovane specializzanda in forza all’ospedale Niguarda al termine di una intensa ed estenuante giornata in corsia, danno il senso reale della battaglia che tutti siamo costretti ad affrontare, mentre la guerra, vera, contro il Coronavirus si vince in trincea. Lo sanno bene medici ed operatori sanitari che da un mese ormai vivono giorno e notte in prima linea nei reparti allestiti per i malati di Coronavirus. Al Niguarda di Milano, considerato uno dei 50 migliori ospedali al mondo, la situazione è critica, ma tutto funziona alla perfezione. Merito della direzione sanitaria, dei medici, infermieri, OSS che non si risparmiano e che offrono la loro professionalità ogni giorno per affrontare un nemico ancora sconosciuto, facendo scelte difficili, a volte dolorose, ma necessarie per fronteggiare l’epidemia.

È il caso di questa giovane specializzanda arruolata nella cosiddetta zona Covid e per questo costretta a separarsi dalla famiglia. Laura (nome di fantasia) preferisce l’anonimato: «Non cerco consensi o pubblicità, ho accettato di essere a contatto con i malati di coronavirus per una scelta ragionata e consapevole. La situazione è complicata, in alcuni momenti la percezione della realtà sfugge di mano, ciò che fino a ieri avevano studiato e conosciuto solo attraverso i libri di scuola, oggi è il quotidiano». Una realtà complessa che ha stravolto e condiziona anche la vita famigliare: «La scuola di specialità ha richiesto la nostra collaborazione sia nella centrale operativa del 118 che nelle varie rianimazioni Covid, ovviamente almeno in questa fase il reclutamento nelle rianimazioni è su base volontaria. Con mio marito vivo in un piccolo appartamento, non abbastanza grande da consentirmi un isolamento in caso di necessità, pertanto, di comune accordo, abbiamo deciso di fare un sacrificio e lui è andato a vivere altrove, in attesa di capire come evolverà la situazione. Io sono esposta in una rianimazione a contatto con i pazienti, ho i dispositivi di protezione, ma se, malauguratamente, per stanchezza o per disattenzione, mi contagio, non voglio rischiare di infettare anche lui. Meglio non rischiare e stare separati».

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS, CORSICO (PNEUMOLOGO PAVIA): «IN TERAPIA INTENSIVA NON SOLO ANZIANI E SOGGETTI FRAGILI»

Non è una semplice influenza

L’ignoto continua ad essere uno dei principali nemici da battere anche quando tutto sembra essere sotto controllo, come al Niguarda: «Da quando è scoppiata l’epidemia le quattro aree dedicate alla rianimazione hanno subito dei cambiamenti. Se la cardio e la neuro rianimazione sono rimaste pulite, la terapia generale e la sub terapia sono state adattate ad accogliere i pazienti con coronavirus e sono attualmente piene. Da domani una terza terapia intensiva sarà destinata ai malati». In tutto sono 25 i posti letto che accolgono pazienti gravi provenienti da Milano, dalla provincia e anche da Cremona: «La situazione è critica – riprende Laura – ci sono polmoniti molto severe e il decorso della malattia è lento, la degenza è lunga e questo rappresenta un problema perché i posti letto sono pochi e la media di un ricovero è di due o tre settimane, il che significa turnover basso e necessità di molte cure».

È giovane Laura, non ha molta esperienza, ma gli insegnamenti della scuola di specializzazione oggi sono più che mai preziosi: «Il vero dramma di questa patologia è che molti la paragonano ad una influenza come tante, eppure non è così. Non esiste una terapia eziologica come ha ben spiegato il professor Pesenti in una conferenza e che per me è stato uno spartiacque nel comprendere la gravità della situazione in cui ci troviamo. Se è vero che le competenze, gli strumenti tecnologici e clinici che abbiamo, possono sostenere le funzioni vitali, manca invece una terapia sperimentata su questo virus e quindi è necessario capire se i farmaci che si stanno utilizzando hanno un effetto sui pazienti o meno. Poi occorre considerare che non tutti i pazienti reagiscono allo stesso modo agli antivirali e alle manovre che vengono attuate. Non solo gli anziani sono a rischio, il pericolo riguarda tutti».

Turni massacranti e rischio contagio

Un rischio diffuso che riguarda soprattutto le prime linee: «È vero che siamo protetti – ammette – ma è altrettanto vero che per l’attività che svolgiamo siamo a stretto contatto con i malati e spesso dobbiamo intervenire con manovre salvavita come l’intubazione che espongono ad una acutizzazione del virus ed inevitabilmente ad un contagio. Quindi tra di noi c’è una dose di paura ed ansia e un timore reale di non avere personale sufficiente e rischiare il collasso del sistema sanitario». Un pericolo che un camice bianco deve tenere presente ogni giorno che varca la soglia dell’ospedale per affrontare una lunga giornata di lavoro. «Teoricamente i turni sarebbero di 8 ore, in realtà sono sempre di almeno 10 e da quando è scoppiata l’emergenza coronavirus anche di 12 ore. Sono saltate ferie, riposi e i turni sono continui. Ognuno di noi è animato da una passione per il lavoro e un senso di responsabilità, ma il problema è che il sistema sanitario non prevede situazioni come questa. I numeri da gestire sono alti, i pazienti che richiedono ospedalizzazione per il contagio sempre di più, quindi si aprono rianimazioni dove non c’erano e questo comporta una serie di problemi da affrontare in termini di protocollo da stabilire, di percorsi fisici dei malati che devono contaminare il meno possibile l’ambiente circostante, occorre individuare zone dove ci sia un corridoio sporco e uno pulito, dove si possa fare la vestizione e la svestizione. L’organizzazione reale è molto complessa e richiede soprattutto un secondo livello di attenzione che consiste nel mettere insieme tantissime teste, dalla direzione sanitaria, al coordinamento regionale, all’unità di crisi agli anestesisti infermieri, OSS che poi devono lavorare, ma essere al tempo stesso tutelati. Quindi è una situazione estremamente tesa e occorre fare il meglio possibile, ma è evidente che è molto complicato perché ci stiamo muovendo su un terreno che finora, nella nostra storia, era sempre stato solo teorico».

Isolamento sociale e norme igieniche da seguire

Laura ha le idee chiare e una grande senso di responsabilità: «Cerchiamo di analizzare i dati e i numeri per capire l’evoluzione dell’epidemia, ma a dire il vero – aggiunge – non posso dire se il picco è già arrivato o tra quanto arriverà. Finché dall’epidemiologia nazionale o regionale non avremo una ragionevole certezza di essere arrivati al punto di massimo contagio, non bisogna sottovalutare nulla ed è indispensabile attenersi alle indicazioni date dai vari decreti degli ultimi giorni circa la riduzione dei contatti sociali, delle esposizioni in generale e le norme igieniche da seguire. Mi rendo conto che ci sono implicazioni economiche pericolose che rischiano di portare ad una paralisi, però mi ricordo anche uno dei detti appresi nel mio percorso di studi che è sempre valido: un medico pietoso fa la piaga infetta, quindi per evitare conseguenze gravi, occorre intervenire anche duramente nel momento critico con tutte le armi a disposizione, poi dopo si sistemeranno le conseguenze».

 

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