Lavoro 14 Luglio 2020 09:31

«Rischioso aderire al Mes senza un progetto per il futuro della sanità». Intervista al presidente Cimo-Fesmed Guido Quici

«Questa è una vera opportunità per riformare il SSN. Servono ospedali flessibili, continuità con il territorio e centralità della professione. Ora la politica ci strumentalizza, poi finirà tutto nel dimenticatoio. Se sono sinceri, ci convochino per il nuovo contratto»

«Rischioso aderire al Mes senza un progetto per il futuro della sanità». Intervista al presidente Cimo-Fesmed Guido Quici

La domanda che si pone in questi giorni Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed, non è l’amletica “Mes o non Mes”. Piuttosto: “Qual è la visione per il futuro del Servizio sanitario nazionale?”. In altre parole, “Cosa dovremmo farci con questi soldi?”. «Senza un progetto, il rischio è di attingere a risorse che dovremo restituire con gli interessi e di utilizzarle male. Soprattutto conoscendo il modo improprio in cui alcune Regioni gestiscono i fondi per la sanità. Per questo siamo preoccupati», spiega a Sanità Informazione.

Presidente Guido Quici, ma questi soldi servirebbero alla sanità?

«Certo. Ci siamo sempre lamentati del sotto-finanziamento della sanità. Il Servizio sanitario nazionale deve essere ristrutturato e questa può essere una vera opportunità. Sappiamo benissimo quello che non funziona. Ora è giunto il momento di metterci mano sul serio, ma avendo ben presente un progetto strutturale».

Quali sono gli interventi prioritari?  

«Bisogna tener conto di tre aspetti: finanziario, organizzativo e professionale. Partiamo dal primo: occorre recuperare le diseguaglianze, l’accessibilità alle cure, aumentare i Lea (Livelli essenziali di assistenza) e quindi ampliare il ventaglio dell’offerta sanitaria. A cascata, se adeguiamo il finanziamento in maniera strutturale sarà necessaria una diversa organizzazione, sia ospedaliera che territoriale».

Come dovranno essere gli ospedali post-Covid?

«Flessibili. Non è possibile dedicare strutture solo al Covid e trascurare tutte le altre patologie. Devono essere pronti a sostenere l’impatto derivante da un’eventuale seconda ondata o da un’altra pandemia, ma al tempo stesso devono continuare anche a diagnosticare e curare tutte le altre malattie, perché non si muore solo di Covid. Oggi invece abbiamo reparti interi dedicati alla malattia da coronavirus che non fanno nulla, con posti letto vuoti in attesa che possa accadere qualcosa, e intanto i ritardi diagnostici iniziano ad essere allarmanti, e le conseguenze di questo esploderanno nei prossimi mesi. La mia preoccupazione è che siamo troppo distratti da questa pandemia e poco concentrati sulle altre patologie. E poi, se facciamo degli ospedali Covid e, mi auguro il più presto possibile, arriva il vaccino e la pandemia finisce? Che facciamo? Li riconvertiamo di nuovo?».

Però l’aumento dei posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva può essere utile in ogni caso, anche per le altre patologie.

«Ma se non abbiamo abbastanza anestesisti, perché sono pochissimi i medici che vi si specializzano, rischiamo di avere cattedrali nel deserto. E quando parlo di flessibilità mi riferisco anche al rapporto tra ospedale e territorio».

In che senso?

«L’ospedale deve dare continuità al territorio e viceversa. Quante persone in questi anni non sono state ricoverate perché mancavano posti letto e sono state costrette a passare giorni e giorni in barella nei pronto soccorso? E quante, dopo la fase acuta della patologia, non hanno trovato sul territorio servizi adeguati per le cronicità? Sono colli di bottiglia che non devono crearsi. È necessario rivedere il numero di posti letto per abitanti e contemporaneamente sviluppare sul territorio tutto ciò che riguarda le long term care, le cronicità, l’assistenza a domicilio. Facendo in modo che le due aree della sanità, territorio e ospedale, si parlino tra loro e non siano compartimenti stagni. Altrimenti prima o poi esploderà l’intero sistema».

Il terzo aspetto su cui secondo lei bisognerebbe intervenire è la professione.

«E ci colleghiamo a quello che dicevo poco fa. I medici della dipendenza devono avere contratti simili, paralleli, a quelli della medicina convenzionata. Perché solo se le due anime della medicina parlano lo stesso linguaggio il rapporto ospedale-territorio può avere la sua continuità nel lavoro. Altrimenti, se insistiamo con i silos, non si andrà da nessuna parte».

Intanto però in questi mesi la figura del medico e del professionista sanitario è stata ampiamente rivalutata dai cittadini e dalla politica.

«È vero che è stato recuperato il rapporto fiduciario tra medico e paziente, e questo è un aspetto positivo; per il resto, è una bella provocazione. Io non mi illudo e ho grossi dubbi, perché adesso siamo un po’ strumentalizzati. Ci chiamano eroi, ma vorrei vedere atti concreti».

E il cosiddetto bonus Covid?

«Una mancia. Che hanno tentato di spalmare in parti uguali per teste e per professioni, mettendo insieme tutto il mondo sanitario, anche chi non aveva avuto rapporti con pazienti affetti da Covid. Hanno fatto bene quelle Regioni che hanno rifiutato le risorse».

Quindi non cambierà niente per il personale sanitario?

«Ho il timore che vada tutto nel dimenticatoio. Passato il Santo, passata la festa. Se vogliono aiutarci iniziassero a convocare le organizzazioni sindacali intorno al tavolo per discutere del nuovo contratto, visto che quello firmato pochi mesi fa è scaduto nel 2018. Dimostrassero atti concreti, non solo da un punto di vista di risorse economiche ma soprattutto per quanto riguarda la parte normativa. Perché o siamo eroi o andiamo incontro solo a vessazioni. E io questa cosa non l’accetto e non l’accetterò mai».

 

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