Lavoro 14 Ottobre 2020

Il presidente dei medici di Milano: «Scarseggiano vaccini antinfluenzali e dpi, ma intanto in arrivo 300 cause contro di noi»

Roberto Carlo Rossi: «I medici di famiglia il 19 ottobre avranno 30 dosi a testa, ma dovranno vaccinare 400 pazienti. I dpi dobbiamo comprarceli da soli, però aumentano i pareri legali richiesti per valutare eventuali colpe mediche durante il Covid. E l’assenza dei decreti attuativi della legge Gelli peggiora le cose»

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Dai soli 30 vaccini antinfluenzali che il 19 ottobre arriveranno negli studi dei medici di famiglia lombardi agli oltre 300 pareri legali richiesti da famiglie colpite dal Covid per valutare eventuali colpe mediche. Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici di Milano, quasi si sfoga al telefono con Sanità Informazione.

Presidente, la Lombardia è tra le regioni più indietro per quanto riguarda i vaccini contro l’influenza.

«Siamo partiti con grande ritardo nonostante tutti dicessero di iniziare prima. Invece il 19 ottobre ai medici di famiglia arriveranno solo 30 dosi di vaccino. Poi, certo, arriveranno le altre. Ma non va bene. Ogni medico ha una popolazione target di 300-400 persone da vaccinare, con 30 dosi si fa pochino».

Come mai la Lombardia si è mossa così tardi?

«Non lo so, da questo punto di vista ne so quanto un cittadino qualunque, ma non mi interessa trovare i responsabili. Ci si doveva muovere per tempo, si poteva farlo e non è stato fatto. Ora però bisogna porre rimedio a questa situazione, a me interessano i risultati. Avere solo 30 dosi crea dei problemi enormi ai medici, anche a livello di contenziosi tra medico e paziente, perché tutti vorranno la loro vaccinazione».

E come si scelgono i pazienti che hanno la priorità?

«È un mistero. Ci è stato detto di iniziare da una classe specifica di pazienti, ma quelle classi non sono costituite da sole 30 persone. Come si fa a decidere chi vaccinare e chi no? Scelgo in ordine alfabetico?».

La responsabilità quindi cade sul singolo medico.

«Per carità, vaccinare una settimana prima o una settimana dopo è una responsabilità relativa. Però è seccante, perché la gente poi se la prende con noi, che invece non c’entriamo niente».

E intanto i contenziosi contro i medici stanno aumentando.

«Abbiamo iniziato a fare una ricognizione un po’ per gioco. Poi man mano ci siamo accorti che la situazione era molto seria. Negli ultimi mesi il numero di pareri che vengono chiesti ai medici legali sta aumentando. I pazienti pensano che i loro medici non abbiano riconosciuto tempestivamente il Covid o che non abbiano scelto il trattamento più adatto. E adesso cercano eventuali responsabili. È indice che la temperatura in questo campo sta aumentando moltissimo».

Di che numeri stiamo parlando?

«Abbiamo fatto una stima spannometrica in base al numero di medici legali che ci sono a Milano e il numero di pareri che sono stati richiesti. Solo a Milano, quindi, ci sono circa 300 cause legate al Covid. Poi bisognerà vedere se queste cause arriveranno veramente o si fermeranno prima. Per carità, i pareri di malpractice medica ci sono sempre stati, ma questo numero, legato al coronavirus, ci ha fatto sobbalzare sulla sedia».

L’assenza di alcuni decreti attuativi della legge Gelli sulla responsabilità professionale può rappresentare un problema?

«Sì, indubbiamente questo peggiora le cose. Abbiamo provato più volte a lavorare con le assicurazioni per redigere delle linee guida di prodotti assicurativi validi che fossero veramente tutelanti per i medici, e le assicurazioni hanno sempre risposto di essere disponibili, ma che mancavano i decreti attuativi e quindi non potevano farlo. Ma adesso basta, è passato troppo tempo: o si fanno linee guida davvero tutelanti per i medici insieme o lo facciamo noi come Ordine da soli. L’assenza dei decreti attuativi non deve diventare un alibi. La pazienza è finita».

Intanto i numeri dei contagiati continuano ad aumentare. I medici di Milano sono pronti ad affrontare la seconda ondata?

«Mah, è tutto organizzato male. Per quanto riguarda dispositivi di protezione e disinfettanti, l’unica cosa che è cambiata rispetto a marzo-aprile è che adesso si trovano sul mercato. Gli ospedali sono attrezzati, le protezioni lì le danno. Sul territorio invece siamo come al solito lasciati soli. Abbiamo ricevuto in totale una decina di mascherine chirurgiche e un po’ di disinfettante, tutto il resto sono donazioni».

Quindi li state comprando voi?

«Certo. Ma non è un problema economico, è un problema di sanità pubblica. La Svizzera protegge i medici dandogli 50 mascherine a settimana, perché sanno perfettamente che i medici poi portano in giro le infezioni e quindi sono da proteggere di più. È intollerabile che l’Italia abbia il tasso di contagio tra gli operatori sanitari tra i più alti al mondo e che ci siano operatori sanitari morti per questa roba qua».

Vi aspettavate un sostegno più concreto.

«Mi sembra il minimo. Chiamare eroi la gente non serve a niente. Ancora non si è capito che il territorio ha bisogno di un’assistenza speciale, perché è sul territorio che la gente si contagia. Bisogna organizzare la rete territoriale e collegarvi tutti i servizi. E con gli strumenti informatici che abbiamo è relativamente semplice, però bisogna farlo. Invece ancora oggi il territorio è sguarnito, e questo non va bene. E non penso ad aggregazioni strutturali, ma a reti per scambiarsi dati e informazioni. Le case della salute, ad esempio, in alcuni casi mi dicono che funzionano, ma in altri che non servono a niente. Dipende da come sono organizzate».

In tutto questo qual è il ruolo dell’Ordine dei Medici di Milano?

«È fondamentale per quanto riguarda le competenze tecniche. A noi non interessa fare politica. Vogliamo accendere i riflettori sui problemi ma soprattutto offrire delle soluzioni, sperando che possano essere utili ai funzionari locali o nazionali che devono prendere delle decisioni tecniche».

Quali sono gli obiettivi raggiunti in questi anni di cui è più orgoglioso?

«Siamo riusciti a modificare la legge sulla pubblicità sanitaria, abbiamo presentato con numerosi senatori un progetto di legge per il risarcimento del personale sanitario contagiato dal Covid. E poi l’attività formativa promossa dall’Ordine, sempre di altissimo livello».

 

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